giovedì 24 maggio 2018

NIL NIL, Nil Nil (2017)

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Ep d’esordio per i Nil Nil, band padovana che ho da poco scoperto durante un contest (il Power to the Music tenutosi a Dolo) e che mi ha da subito fatto una buona impressione. Incuriosito dal loro suono, legato alla dark wave e al post punk, sono entrato in possesso di questo lavoro da loro definito demo, termine che però non fa onore alla qualità del suddetto e a tutte le felici intuizioni contenute in esso. Ennio Pinato (voce e synth), Gabriele Rocco (chitarra), Paolo Lunardon (basso) ed Emanuele Moronco (batteria) producono cinque brani che sono il condensato di una vita di ascolti, a partire dall’iniziale The dwarfs of the garden, legata in maniera indissolubile a quei primi anni ’80 spartiacque di un certo tipo di plumbee sonorità. Clamorosa Even Paul is dead, trascinante e diretta, vicina ad alcune cose dei monumentali Bauhaus viene attraversata da un bel gioco ritmico e dai synth che esaltano la costruzione e donano ulteriore atmosfera. Molto interessante anche lo sviluppo alla Joy Division di Run rabbit … run!, mentre più legate al post punk e al r’n’r ma ancora gradevoli le restanti Whose side are you on?, che mi ha ricordato gli Stooges dell’icona Iggy Pop e Little man, con un finale irriverente che pare citare i Sex Pistols di God save the queen. Un ottimo inizio per i veneti, non c’è che dire, in attesa di un primo full più sostanzioso. (Luigi Cattaneo)
L'immagine può contenere: 1 persona, barba e testo
 

mercoledì 23 maggio 2018

OPERAPIA, Operapia (2017)


Nati nel 2011, gli Operapia, come tante altre giovani band, iniziano il loro percorso dedicandosi a cover rock proponendosi nei locali dediti alla musica live della loro terra d’origine, la Sardegna. Il luogo, nel corso dei decenni, non è mai stato troppo sensibile al fascino di certa musica, basti pensare che anche negli anni ’70 non emersero molti gruppi locali (oltre agli ottimi Cadmo e ai Salis poco altro). Danilo Magni (voce), Angelo Filinesi (chitarre, basso, tastiere e batteria), Francesco Brocca (tastiere) e Gigi Calvia (batteria), coadiuvati da Pierpaolo Zonca (basso), Piergiulio Manzi (basso) e Stefano Palazzolo (batteria), decidono ben presto di dedicarsi alla scrittura di inediti dal sapore progressivo, giungendo sul finire del 2017 alla pubblicazione del primo omonimo ep. Il prog dei sardi si tinge lungo questi trenta minuti circa di hard rock ma anche di passaggi molto ragionati e si contraddistingue per la ricerca di un connubio tra melodie sognanti, fraseggi ricchi di pathos, riff aggressivi e momenti elaborati. Lo sguardo dell’ensemble è rivolto alla stagione d’oro del prog ma riesce a canalizzarsi anche in un contesto più attuale, un po’ quello che hanno fatto act contemporanei come Fem, Magnolia e If Sounds. L’uso intelligente delle tastiere frutta una base sinfonica su cui si muovono con sicurezza tutti gli elementi della formazione, bravi nello sviluppare composizioni che riescono ad essere immediate pur nella loro complessità strutturale. Un esordio fresco e dinamico che segna un primo passo gradevole da cui partire per sviluppare ulteriori idee e intuizioni. (Luigi Cattaneo)
 
Operapia Full ep (Video)
 

martedì 22 maggio 2018

CLAUDIO FASOLI, Haiku Time (2017)

