martedì 26 settembre 2017

ACCORDO DEI CONTRARI, Violato Intatto (2017)


Violato intatto. Un sofisticato ossimoro filo conduttore di un percorso di contrasti, un solco inciso nella carne del quarto vibrante disco degli Accordo dei Contrari, rinnovati dal sax (alto e baritono) di Stefano Radaelli. Ancora presenti e più in forma che mai sono invece Marco Marzo Maracas (chitarra), Cristian Franchi (batteria) e Giovanni Parmeggiani (tastiere), che con questa prova hanno raggiunto un’intesa molto solida. Il sound degli Accordo è sempre più riconoscibile, pur mantenendo un background storicamente variopinto, visionario e dinamico, capace di essere vibrante ma anche suggestivo. Gli elementi caratterizzanti Violato Intatto sono quelli che hanno accompagnato la storia dei bolognesi, con fraseggi memori della lezione italiana di Area e Perigeo e un doveroso rispetto per act leggendari come Van Der Graaf Generator e Gentle Giant. L’album è diviso in due parti, Violato e Intatto, con la prima che inizia forte con Folia saxifraga, che vede la partecipazione di Gabriele Di Giulio (Tell No Lies) al sax tenore, bravissimo nell’inserirsi con impeto nelle strutture sofisticate del quartetto. Hard prog e fusion si incontrano in Monodia e un peso rilevante è dettato sicuramente dalle mani sicure di Parmeggiani, che rifinisce tutto con grande eleganza. In Blue-S la musica del diavolo per eccellenza è solo un pretesto per l’ennesima straordinaria scorribanda elettrica, mentre Shamash cambia nuovamente pelle, con un mood space e psichedelico in cui risulta importante il violino di Alessandro Bonetti dei Deus Ex Machina. Idios cosmos è uno dei brani più canterburiani del disco, con marcate reminiscenze Soft Machine che tradiscono l’amore per quel preciso periodo storico. Chiude la prima parte E verde è l’ignoto su cui corri, una gradevole ballata cantata da Patrizia Urbani (Miss Patty Miss and The Magic Circle). La seconda si apre con Marienkirche, che ci avvolge in una spirale psichedelica allucinata che ci conduce a sua volta nel jazz rock progressivo di Di eccezione in variante, un brano di grande valore capace di legarsi a doppio filo al passato del genere tenendo uno sguardo sull’attualità, risultando fresca e briosa. Stesso splendido discorso per Usil, un dialogo soave tra musicisti brillanti e coesi, ed Eros vs Anteros, composizione sintesi del pensiero della band (per l’occasione rinforzata nuovamente da Di Giulio), protesa verso un saggio crossover tra jazz rock, fusion, Canterbury e progressive. Chiude Il violato intatto, suggello di una prova con un volume di idee impressionanti rese ottimamente da una band divenuta con il lavoro punto fermo dell’italica scena prog dell’ultimo decennio. (Luigi Cattaneo)
 
Folia saxifraga (Video)
 
 
 
 
 
 
 
 

 

sabato 23 settembre 2017

IL BALLO DELLE CASTAGNE, Surpassing all other kings (2012)


Risale a ben cinque anni fa Surpassing all other kings, il secondo lavoro dei dark proggers Il Ballo delle Castagne, improntato sulla figura di Gilgamesh, antico re sumero. Gemello di Kalachakra, uscito solo un anno prima, presenta una band oscura e desiderosa di stupire, anche attraverso l’utilizzo di elementi presi in prestito da più culture sonore. Vinz Aquarian (voce, tastiere e basso) e Diego Banchero (bassista leader di Il Segno del Comando) colgono la sfida insieme alle voci ammalianti di Carolina Cecchinato, Marina Larcher e Carmen D’Onofrio, alla chitarra di Roberto Lucanato, alle tastiere di Davide Bruzzi e alla batteria di Fernando Cherchi e sfornano un disco che pur andando a corrente alternata risulta affascinante e ideale proseguimento dell’esordio. Le atmosfere grevi e cupe inondano Tema di Gilgamesh, motivo con un andamento fiero, dai tratti bellici e una lieve dose di psichedelia. Più tirata Il risveglio, che resta comunque aulica e ancestrale, mentre lo psych rock contorna l’efficace mantra di Il viaggio. Due episodi particolari che interrompono il fluire dell’album sono Rorate Coeli, tormentata e angosciosa e Konigin der Nacht, opprimente nell’utilizzo di una parte elettronica concreta a cui si abbina una drammatico litania in tedesco tratta da Die Zauberflote di Mozart. Il segreto alza il ritmo nuovamente, prima della darkeggiante aurea di Aquarius age e soprattutto dell’ottima carica visionaria di Fire in the sky, bellissimo pezzo della cult band Yahowha 13 riproposto anche nel Live Studio uscito in sole 108 copie nel 2015 (in cui erano presenti diversi brani tratti proprio da questo Surpassing all other kings). L’acustica Eoni con i suoi estratti da The call of Chtulu di Lovercraft annuncia Apocriphon of Gilgamesh, discreta conclusione di un album sicuramente interessante per tutti i cultori di certe nere sonorità targate BloodRock Records/Black Widow. (Luigi Cattaneo)
 
Tema di Gilgamesh (Video)
 

giovedì 21 settembre 2017

OZORA, Perpendicolari (2017)


Novità assoluta in casa Rockshot Records, label sempre attenta nel proporre band esordienti di qualità, che con il debut degli Ozora (Sydney Silotto alla voce, Paolo Marreddu alla chitarra, Luca Imerito al basso e Danilo Saccotelli alla batteria) ha dato spazio ad un ensemble che potrebbe avere mercato anche tra chi non mastica del tutto certe sonorità. Difatti i piemontesi propongono un alternative rock che non disdegna incursioni nel metal e nel grunge, sempre tenendo ben presente l’aspetto melodico, elemento fondamentale che trova espressione anche nei frangenti più tirati. Perpendicolari è quindi un disco che vive di contrasti (assimilabile in parte anche ai percorsi di ensemble come Marlene Kuntz o Afterhours), capace di risultare diretto pur nel suo essere strutturato, con il tris iniziale foriero delle caratteristiche costituenti tale sound. Idiometria è un bel biglietto da visita e mostra un gruppo già rodato pur avendo solo due anni di vita, un crossover in cui i riff potenti di Marreddu sostengono l’ottimo Silotto (L’inferno di Orfeo) e incontrano il groove folgorante costruito da Imerito (Victim of illusion) e Saccotelli (The Oneira). La seguente title track è ancora più conturbante, con un chorus volutamente ammaliante, l’esatto contrario di A terra, un pezzo potentissimo e di grande impatto heavy. Il profeta conferma la capacità del quartetto di concentrarsi su un songwriting improntato sul dualismo tra aspetti eterogenei, Orlando si contorna invece di venature progressive mentre La tua piccola tragedia vede la partecipazione di Livio Magnini dei Bluvertigo, brani vicini per canoni estetici anche agli A Perfect Circle e ai nostrani Le maschere di Clara. Meno riuscito l’omaggio di Volta la carta di Fabrizio De Andrè ma d’altronde coverizzare tali classici è opera alquanto complessa e ho apprezzato comunque lo sforzo e l’aver fatto emergere come il grande cantautorato di casa nostra abbia influenzato certe scelte stilistiche, non solo a livello testuale. Risultano vigorose anche le successive La coda e L’avevi detto tu, pezzi piacevoli ma non così sorprendenti come i precedenti. Buonissimo invece il finale di amOre, una ballata malinconica che si discosta ovviamente dal resto delle composizioni e non fa altro che dimostrare la capacità della band di avere uno spettro sonoro ampio e interessante. Perpendicolari è un platter rifinito, suonato e prodotto ottimamente e soprattutto potrebbe incuriosire un pubblico variegato, aspetto da non sottovalutare in un mercato odierno sempre più saturo di uscite che spesso purtroppo finiscono per essere capite e apprezzate solo da una ristretta cerchia di appassionati cultori. (Luigi Cattaneo)
 
