sabato 12 agosto 2017

FINISTER, Suburbs of mind (2015)


Giovanissimi ma già maturi, arrivano all’esordio i Finister (Elia Rinaldi voce e chitarra, Orlando Cialli tastiere, synth, piano e sax, Leonardo Brambilla al basso e Lorenzo Burgio alla batteria), con un disco, Suburbs of mind, qualitativamente alto e che mostra un piglio che oscilla tra psichedelia, wave e indie rock. Le iniziali pulsioni progressive (forse più evidenti nell’ep Nothing is real del 2012) si sono difatti arricchite di elementi differenti, un vero e proprio substrato composito che ha portato ad un risultato di forte impatto sonoro, che parte dai Doors e arriva ai contemporanei Muse. In queste dieci tracce emergono ossessioni, rabbia, inquietudini ma anche ottimismo, sensazioni che si manifestano con chiarezza in un bel debut album. I toscani sono stati abili nel creare un lavoro che riesce a fondere melodie catchy con il crossover tra generi, partendo forte con l’esplosiva verve di The morning star. Bite the snake, con il suo ritmo serrato, fraseggi settantiani e una coltre psichedelica è il singolo scelto per presentare il platter, prima della bella ballata The way (I used to know). A decadent story continua a mostrare il lato psych del gruppo, My howl aggiunge spore prog dettate anche dal violoncello di Lea Galasso, pur mantenendo ben salde radici psichedeliche, mentre Levity gioca maggiormente con significativi elementi elettronici. Oceans of thrills è uno dei momenti più interessanti e le presenze della Galasso e di Davide Dalpiaz al violino accentuano il lato emozionale della proposta, pur se non sono da meno The key e Here the sun, capaci di essere raffinate e prorompenti. Trascinante anche il finale di Everything goes back, buonissima conclusione di un disco equilibrato e pieno di felici intuizioni. (Luigi Cattaneo)
 
The way (Official Video)
 

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