Risultati immagini per claudio fasoli haiku time
 
Torna a breve distanza da Inner sounds (disco e libro che consiglio caldamente) Claudio Fasoli, sassofonista degli storici Perigeo qui in compagnia del Samadhi Quintet (oltre a Fasoli troviamo Michael Gassman alla tromba e al filicorno, Michelangelo Decorato al piano, Andrea Lamacchia al contrabbasso e Marco Zanoli alla batteria). Haiku time nasce dall’idea di sviluppare i codici espressivi degli Haiku, i poemi giapponesi di sole 27 suoni (sillabe) e la musica del platter ha lo stesso intento, ossia emozionare nel minore spazio sonoro possibile, con temi, titoli e interventi solistici contenuti. L’album è un concentrato di minuzie, di raffinatezze contenutistiche che raccontano, in cui ogni elemento è parte di un grandioso ingranaggio, complesso e variegato ma capace anche di saper comunicare. Fasoli dimostra ancora quella curiosità che lo spinse più di quarant’anni fa ad affermarsi come uno dei musicisti di maggior spicco della scena italiana, un decano che non si è mai fermato nel limbo dell’autocompiacimento, trovando di volta in volta stimoli e musicisti con cui sviluppare le sue idee. Il veneto continua nel suo percorso in cui convivono jazz e umori da camera, pulsioni che si cristallizzano per mano di interpreti sicuri, bravi nell’assecondare i concetti dell’elaborato fasoliniano, con Gassman monumentale nel creare un interplay fiatistico di alto livello (le bellissime Wet e Try), Decorato finissimo esecutore di suadenti tappeti e la sezione ritmica dotata di intensità ed energia. Claudio non solo non si accontenta ma pubblica uno dei capitoli più interessanti degli ultimi anni di carriera, segno che ci troviamo dinnanzi ad un’artista ancora desideroso di esprimere ciò in cui crede con ineffabile bellezza. (Luigi Cattaneo)

lunedì 21 maggio 2018

CATERINA PALAZZI SUDOKU KILLER LIVE @ MILS

L'immagine può contenere: testo
 
Si è conclusa nella giornata di domenica 20 maggio la tournèe di Caterina Palazzi Sudoku Killer, un’ultima data organizzata dall’associazione Il Tassello e da Spazio Anteprima presso il Museo delle Industrie e del Lavoro Saronnese. Il quartetto guidato dalla contrabbassista vede tra le sue fila Giacomo Ancillotto alla chitarra, Maurizio Chiavaro alla batteria e Sergio Pomante al sax e nelle ultime settimane si sono mossi lungo l’Europa per occuparsi della promozione del nuovo Asperger (seguito di Sudoku Killer del 2010 e Infanticide del 2015). La serata è stata l’occasione per ribadire la voglia di spaziare dei romani, catalizzatori di pulsioni jazz rock e vagiti psichedelici, sperimentalismo e avanguardia noisy, un concentrato esplosivo ma capace di essere anche piuttosto evocativo. Poco più di 1 ora a tratti sorprendente, melting pot di atmosfere e sussulti jazzcore, con lo sguardo tanto all’Europa del nord quanto a grandi nomi come Shellac e John Zorn, senza dimenticare alcune italiche realtà con cui i Sudoku hanno una certa attitudine in comune (vedi NoHayBanda e Zu). La Palazzi, illuminata da un piccolo faro rosso, appare come un’inquieta regina della notte e le sue dita, nonché l’archetto, scivolano sulle corde del suo possente strumento, emanazione simbolica di un oscura poetica fatta di note e scosse elettriche. Il potente substrato ritmico trova in Chiavaro un perfetto interprete ed è la base su cui si muovono la chitarra piena di effetti di Ancillotto e il sax, ora pacato ora veemente di Pomante. Una bellissima serata in cui le note di Asperger hanno confermato la duttilità del progetto e quella sensazione di trovarsi dinnanzi ad una delle realtà più curiose e free del panorama. (Luigi Cattaneo)

 L'immagine può contenere: 4 persone, persone sul palco e spazio al chiuso

giovedì 17 maggio 2018

ZENDEN SAN, Daily Garbage (2017)


Negli ultimi anni di line up formate da solo due elementi ne ho incontrate diverse, dallo sperimentalismo del duo formato da Paolo Spaccamonti e Paul Beauchamp alla durezza dei Rinuncia a Satana?, passando per il jazz etnico di Gianluca Milanese e Nicola Andrioli e il math dei NoHayBanda, ma una coppia ritmica in solitaria per ora non mi era ancora capitata. Gli Zenden San, ossia Fabrizio Giovampietro al basso e Alessandra Fiorini alla batteria, mescolano funky, noise, post e math, risultando convincenti più di quanto mi aspettassi, in un crossover in cui convivono i Devo, i Mr.Bungle, i Primus ma anche i nostrani Zu. I cremonesi rilasciano un flusso ininterrotto di pulsioni variopinte, che non risente particolarmente dell’assenza di un terzo elemento, anche perché vi è un ottimo lavoro sull’effettistica a disposizione e si contraddistingue per le doti tecniche elevate che risultano necessarie per sviluppare un elaborato così pieno di groove, incastri, giochi psichedelici e passaggi prog, sfuriate hard e momenti atmosferici. I quasi quaranta minuti non hanno particolari cali, con i due che si esprimono liberamente, come in una jam dove la fantasia non viene soggiogata da rigidi schemi espressivi, travolgendo l’ascoltatore con la forza dell’impatto, la capacità di sapersi trasformare per poter comunicare certe intenzioni. Un eclettismo che punteggia l’insieme di Daily garbage, un esordio che pur partendo da un background solido e percepibile ha dalla sua la forza delle idee, quelle di due straordinari interpreti dello strumento che probabilmente dal vivo trovano una valvola di sfogo naturale per cotanta potenza espressiva. La Karma Conspiracy non sbaglia un colpo e conferma questa sana attitudine anche con gli Zenden San  , davvero una piacevole sorpresa nell’affollato panorama underground italiano. (Luigi Cattaneo)
 