Perpendicolari (Official Video)
 

lunedì 18 settembre 2017

ART, Planet zerO (2016)


Arrivano da Bologna gli Art, band molto giovane che ha da poco dato alle stampe un album, Planet zerO, fresco e dinamico, capace probabilmente di incuriosire sia gli amanti di Anathema e Pineapple Thief, sia quelli che prediligono l’approccio new prog di Marillion, Pendragon e IQ. La saggezza di Enrico Lorenzini (tastierista già in forza agli Imago Animi, che con i suoi synth richiama anche il suono di Claudio Simonetti) ha permesso di esaltare l’equilibrio compositivo delle variegate influenze e di creare un sound che con la giusta distribuzione della Sliptrick Records potrebbe interessare il mercato estero (probabilmente più di quello italiano a dire il vero). Il tocco melodico di Roberto Minozzi (chitarra) tiene a mente la lezione di Steve Lukather e dei veterani Micky Moody e Bernie Marsden e si sposa felicemente con il comparto ritmico formato da Carlo Vecchi (basso) e Fabio Tomba (batteria) e le armonie vocali di Denis Borgatti (impegnato anche al piano). Le nove tracce sono ispirate, solide e senza grossi cali, hanno la forza per mostrare un gruppo fantasioso che ha puntato parecchio sull’aspetto emozionale della proposta, sfoggiando un repertorio intriso di passionalità e calore. La vicinanza ai Goblin (ma anche ai Daemonia del deus ex machina Simonetti) si percepisce nell’iniziale Blind man, mentre la successiva Four colors cambia registro e vira verso lidi che tradiscono amore per il soft rock e l’AOR. Perfect time vede di nuovo Lorenzini protagonista, prima della ballata No butterflies e dell’ottimo new prog della title track. Splendida la stoccata hard di Insomnia ma la verve melodica del gruppo prende nuovamente il sopravvento nell’autunnale Yellow leaves. Ci si avvicina al finale con i chiaroscuri di Scarecrow, degno preludio alla lieve Nothing else, che chiude un esordio che sarebbe un peccato far passare sottotraccia viste le tante note positive presenti. (Luigi Cattaneo)
 
Insomnia (Video)
 

sabato 16 settembre 2017

WINE GUARDIAN, Onirica (2017)


Attivi da quasi 10 anni, i milanesi Wine Guardian (Lorenzo Parigi alla chitarra e alla voce, Stefano Capitani al basso e Davide Sgarbi alla batteria) propongono un progressive metal in cui appaiono forti anche le radici classiche del genere che rimandano ad Iron Maiden e Judas Priest. Dopo il non impeccabile Fool’s paradise del 2013 i tre spostano il tiro verso lidi decisamente prog e ciò emerge nel nuovo Onirica, full lenght più vicino a Rush e primi Queensryche. Ovviamente non mancano episodi trasudanti potenza heavy ma i momenti più coinvolgenti sono quelli ragionati, strutturati con maggiore cura e arricchiti da interessanti spunti vicini anche ai canoni estetici del prog rock. L’iniziale Time machine è un power prog con un riff portante canonico ma perfetto per supportare l’intera struttura della song, mentre la title track, sicuramente meno immediata con i suoi nove minuti, mostra un gruppo fantasioso anche nel suo essere vintage. Il tocco epico e lievemente pomposo donano un’aurea fastosa che viene spazzata via da Periphery (Onirica II), composizione sicuramente più tetra e contemporanea. Il lieve rallentamento di The drifter permette di scoprire anche un’altra anima dei milanesi e di far capire come ci sia stata una maturazione in questi anni di gavetta. Grapes of wrath (Onirica III) si contraddistingue per un metal raffinato e oscuro, The Black Decameron è una sorta di epica suite, tenebrosa (anche per via del misterioso argomento) ed energica, in cui si percepisce anche il contributo di Tommaso Sgarbi ai synth, per quello che è uno dei pezzi clou del platter, soprattutto per le atmosfere che mi hanno ricordato quelle di Irae Melanox degli Adramelch. Il finale di Nebula è tra i momenti più diretti, un’istantanea heavy di un background ancora ben presente nel gruppo. Il disco è un bel passo in avanti, piacevole per tutta la sua durata e con alcuni picchi sopra la media generale, mostra un ensemble che ha potenziale e idee ancora da sviluppare, un percorso da compiere insieme ad una produzione maggiormente curata che possa esaltare la vivacità istintiva di tale proposta. (Luigi Cattaneo)
 
Nebula (Video)
 

giovedì 14 settembre 2017

SUPERCANIFRADICIADESPIAREDOSI, Geni Compresi (2017)


Attivi da ben 15 anni, passati a raccogliere consensi nell’intricato underground italico, i Supercanifradiciadespiaredosi (Brodolfo Sgangan alla voce e al basso, Randy Molesto alla batteria e Findut Poteidone alla voce, al basso e al poteidofono, strumento formato dalla connessione tra Mac, programmi, cavetti, microfoni e tastiera Midi) continuano il loro percorso evolutivo capace di includere generi distinti tra loro all’interno di un sound personale e brioso. Geni compresi è forse l’album con più pluralità di stili, in cui l’elemento ritmico diviene l’ovvio motore su cui muoversi e proporre soluzioni melodiche oblique in parte accostabili agli Elio e le Storie Tese degli albori. Tanti anche gli ospiti presenti, tra cui spiccano Luca Vianini (chitarrista degli Outopsya), Ana Maria Torres e Fabrizio Mattuzzi (voce e piano degli Universal Totem Orchestra) ed Enrico De Bertolini (violino dei Brownie Chocolat Explosion). Surreali e zappiani, il trio punta molto su impatto e groove (i due bassi in tal senso risultano esemplari), pescando dal funky (i Red Hot Chili Peppers di Freaky Styley e The Uplift Mofo Party Plan) e dal più puro crossover (Primus) per creare soluzioni imprevedibili e dai contorni poco definiti. I testi nonsense e l’ironia che permea il variopinto contenuto trovano nella Lizard l’appoggio necessario e si sviluppano attraverso una scrittura attenta nel costruire bozzetti particolari e schizoidi. D’altronde la natura del trio è proprio questa, quella di non prendersi sul serio pur facendo sul serio (un approccio non solo del già citato Zappa o degli Elio ma anche dei contemporanei EXKGB), concependo in modo del tutto naturale episodi strutturati e fantasiosi, dove gli effetti elettronici si inerpicano su strati elettrici contaminati e potenti. Indubbiamente un bel ritorno per il trio, variopinto e volutamente irrazionale come spesso accade per l’etichetta di Loris Furlan. (Luigi Cattaneo)
 
Dèi Lapponi (Video)
 

venerdì 8 settembre 2017

THE ROME PRO(G)JECT, Of fate and glory (2016)


Ecco finalmente il tanto atteso ritorno del progetto The Rome Pro(g)ject del compositore e tastierista Vincenzo Ricca, come back che pur essendo probabilmente un gradino sotto il precedente rimane ricco di pathos e di felici intuizioni. Of fate and glory non modifica la collaudata formula del primo lavoro, con Ricca coadiuvato di volta in volta da ospiti prestigiosi e soprattutto funzionali al pensiero musicale del mastermind. Si parte con la title track genesisiana, con tanto di cameo di Steve Hackett alla chitarra, il basso sempre preciso di Lorenzo Feliciati e il duo targato Ranestrane formato da Riccardo Romano al piano e Daniele Pomo alla batteria. The wolf and the twins e The seven kings of Rome si legano tra loro egregiamente, anche per il fine lavoro di Billy Sherwood (Yes, World Trade, Lodgic) impegnato al basso, alla chitarra e alla batteria. La suite Seven hills and a river è una sintesi del cammino di Ricca, qui sostenuto dalla verve di Franck Carducci (basso e chitarra), mentre Forum Magnum vede la presenza del grande David Jackson dei Van Der Graaf Generator ai fiati. Non contento Ricca con S.P.Q.R. mette insieme Sherwood e Hackett, andando a formare un trio favoloso. Ovid’s Ars Amatoria e Augustus si uniscono sotto il nome di Jackson ma è impossibile non citare la classe delle new entry Mauro Montobbio (Narrow Pass) alla synth guitar e Giorgio Clementelli (Prophilax) all’acustica. Alla piacevole Hadrianeum (in coppia con Paolo Ricca alla chitarra) segue il ritorno di Sherwood in The conquest of the world, prima della chiusura epica di The Pantheon’s done, incentrata sull’interplay tra tastiere e doppia chitarra (Hackett e Montobbio), epilogo significativo di un platter creativo e a tratti esaltante che meriterebbe senz’altro un’adeguata rappresentazione live. (Luigi Cattaneo)
 
S.P.Q.R. (Video)
 

martedì 5 settembre 2017

COSMOSQUAD, The Morbid Tango (2017)

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Attivi dal lontano 1997, quando esordirono con l’omonimo disco, in questi vent’anni i Cosmosquad si sono distinti per un percorso trasversale e ricco di elementi che ha finito per incuriosire sia gli amanti del progressive settantiano, sia quelli più legati al metal prog emerso con forza dopo Images and Words dei Dream Theater. L’assenza decennale ha portato alla creazione di The Morbid Tango, un disco in alcuni momenti davvero ottimo e con un songwriting che punta molto sull’impatto pur essendo complesso e stratificato. Il trio (Jeff Kollman alla chitarra, Shane Gaalaas alla batteria e Kevin Chown al basso, già attivo nella band di Tarja Turunen e Paul Gilbert, oltre che con i Bombastic Meatbats) ha grandi capacità tecniche e le utilizza per creare un crossover in cui il prog metal ha sì una certa valenza ma viene ammorbidito da frangenti che oscillano tra il sinfonico e il jazz rock, con qualche puntatina verso il territorio caro ai Dixie Dregs (elementi che fuoriescono anche per merito di tre special come Jeff Babko alle tastiere, David Collier alle percussioni e Jono Brown agli archi). Poco conosciuti qui in Italia (non sfigurerebbero affatto in una prossima edizione del 2 Days prog + 1 di Veruno …) i Cosmosquad hanno oramai acquisito credibilità e fiducia nei propri mezzi, con una crescita esponenziale che li ha portati con The Morbid Tango a confermare talento e idee. È un ritorno fresco, sapientemente dosato tra attimi più hard ed altri maggiormente meditativi, vigoroso e dinamico come forse mai in passato, segno di una raggiunta maturità che ha solo bisogno di essere apprezzata maggiormente anche in Europa. (Luigi Cattaneo)
 
Morbid Tango (Video)
 

sabato 2 settembre 2017

DIVJE JEZERO, Pobeg iz blodnjaka (2017)


I Divje Jezero sono un quintetto proveniente dalla Slovenia con una passione per il jazz rock e la fusion, elementi che si esplicano in un sound a cavallo tra Weather Report, Billy Cobham e scena di Canterbury. Dopo Mestni Vrvez del 2015 è ora la volta di Pobeg iz blodnjaka, un disco ricco di idee e di suggestioni, a partire dall’artwork che finisce per ricordare In the land of grey and pink dei Caravan. Quest’ottimo ritorno segna un passo in avanti, con suoni ben bilanciati e le varie componenti che si amalgamano tra loro lodevolmente, andando a creare un lavoro sofisticato e robusto. L’album, interamente strumentale, parte forte con la title track, che mostra subito le doti dell’ensemble, bravissimi nel donare il giusto groove ritmico abbinato a fraseggi chitarristici interessanti (opera di Ales Golja), a parti di tastiera volutamente vintage e ad un utilizzo accorto e distintamente jazz del sassofono di Tomi Peljhan (impegnato anche al clarinetto). All’ottima partenza segue Milano, più jazzata nelle prime battute, salvo poi aprirsi verso lidi jazz rock. Jutranji Ples è un crossover di fusion, jazz e frangenti ritmici vicini alla samba, mentre Night & Day è un pezzo da jazz club, perfetto nello sviluppare un’atmosfera densa, calda e corposa. Sailor’s mess guarda anche al progressive dei settanta e mette in mostra il fine lavoro della coppia formata da Alen Bogataj al basso e Luka Cibej alla batteria, bravi nel donare una certa forza propulsiva all’intera traccia. Zirafe è un concentrato di jazz, fusion e funky rock, Take a moment è un momento leggiadro che confluisce nel finale di Marrakesh Market dominato dalle mani sicure di David Krizaj (tastiere). In un paese in cui il progressive non ha profonde radici (giusto segnalare gli psichedelici Coma Stereo, gli storici Kladivo Konj in Voda e il metal prog dei Seventh Station) i Divje Jezero si segnalano come una realtà curiosa e trasversale, pronta per varcare i confini nazionali ed essere apprezzata soprattutto in un paese come il nostro, che ha dato i natali ha tanti validissimi esponenti del genere. (Luigi Cattaneo)
 
Qui di seguito il link per ascoltare e acquistare l'album https://divjejezero.bandcamp.com/album/pobeg-iz-blodnjaka-escape-from-the-maze
 
  

venerdì 1 settembre 2017

Il programma di 2 Days Prog + 1 (Veruno 2017)

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CONCERTI DEL MESE, Settembre 2017

Venerdì 1
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)
·feat. Esserelà a Castel S. Pietro (BO)
·Arturo Stàlteri a Marina di Massa (MS)
·Quarto Vuoto + Elisir D'Ambrosia a S. Stino di Livenza (VE)

Sabato 2
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)
·Mito New Trolls a Castelnuovo Vomano (TE)
·Inter Nos a Ronchis (UD)

Domenica 3
·2 Days Prog + 1 a Veruno (NO)
·Napoli Centrale a Comiziano (NA)
·Sintonia Distorta a Lodi
·ProgItalian Fest a S.Lazzaro Savena (BO)
·Delta a Varese
·Charisma a Siracusa
·M.Giuntoli "Pie Glue a S. Donà d/P. (VE)