Interim (Video)
 

mercoledì 16 maggio 2018

BEATRICE ANTOLINI, L'AB (2018)

Risultati immagini per beatrice antolini l'ab
Nuovo disco di inediti per Beatrice Antolini, il quinto per la brava e poliedrica artista maceratese, tra le più interessanti della scena indie nostrana. L’AB è l’ennesima prova eclettica della compositrice, che qui si è parecchio divertita a scrivere tutto da sola, dividendosi tra canto, chitarra, basso, batteria, percussioni, synth, piano e programmazioni elettroniche. Il concept, sulla condizione della società moderna in un’epoca altamente tecnologica, si apre con Insilence, misteriosa e notturna, cala l’ascoltatore nel trip elettronico che contraddistingue il ricco plot narrativo e fa da apripista per i due singoli sin qui estratti, l’ispiratissima Forget to be e la magnetica Second Life, un trittico iniziale davvero notevole. Splendida anche l’eterea Subba, segnata da un contrappunto elettronico raffinato e perfetto per esaltare le dinamiche del pezzo, prima di Until I became, in cui tale componente si fa più dura e Total blank, meno immediata e animata da uno spirito elettrodark. What you want si avvale di una gradevolissima seconda parte strumentale di grande impatto, mentre Beatrice sceglie atmosfera e un maggior tono cantautorale, ma sempre sui generis, per le ottime e conclusive I’m feeling lonely e Beautiful nothing. L’AB è un buonissimo ritorno, un platter in cui l’Antolini non nasconde certe affinità con Bjork, Amanda Palmer, Fever Ray, The Knife e Röyksopp ma espresse con personalità e soprattutto una grande cura per il songwriting, che confermano la cantautrice marchigiana come una delle realtà più curiose del panorama. (Luigi Cattaneo)
 
Second life (Official Video)
 

lunedì 14 maggio 2018

UNIMOTHER 27. AcidoXodica (2018)


Torna a breve distanza da Fiore spietato Piero Ranalli con il suo progetto Unimother 27, monicker con il quale si è sempre più allontanato dalle precedenti esperienze con City Sewen System e Areknames, per abbracciare una psichedelia tout court intrisa di quella Kosmische Musik cara ai corrieri cosmici tedeschi. Questo sesto capitolo è nuovamente improntato sulla sua chitarra (ma Ranalli suona anche il basso e i synth) e sull’apporto percussionistico di Mr. Fist, molto tribale a dire il vero (forse anche troppo). Il platter è a dir poco iridescente, perché trae ispirazione da un sogno, spiegato dallo stesso autore. “Cammino lungo una strada di una città immaginaria e noto che in entrambe le direzioni lo scenario che mi trovo davanti non cambia”. Da qui il titolo del disco e dei brani, che letti in senso inverso non cambiano significato, con la musica che segue questa scia ciclica, ripetitiva, attua a sviluppare un loop in cui ovviamente ci si perde, si resta perplessi anche, un trip imperfetto e astratto che si sviluppa proprio da una realtà onirica. Ossesso è l’inizio topoi dell’album, una base percussiva funge da tappeto per la deviata chitarra di Ranalli, lungo dieci minuti che spiazzano totalmente l’ascoltatore. Tutto il disco in realtà sembra attingere tanto dal Kraut quanto dal genio di Hendrix, una trasposizione in piena libertà dello spirito che animava certe correnti e certi personaggi una cinquantina di anni fa circa, con la chitarra furente del pescarese sempre in primo piano. Proprio l’utilizzo quasi esclusivo della sei corde e delle percussioni è un po’ il limite di AcidoXodica, che proprio quando inserisce altri elementi con più convinzione diviene maggiormente compiuto. Apprezzabili comunque le intenzioni dell’abruzzese di creare un disco free, homemade, psichedelico nella forma e nella sostanza, lontanissimo da questi tempi e liquido come la materia dei sogni. (Luigi Cattaneo)
 