·Elisir D'Ambrosia al Vintage festival (Mirano)

Giovedì 7
·Massimo Giuntoli a Mantova

Venerdì 8
·Massimo Giuntoli a Mantova
·Spettri a Firenze

Sabato 9
·Massimo Giuntoli a Mantova
·Il Bacio della Medusa a Tuoro s/T. (PG)
·Metalitalia festival a Trezzo s/A (MI)

Domenica 10
·Metalitalia festival a Trezzo s/A (MI)
·New Trolls a Loreto (AN)
·Marble House+Feat. Esserelà a Bologna


Martedì 12
·Toxik al Legend (Milano)

Giovedì 14
·UT New Trolls a Lanciano (CH)
·Cyrax a Milano

Venerdì 15
·Gong Festival a Reggio Emilia
·Junkfood a Villacidro (SU)


Sabato 16
·The Magical Box a Basilicanova (PR)
·Junkfood a Sassari
·Massimo Giuntoli a Lainate (MI)
·UT New Trolls a Manfredonia (FG)
·Enten Hitti a Milano
·Supper's Ready a Bolzano
·Runaway Totem a Zero Branco (TV)

Domenica 17
·Junkfood a Cagliari
·PoiL a Torino
·Le Orme a Latisana (UD)
·Elevate a Malo (VI)

Lunedì 18
·Monkey Diet a Castenaso (BO)

Venerdì 22
·Miriodor+Yugen alla Casa di Alex (Milano)
·Corde Oblique a Roma

Sabato 23
·Locanda delle Fate a Roma
·FixForb a Torino
·Junkfood a Cremona
·Le Orme a Bassano del Grappa (VI)

Domenica 24
·Arturo Stàlteri a Viano (RE)
·La Batteria a Bergamo

Mercoledì 27
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Voivod a Bologna
·UT New Trolls a Satriano (CZ)

Giovedì 28
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Liberae Phonocratia a Milano
·Voivod a Roma
·La Coscienza Di Zeno a Chiavari (GE)

Venerdì 29
·Progressivamente Free Festival a Roma
·PFM a Modena
·Voivod a Giavera del Montello (TV)
·The Winstons a Roma
·Slivovitz a Portici (NA)
·Monkey Diet+Liquid Shades a Ferrara
·L'Ira del Baccano a Roma
·Soundrise a Villanova (UD)
·Tacita Intesa a Subbiano (AR)

Sabato 30
·Progressivamente Free Festival a Roma
·The Cage a Lugagnano (VR)
·UT New Trolls a Borgia (CZ)
·PFM a Montesarchio (BN)
·Phoenix Again a Flero (BS)
·The Winstons a Foligno (PG)
·Voivod a Mezzago (MB)
·Arturo Stàlteri a Frascati (RM)

domenica 27 agosto 2017

CORPO, I & II (2016)


Veramente una piccola favola quella dei Corpo, una band salentina fondata nei ’70 dai fratelli Calignano (Francesco chitarra e basso, Mario al basso e Biagio tastiere e batteria) e autori di un rock progressivo imparentato col Kraut che solo ora ha la sua testimonianza su disco. Pur se totalmente sconosciuti in Italia, i Corpo tennero svariati concerti in Europa e a distanza di 40 anni i nastri originali sono stati ritrovati e salvati dall’oblio. I e II è dunque un vero e proprio documento datato 1979, quando i salentini, giovani e curiosi, suonavano in piena libertà quella musica che tanto aveva impressionato i ragazzi del periodo e lo facevano all’interno di una comune avvolta nel fascino del mistero in quel di Leuca, de finibus terrae che accoglieva musicisti di varie origini. La storia ha voluto altro e solo ora i Calignano hanno aperto il baule dei ricordi e grazie alla Lizard Records ci donano quasi 40 minuti acidi e infarciti di intuizioni a cavallo tra prog, psych e sfumature dark wave. Difatti le sonorità sono quelle del decennio e come tali devono essere prese ma è chiaro che l’aver recuperato le tracce di quel passato non può che incuriosire e far sperare per la prospettiva concreta di un album inedito. I e II è un reperto che supera persino il contenuto musicale, peraltro interessante, che non manca di sorprese e ingenuità, tipiche di un gruppo agli albori e diviene memoria di un percorso che non ha avuto sviluppi, analogo peraltro a tanti ensemble dell’epoca. La prima parte del disco (I) è una sorta di suite divisa in cinque atti (C#1-5) in cui emergono preziosismi psichedelici piuttosto lisergici, un trip dove si denotano fragori hendrixiani, profumi dell’italico pop, lampi cosmici tedeschi e distorsioni fragorose che si sposano con le virate dei synth. La seconda metà (II) inizia con Messapia, un vitale progressive d’annata, per poi sfociare in S.M. De Finemunnu, forse l’episodio che mi ha convinto meno. Il giorno della mia morte richiama nuovamente Hendrix (probabilmente uno dei punti di riferimento dei pugliesi), mentre la conclusiva Tympanon conclude degnamente un pezzo storico della fiorente e nascosta scena italiana settantiana. (Luigi Cattaneo)
 
C#1 (Video)
 

giovedì 24 agosto 2017

FEDERICO ZENONI/DAVE NEWHOUSE/LUCIANO MARGORANI, Beauty is in the distance (2016)


Interessante trio quello formato da Federico Zenoni alla batteria e percussioni, Luciano Margorani alla chitarra (entrambi provenienti dai La1919) e Dave Newhouse (The Muffins) alle tastiere e al clarinetto, autori di questo Beauty is in the distance, album formato da una suite divisa in movimenti per un totale di circa 40 minuti sperimentali e dal piglio free. Ci sono similitudini con i due gruppi madre, soprattutto per la voglia di creare improvvisando, in libertà, con naturalezza e una certa sfrontatezza. L’album è chiaramente indirizzato a chi non si pone troppi paletti e ha una certa predisposizione per strutture di questo tipo, suonate con efficienza da esponenti colti, forti di un percorso lungo e articolato. Beauty is in the distance è un’entità che si muove tra R.I.O., avant e jazz e come da tradizione ha estremo bisogno di ascolti attenti per essere recepito totalmente, una musica totale, complessa e che non si piega a compromessi. La struttura a suite ha dato modo di creare un’autentica partitura di più elementi, con potenti sezioni jazzate, passaggi minimalisti, improvvisazioni e progressive, il tutto con il piglio autorevole di chi conosce a memoria l’ardita materia. Alcuni passaggi meno fluidi divengono comprensibili all’interno di un disegno più grande in cui non si pongono limiti al pensiero, dove tutto diviene istantanea di un flusso momentaneo, esperienza aleatoria, affascinante nel suo essere imperfetta. (Luigi Cattaneo)
 
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sabato 19 agosto 2017

SAILING TO NOWHERE, Lost in time (2017)


Tornano a distanza di tre anni i romani Sailing to Nowhere, di cui avevamo già parlato per l’esordio To the unknown e che qui si presentano con una formazione parzialmente rinnovata (il tris di voci è affidato a Marco Palazzi, Helena Pieraccini e Clara Trucchi, le due chitarre ad Andrea Lanzillo ed Emiliano Tessitore, al basso troviamo Carlo Cruciani e alla batteria Giovanni Noè). Il power prog dei capitolini fa riferimento a realtà come Vision Divine, Eldritch e Sonata Arctica, con fraseggi melodici sempre presenti e una serie di importanti ospiti che innalzano il livello generale del lavoro. Forse non c’è stato il salto di qualità definitivo, anche perché il precedente disco si muoveva su livelli già discreti ma pezzi come Apocalypse, con Fabio Lione alla voce (Rhapsody, Angra, Vision Divine, Eternal Idol), che mi ha ricordato gli Athena del sottovalutato A new religion? o Start again, con il grandissimo Roberto Tiranti (cantante già di New Trolls e Labyrinth) e David Folchitto (Stormlord) alla batteria, valgono da sole il prezzo del biglietto, perché mostrano una band dalle ottime prospettive e con rodate capacità di songwriting. Trascinante, seppur più power, Suffering in silence, con le tastiere di Maestro Mistheria del Vivaldi Metal Project e il nuovo coinvolgimento del martellante Folchitto. Non sono da meno le contorsioni ritmiche di New life, in cui al basso vi è Dino Fiorenza, già ammirato all’opera con Steve Vai, Paul Gilbert e nel trio di Antonello Giliberto. Lost in time mostra i classici pro e contro del genere ma è indubbiamente un album vivace e spigliato, che sicuramente troverà il giusto riscontro tra gli amanti di certe sonorità epicheggianti. (Luigi Cattaneo)
 
Start again (Video)
 

domenica 13 agosto 2017

LAST MOVEMENT, Bloove (2017)


I Last Movement sono un quartetto romano (Antonio Di Mauro alla chitarra, Nuri Lupi alla voce, Misa Asci alla batteria e Carlo Venezia al basso) totalmente immerso nello shoegaze, con punte acide di psichedelia, space rock e strati noisy. Bloove è il primo full lenght del gruppo (dopo un 7” e un ep) e fa il punto della situazione dopo anni di prove e scrittura (quest’ultima affidata a Di Mauro), una costante per qualunque band emergente. Il platter è indirizzato in special modo per chi mastica il genere, soprattutto perché certi suoni così saturi alla lunga rischiano di stancare o di non colpire abbastanza chi ascolta, pregi e difetti che troviamo anche in questo debut. Di Mauro crea degli autentici muri carichi di riverbero (non aiutati da una produzione deficitaria), una costante che non permette grosse variazioni sul tema, seppure affiorano diversi spunti che forse potevano essere meglio sviluppati. Peccato perché si percepiscono stimoli che un lavoro ritmico più vario e dinamico avrebbe potuto esaltare, pur se è difficile avere certezze quando ci sono registrazioni così poco brillanti. Difatti una maggiore cura in studio dovrebbe aumentare l’incisività del gruppo e magari far emergere con più enfasi le pulsioni psych di cui si intuiscono le potenzialità, perché davvero una produzione di questo tipo non permette di far emergere con chiarezza l’intento e nemmeno la qualità dell’opera. Anche la voce di Lupi (già con i Vanity) non giova di questa situazione e rimane più bassa rispetto al resto degli strumenti (difficile capire se sia una scelta voluta o meno). I feedback ostinati di Di Mauro rimandano a Sonic Youth e Jesus and Mary Chain e sono convinto che il futuro possa portare a sviluppi importanti, perché comunque Bloove, pur con i problemi citati, è un disco interessante e con diverse idee curiose. (Luigi Cattaneo)
Qui di seguito il link per poter ascoltare o acquistare l'album
 
 

sabato 12 agosto 2017

FINISTER, Suburbs of mind (2015)


Giovanissimi ma già maturi, arrivano all’esordio i Finister (Elia Rinaldi voce e chitarra, Orlando Cialli tastiere, synth, piano e sax, Leonardo Brambilla al basso e Lorenzo Burgio alla batteria), con un disco, Suburbs of mind, qualitativamente alto e che mostra un piglio che oscilla tra psichedelia, wave e indie rock. Le iniziali pulsioni progressive (forse più evidenti nell’ep Nothing is real del 2012) si sono difatti arricchite di elementi differenti, un vero e proprio substrato composito che ha portato ad un risultato di forte impatto sonoro, che parte dai Doors e arriva ai contemporanei Muse. In queste dieci tracce emergono ossessioni, rabbia, inquietudini ma anche ottimismo, sensazioni che si manifestano con chiarezza in un bel debut album. I toscani sono stati abili nel creare un lavoro che riesce a fondere melodie catchy con il crossover tra generi, partendo forte con l’esplosiva verve di The morning star. Bite the snake, con il suo ritmo serrato, fraseggi settantiani e una coltre psichedelica è il singolo scelto per presentare il platter, prima della bella ballata The way (I used to know). A decadent story continua a mostrare il lato psych del gruppo, My howl aggiunge spore prog dettate anche dal violoncello di Lea Galasso, pur mantenendo ben salde radici psichedeliche, mentre Levity gioca maggiormente con significativi elementi elettronici. Oceans of thrills è uno dei momenti più interessanti e le presenze della Galasso e di Davide Dalpiaz al violino accentuano il lato emozionale della proposta, pur se non sono da meno The key e Here the sun, capaci di essere raffinate e prorompenti. Trascinante anche il finale di Everything goes back, buonissima conclusione di un disco equilibrato e pieno di felici intuizioni. (Luigi Cattaneo)
 
The way (Official Video)
 

giovedì 10 agosto 2017

IVANO FOSSATI, Not one word (2001)


L’ex Delirium Ivano Fossati nel 2001 decide di staccarsi momentaneamente dalla sua carriera di prolifico cantautore per dedicarsi ad un disco strumentale troppo poco citato negli anni. Il ligure decide di dare sfoggio di questa sua propensione, che solo in parte e in pochi episodi è stata soddisfatta in 30 anni di carriera e, in estrema libertà, firma uno dei lavori più curiosi della sua lunga attività. Not One Word si presenta così, spoglio di ogni parola, senza quei testi che hanno marchiato a fuoco dischi significativi come La Pianta del Tè, Discanto o Lindbergh-Lettere da sopra la pioggia. Fossati corona questo piccolo sogno dando vita ad un ensemble, il Double Life, con cui si dimentica per un attimo di essere uno dei cantautori di punta di casa nostra per appagare la sua sete di jazz e magari anche per sentirsi meno ingabbiato dai vincoli letterari della sua canzone. Abbandonare per un attimo la sua dimora sicura per toccare con mano territori a dire il vero non così distanti come si potrebbe pensare. Il piano di Fossati è quello da tutti conosciuto ma qui si amalgama con parti orchestrali, con il clarinetto di Gabriele Mirabassi e il violino di Ettore Pellegrino e crea suggestioni e visioni affascinanti. Si passa così da momenti narrativi, capaci di riempire gli occhi con immagini da pellicola in bianco e nero (Le Mot Imaginaire) ad altri dove il piano svisa in territori jazzati (la delicata title track). Non manca un classico come Besame Mucho, qui particolarmente poetica e con il violino ad accentuarne il tono drammatico, perfetto contraltare di Brazzhelia, un latin jazz brillante e festoso. Milos, scritta dal figlio Claudio (batteria), ha una melodia disincantata da soundtrack che rimanda al cinema di Pupi Avati, spesso legato al filo dei ricordi e ad una certa vena nostalgica, mood malinconico e sofferto che ritroviamo anche in Tango disincantato. Fossati emerge soprattutto in tre brani: Lampi, frangente jazz molto convincente, Roobenia, con un emozionante tema dominante di grande gusto e Theme for Trio, raffinata esposizione giocata sull’interplay tra piano e violoncello (suonato da Martina Marchiori). La chiusura di Raining at my door rimanda a Ludovico Einaudi e tratteggia scenari notturni e spirituali. Not One Word  è un album che si discosta da tutta la discografia di Fossati e ha il merito di far emergere con maggiore nitidezza una delle tante anime del cantautore genovese, che successivamente deciderà di tornare al cantautorato (già a partire da Lampo Viaggiatore del 2003). (Luigi Cattaneo)
 
Not one word (Video)
 
      

sabato 5 agosto 2017

QUADRI PROGRESSIVI, Demetrio Stratos

Opera originale di Lorena Trapani. Un sentito e splendido ritratto di una delle voci più importanti della storia della musica, Demetrio Stratos.
Per visionare le opere di Lorena potete inviare una mail a progressivamenteblog@yahoo.it  
 


giovedì 3 agosto 2017

OVERKHAOS, Beware of truth (2017)


Esordio ufficiale per i tarantini Overkhaos, una band che avevo visto qualche anno fa a Spongano, in una bella edizione del festival Spongstock e devo dire che pur avendone colto già allora le evidenti potenzialità non mi aspettavo da questo debut un tale sviluppo di suoni e idee e quindi sono rimasto piuttosto sorpreso nel constatare l’ottimo livello tecnico e compositivo raggiunto dal quintetto. I tarantini si sono adoperati per scrivere un concept che prende spunto dai tanti problemi sociali che affliggono la bella città pugliese, mostrando personalità e indubbie doti di songwriting. Beware of truth è un grande album di metal progressivo con forti richiami al thrash, con frangenti ora vicini agli Animals as leader, ora accostabili ai Testament degli ultimi dischi, ora paralleli agli Eidolon dei fratelli Glover. Mimmo D’Oronzo mostra di cavarsela sia nelle parti pulite che in quelle più aggressive, Davide Giancane e Giuliano Zarcone alle chitarre incrociano benissimo i loro strumenti, in parti che mi hanno ricordato proprio i Testament ma anche i Megadeth, mentre la coppia ritmica formata da Anna Digiovanni al basso e Andrea Mariani alla batteria sforna una prova fatta di potenza, precisione e pulizia. Prelude introduce strumentalmente Silent death, brano perfetto per condurre l’ascoltatore nelle atmosfere del disco. Solar starvation ribadisce con forza e determinazione la capacità di sostare nel trash metal dai tratti prog, per poi passare a Khaos Inc., brano con cui intelligentemente l’ensemble mostra di poter tirare il freno e creare songs più ragionate. Si torna a spingere con la pregevole The lie you need e il grandeur furente di Crubling, prima dell’interessante trama di White light. Die Catsaw! si compone di fraseggi thrash metal tecnici e melodici, Anna’s song vede addirittura coinvolto l’ex Dream Theater Derek Sherinian (ma non dimentichiamolo nei fantastici Black Country Communion, nei grandi Planet x e per una carriera solista di livello ragguardevole) alle tastiere, ospite che con la sua presenza riempie ancora di più il suono del gruppo, lasciandomi pensare che l’inserimento in organico di un tastierista a tempo pieno potrebbe giovare al sound complessivo (anche se già in questo platter i ragazzi sottolineano come orchestrazioni e arrangiamenti siano opera di D’Oronzo e di Luca Basile). Chiusura affidata a Deadline ed è un altro grandissimo momento, strutturato e corposo, non fa altro che confermare tutte le qualità della band, che con questa opera prima è riuscita a coniugare forza espressiva e raffinatezza, ardore heavy e pulsioni progressive. (Luigi Cattaneo)
 
Khaos Inc. (Video)
 

C.ZEK BAND, Set you free (2017)


The C. Zek Band: rock, funky, soul per menti libere! Con questa presentazione il quintetto (Christian Zecchin alla chitarra e alla voce, Roberta Dalla Valle alla voce, Nicola Rossin al basso, Matteo Bertaiola all’organo hammond, al rhodes e ai synth e Andrea Bertassello alla batteria) scandisce umori e influenze di una vita, passando dalla forza di Janis Joplin alle melodie senza tempo dei Beatles, dal folk del menestrello per eccellenza Bob Dylan al rock immortale dei Rolling Stones. Il gruppo nasce due anni fa sulle ceneri del trio blues Almost Blue, da un’idea di Zecchin, musicista ed insegnante con alle spalle esperienze con Big Street, Major7 e Chakra’s Band. Evitando approcci didattici alla materia e prediligendo fantasia e sentimento nasce Set you free, otto canzoni inedite più Gimme Shelter degli Stones in cui si palesa la bella prova della Dalla Valle, un po’ Etta James, un po’ Stevie Nicks e una sezione ritmica corposa, oltre che i bei tappeti creati dalla mano di Bertaiola e la creatività chitarristica di Zecchin. L’ensemble si muove quindi su un territorio vintage, mostrando un evidente attrazione per act storici del passato, quelli che hanno influenzato generazioni di musicisti e che anche qui trovano posto, all’interno di un r’n’r funkeggiante e zeppo di soul. I veronesi hanno davvero anima e passione e tutto ciò si sente dal vitale inizio di John Corn, davvero pieno di groove e dalla seguente I’m so happy, dove ogni particolare è al posto giusto. Tell me è uno dei brani più vivaci ed efficaci tra i presenti, mentre Kissed love è la classica ballata lievemente psichedelica posta saggiamente dopo tre pezzi sostenuti. La title track mostra il lato più blues del progetto, con chitarra e tastiere in bella mostra e anticipa il già citato rifacimento di Gimme shelter. Si va verso la conclusione con la spigliata Boring day, il brio contagioso di It doesn’t work like this e la lunga Drink with me, che finisce addirittura per avere delle reminiscenze quasi prog e psych (d’altronde è lo stesso Zecchin a citare Pink Floyd e Grateful Dead tra i suoi riferimenti). Set you free è un pregevole compendio del percorso sin qui svolto dal leader, gradevole e ben suonato dalla prima all’ultima nota, un vero tuffo al cuore per gli amanti di un certo tipo di rock blues. (Luigi Cattaneo)
 
John Corn (Official Video)
 

martedì 1 agosto 2017

CONCERTI DEL MESE, Agosto 2017

Martedì 1
·Junkfood a Torre Faro (ME)
·Glincolti a Treviso

Mercoledì 2
·Syncage a Jesolo (VE)
·Sezione Frenante a Mestre (VE)
·Malibran a Belpasso (CT)

Giovedì 3
·Delirium IPG a Bordighera (IM)
·Glincolti a fontanellato (PR)
·Le Orme a Lignano Sabbiadoro (UD)
·Junkfood a Palermo

Venerdì 4
·Mad Fellaz a Borso del Grappa (TV)
·FixForb a Genova
·Junkfood ad Alcamo (TP)

Sabato 5
·Biglietto per l'Inferno a Barzio (LC)
·Mito New Trolls a Pineto (TE)
·Supper's Ready a Mendola (TN)
·Le Orme a Forte dei Marmi (LU)
·Junkfood a Mazara del Vallo (TP)
·Möbius Strip a Isola del Liri (FR)

Domenica 6
·PFM a Roseto degli Abruzzi (TE)
·So Does Your Mother a Patti (ME)
·Dark Ages a Padova

Lunedì 7
·PFM a Castelnuovo Garfagnana (LU)
·Locanda delle Fate a Martirano L. (CZ)
·Le Orme a Cison di Valmarino (TV)
·Napoli Centrale a Mottola (TA)

Martedì 8
·Osanna a San Paolo Bel Sito (NA)
·Junkfood a Marina Gioiosa Ionica (RC)
·Distillerie di Malto+Le Orme a Ortona (CH)

Mercoledì 9
·Junkfood a Taranto

Giovedì 10
·So Does Your Mother a Palermo

Sabato 12
·La Casa dei Matti ad Albi (CZ)
·Napoli Centrale a Cagnano Varano (FG)
·Sophya Baccini's Aradia a Gaeta (LT)

Domenica 13
·Estro ad Anzio (Roma)
·GnuQuartet a Sulmona (AQ)

Lunedì 14
·Napoli Centrale a Taviano (LE)
·GnuQuartet a Roccaraso (AQ)

Martedì 15
·UT New Trolls a Staletti (CZ)
·Mito New Trolls a Cisterna di Latina (LT)


Giovedì 17
·Dusk e-B@nd a Rivabella (RN)
·C. Simonetti's Goblin a Francavilla (CH)

Venerdì 18
·New Trolls a Venosa (PZ)
·PFM a Rivisondoli (AQ)
·Junkfood a Eboli (SA)
·Napoli Centrale a Fontana Liri (FR)

Sabato 19
·GnuQuartet a Courmayeur (AO)
·Dark Ages a Isola della Scala (VE)
·UT New Trolls a Linguaglossa (CT)
·Rhythmus Ensemble ad Anzio (Roma)
·Roberto Cacciapaglia a Sorrento (NA)

Domenica 20
·Mito New Trolls a Introdacqua (AQ)

Lunedì 21
·GnuQuartet a Rimini
·Glincolti ad Asolo (TV)

Martedì 22
·J. Greaves & A. Barbazza a Vasto (CH)

Mercoledì 23
·FixForb a Fara Gera d'Adda (BG)
·Napoli Centrale a Rotondella (MT)

Giovedì 24
·Il Paradiso degli Orchi a Brescia
·The Squonk a Roccaforzata (TA)

Venerdì 25
·UT New Trolls a Villamagna (CH)
·Lachesis a Bergamo
·Patrizio Fariselli a Fabriano (AN)

Sabato 26
·UT New Trolls ad Ascoli Piceno
·Napoli Centrale a Campli (TE)
·Möbius Strip a Pescasseroli (AQ)

Domenica 27
·Mito New Trolls a Tufara (CB)
·Banco a Pertosa (SA)

Giovedì 31
·Matthew Parmenter a Roma
·Napoli Centrale a S. Benedetto d.T. (AP)

lunedì 31 luglio 2017

VUOTI A RENDERE, Supplicium (2017)


Terzo lavoro per i padovani Vuoti a Rendere, seppure molto breve con i suoi 17 minuti ma ad ora, anche se potrebbe sembrare strano, quello più interessante e compiuto! Difatti il trio (Filippo Lazzarin alla chitarra, alla voce e ai samples, Enrico Mingardo all’organo e al piano e Marco Sartorati alla batteria e alle percussioni), insieme a Marina Miola al violino e Luca Santoro al flauto, ha deciso di dare libero sfogo ai propri istinti creando due lunghe tracce praticamente strumentali, Cloroformio ed Effetto collaterale, che sono quanto di meglio prodotto dai ragazzi nel loro percorso. La band vira verso un progressive d’annata, vintage, quello imparentato col pop psichedelico che prediligeva l’utilizzo dell’organo sul finire dei ’60, richiamando due oscure realtà solo da poco riscoperte come Underground Set e Psycheground Group, unendo tali trame con un suono che sembra provenire direttamente da qualche dimenticata soundtrack da spy movie del periodo. In tal senso vanno letti gli omaggi a due storiche pellicole del genere western, Per un pugno di dollari e Il buono, il brutto e il cattivo, nonché a due maestri come Sergio Leone ed Ennio Morricone. Supplicium è un piccolo lampo ma può segnare sicuramente il passo verso qualcosa di più concreto e corposo, perché mai come questa volta il gruppo ha dimostrato di avere idee chiare e una giusta strada da sviluppare. (Luigi Cattaneo)
 
Risultati immagini per supplicium vuoti a rendere
 

domenica 30 luglio 2017

OTHER VIEW, When daylight is gone (2017)


Gli Other View sono una band power prog anglo italiana fondata nel 2003 e che dopo una serie di cambi di line up e di stile (dall’heavy al power sino all’attuale progressive metal) ha trovato la quadratura del cerchio con questo come back interessante e piuttosto ben riuscito. Della formazione originale è rimasto solo il vocalist Lon Hawk, qui insieme a Francesco Cammarata, Stefano Candi e Francesco Tuscano alle chitarre, Matteo Cidda alle tastiere, Antonio La Selva al basso e Giacomo Bizzarrini alla batteria. Dopo Going Nowhere del 2013 è ora la volta di When daylight is gone, un ode alla notte in tutte le sue forme in cui la band ha accentuato il lato prog della proposta, rendendola più sfumata e variegata. La ricerca di sonorità più cupe e oscure ha dato i suoi frutti, con parti strumentali serrate, cura per l’aspetto melodico e chorus aperti di facile lettura, elementi che troviamo sin dall’iniziale Vantage, un substrato powerprog su cui l’ensemble ha instillato le esperienze maturate in questi anni e che rendono il pezzo davvero brillante. Carnivore è forse la traccia più pesante e greve del disco, con dei bei riff, heavy e complessi al punto giusto, un progressive metal aggressivo e tirato che conferma la direzione su cui si muove il platter. Anche Dead non scherza affatto come carica hard, pur avendo spunti melodici raffinati e pregevoli, prima dell’ottima Lightyears, composizione in cui il classic metal si fonde con influenze moderne ed elettroniche. That burgundy book è un omaggio alla buona narrativa e si contraddistingue per alcuni passaggi davvero delicati ed ispirati, aspetto che ho trovato meno nella doppietta formata da The city of Amber e Moonchaser, piacevoli ma più legate agli esordi, anche se la seconda ha certamente delle marcate influenze progressive. Chiude l’album When the night comes, un pezzo ispirato, con un bel chorus aperto e una struttura fondata su cori e pianoforte. Buon ritorno per gli Other View, band in crescita e con margini di sviluppo evidenti, resi ancora più accentuati dalla loro voglia di allargare certi orizzonti sonori, una mossa assolutamente apprezzabile e che può portare ad un ulteriore progresso della loro proposta. (Luigi Cattaneo)
 
Carnivore (Video)
 

sabato 29 luglio 2017

VIANA, Viana (2017)


Lo sguardo e la mente guardano ancora lì, ai gloriosi ’80 di act come Whitesnake, Def Leppard e primi Bon Jovi, influenze ben impresse in Stefano Viana e nell’entourage Street Symphonies, etichetta che ha spesso omaggiato un periodo splendido per l’AOR mondiale e l’hard rock melodico. Questo esordio arriva da lontano, parte addirittura dal 2009, quando Viana, impegnato alla chitarra, inizia un meticoloso lavoro in compagnia di Alessandro Del Vecchio (cantante tra gli altri di Edge of forever e Moonstone Project), Anna Portalupi (bassista per Ut, Handline e Tarja Turunen), Alessandro Mori (batterista dei Forgotten Tears) e Pasquale India (tastiere). A causa di vicissitudini personali l’album viene però pubblicato solo ora, con l’aggiunta di Francesco Marras, bravissimo chitarrista e fondatore degli Screaming Shadows. Viana ha lavorato con molta cura su un disco estremamente immediato, impregnato di pomp rock e AOR, generi che Stefano conosce alla perfezione e che qui finisce per esaltare, soprattutto per via di dettagli melodici che mostrano la grande professionalità di chi ha lavorato sul prodotto. Il sound è quindi ben radicato negli anni ’80, non si sposta di una virgola, mantenendo quella grammatica musicale così congeniale 30 anni fa e che ancora appassiona il novarese e la sua brigata. Questo debut è quindi un premio e una soddisfazione per un percorso lungo e tortuoso e si lascia apprezzare per tutta la sua durata, soprattutto per la capacità del chitarrista di creare brani catchy e con il consueto appeal richiesto dal genere, segno della profonda conoscenza della materia. Scorrono veloci pezzi classici come l’opening ideale Straight between our hearts, Follow the dawn o Bad signs, tutte dotate di chorus che si stampano subito in testa, un elemento su cui Viana ha probabilmente lavorato con una certa enfasi. I suoni ricalcano quelli dell’hard ottantiano (croce e delizia di questo stile), così come il songwriting è ovviamente canonico, stabile nel suo essere fedele a certi aspetti conservatori. Le buone doti tecniche dei sei coinvolti si lasciano apprezzare e appaiono evidenti e se in futuro Stefano riuscirà a stabilizzare la formazione e magari a portarla on stage è probabile che tutto il progetto avrà di che beneficiarne. Difatti, pur se le composizioni sono mediamente buone, è palese come le qualità di cui sono in possesso possono portare a risultati ancora maggiori, pur senza modificare certe sonorità che sono alla base della personalità di Stefano. (Luigi Cattaneo)
 
Bad signs (Video)
 

venerdì 28 luglio 2017

MӦBIUS STRIP, Möbius Strip (2017)


Arrivano da Sora i giovanissimi Möbius Strip, un sorprendente quartetto dedito ad un jazz rock notevolmente maturo, soprattutto in relazione all’età dei musicisti. In soli tre anni di vita la band ha dato vita ad un progetto radicato nel jazz, con influenze importanti come John Coltrane o Gerry Mulligan ma che ha lo spirito tipico di gruppi settantiani che rispondono al nome di Arti & Mestieri, Kaleidon e Baracca & Burattini. Lorenzo Cellupica (piano, organo e tastiere), Nico Fabrizi (sax e flauto), Eros Capoccitti (basso) e Davide Rufo (batteria) sono riusciti egregiamente ad unire le influenze di entrambi i generi grazie ad un sound sempre frizzante e scattante in cui appare palese l’ottima tecnica di base in loro possesso. I sei pezzi sono tutti molto dinamici e sapientemente costruiti, vigorosamente rock pur all’interno di strutture marcatamente jazz, caratteristiche presenti sin dall’iniziale e buonissima Bloo, in cui emerge l’estro di Fabrizi, il brio di Cellupica e l’esuberanza ritmica della coppia Capoccitti-Ruffo, un brano tanto canterburyano quanto legato all’italica e fiorente tradizione jazz rock (Perigeo, Bella Band). Cellupica è grande protagonista anche nella seguente e fantasiosa Deja Vu, dove comunque risulta fondamentale anche il lavoro di Fabrizi, con gli intarsi ritmici che permettono ai due solisti escursioni vibranti e ricche di verve. First impressions ha la voglia di unire l’hard bop dei cinquanta con sfumature che rimandano a Nucleus ed Egg, mentre Call it a day è una breve ballata in cui troviamo solo Cellupica e Capoccitti. Si torna a spingere nell’ottima Andalusia, in direzione Spagna, con influenze iberiche vibranti e intense che colorano una composizione vivace e vitale. Il finale di Möbius Strip non fa altro che confermare il talento dei sorani, eredi di quella tradizione di jazz rock progressivo che ancora così tanti estimatori ha sia in Italia che all’estero. (Luigi Cattaneo)
 
Bloo (Video)
 

sabato 22 luglio 2017

MOGADOR, Chaptersend (2017)


Quarto disco in studio per gli ottimi Mogador, band capitanata da Luca Briccola (chitarra, flauto e basso) e Richard Allen (batteria e voce), insieme a Samuele Dotti (tastiere), Salvatore Battello (basso) e Marco Terzaghi (voce). Chaptersend è un lavoro particolare, in quanto la prima parte nasce ex novo con pezzi inediti, mentre la seconda va a riprendere episodi del disco d’esordio, rivisti con la sensibilità attuale del gruppo. Una scelta che probabilmente andrà ad incuriosire soprattutto chi non segue la band dagli inizi e che magari vuole scoprire un act che sinora ha ricevuto meno feedback di quanto a mio avviso ne meritasse. Difatti i lavori sinora pubblicati, tutti di buon livello, rimangono nella cerchia degli appassionati più attenti (per intenderci, non quelli ancora a caccia dell’ennesima ristampa dei Genesis o degli Yes ma quelli sempre con l’orecchio teso verso le piccole novità dell’underground) ed è un vero peccato perché i comaschi di buone idee ne hanno parecchie. L’iniziale Summer sun ha tutte le caratteristiche del sound Mogador, con tracciati hard prog a cui si aggiungono delicate sezioni classicheggianti, qui disegnate con cura dall’inventivo violino di Ida Di Vita. Briccola d’altronde non disdegna riff heavy e le tastiere di Dotti, dal piglio settantiano, completano un quadro iniziale estremamente interessante. Non dissimile, sia per stile che per l’alta qualità, The escapologist, con la sezione ritmica decisamente compatta e Terzaghi che conferma di essere voce sicura e precisa. Un momento cadenzato è la buona Deep blue steps, abbellita dagli interventi flautistici di Elisa Salvaterra e dal piano di Dotti, mentre Still alone torna in ambiti maggiormente progressivi con una certa autorevolezza. Nella piacevolissima Josephine’s regrets troviamo un altro gradito ospite, Jon Davison, voce degli attuali Yes, uno dei pezzi più suggestivi del platter, prima della grandeur prog di Gentleman John, dieci minuti in cui si avverte l’urgenza da parte del gruppo di costruire qualcosa di qualitativamente alto, in cui fondere melodia, classicità e rock romantico nella migliore tradizione italica. La ballata Tell me smiling child è apripista per la conclusiva Fundamental Elements Suite, vera sintesi del percorso sin qui intrapreso dal complesso, pregna di soluzioni fiabesche, epiche, con spunti hard prog raffinati vicini agli Shadow Gallery, trame sinfoniche e parti strumentali molto valide. I Mogador confermano di essere anello di congiunzione tra quei gruppi di matrice heavy come i già citati Shadow Gallery ma anche Opeth e Dream Theater e quelli storici del prog inglese che rispondono al nome di Yes, Gentle Giant e Genesis, un connubio di certo non originale ma ancora carico di suggestioni. (Luigi Cattaneo)
 
Gentleman John (Video)