Album Teaser (Video)
 

domenica 13 maggio 2018

I-KAL, The equinox fire (2017)

Risultati immagini per i-kal

Gli I-Kal sono un progetto nato per mano di Luciano Chessa, chitarrista già attivo con gli ottimi IV Luna e propongono un progressive che non disdegna incursioni nel new prog e nell’hard, andando a citare band come Marillion e Anekdoten ma anche il tragitto del guru Steven Wilson e dei suoi vari side. L’aquilano, insieme a Gianpietro Barone (basso), Andrea Casinove (batteria), Jacopo Purificati (voce) e Luca Colangeli (tastiere), ha puntato molto in questo ep d’esordio su un sound ricco di pathos, con strutture progressive attuali (in questo mi hanno ricordato anche i nostrani Proteo e Methodica). L’inizio è affidato a Declaration of healing e da subito si percepisce la qualità del quintetto, che si muove tra passaggi raffinati, umori dark, pulsioni heavy e un buon tessuto strumentale. Anche Blank mirrors ha un certo substrato e ben si sposa con la capacità del gruppo di modulare fraseggi melodici e aggraziati, gli stessi che pervadono il break strumentale di Autumn’s remembrance, come suggerisce il titolo malinconica e dal mood nostalgico. La seconda parte vede prima il grandeur progressivo di Ouroboros, brano dinamico e con parecchie idee al suo interno e poi la conclusiva ed epica title track, che si avvale di un crescendo straordinario in cui emerge la forza interpretativa di Purificati, convincente comunque su tutti e quattro i pezzi cantati. Un ep assolutamente valido e che lascia intravedere, in attesa di un lavoro più corposo, delle potenzialità che fanno ben sperare per il futuro degli abruzzesi. (Luigi Cattaneo)
 
The equinox fire preview
 

martedì 8 maggio 2018

LAEDERBRAUN, Ade (2017)


Nativi di Lecco, dopo l’ep Saturnalia del 2009 e Dies Irae del 2010, i Laederbraun arrivano a questo secondo full lenght inserendo la voce femminile di Isabella Conca e il violoncello di Michele Nasatti, che si aggiungono al basso di Gionata Montanelli, alla batteria di Antonio Romano e alle chitarre di Simone Goretti. Ade, prodotto da Fil 1933, è un concentrato di rock italiano, con vagiti hard e progressive settantiano, poco più di trenta minuti in cui la band predilige impatto e grinta come si faceva quando in Italia certa musica ancora aveva spazio. Elettricità a fiumi, hard e virate blues, aggressività e melodia, riff distorti, il tutto con uno sguardo verso un passato che non c’è più ma che il quintetto porta avanti con onestà e fierezza. I nove brani di Ade si susseguono in maniera scorrevole, senza particolari cali e con un paio di picchi sopra la media, a partire dall’iniziale e selvaggia Barracuda, traccia vigorosa e robusta. Anche Vertigine risulta brano deciso ed energico e fa il paio con Son qui per te, trame in cui emerge la personalità della Conca, novella Silvana Aliotta, cantante dei mai dimenticati Circus 2000. Il violoncello apre 21 Gr, per poi esplodere in una seconda parte drammatica e più impetuosa, mentre Marea viaggia su territori quasi hard rock. Della stessa pasta è Virtuale, con la chitarra di Goretti pronta a graffiare e il rock, quello senza fronzoli, si manifesta pure in Spirali. Insomma, un susseguirsi di composizioni ad alto voltaggio che ci conducono verso il finale in cui troviamo prima la gradevole Occhio nudo e poi Instabile, un magnifico momento cupo e potente. Buona prova per i Laederbraun, che in poco più di trenta minuti imbastiscono un lavoro spartiacque della loro pur breve carriera, perché l’inserimento del violoncello (che potrebbe anche essere maggiormente sfruttato in futuro) e di una voce femminile (ottima la prova della Conca) danno quel qualcosa in più allo stile dei lecchesi, forti anche di un songwriting sicuro, che punta giustamente sulla coesione e la compattezza. Per ascoltare e  acquistare l’album potete visitare la pagina https://fil1933group.bandcamp.com/album/laederbraun-ade . (Luigi Cattaneo)

venerdì 4 maggio 2018

CLAUDIO SIGNORILE, Groove experience (2017)


Groove experience segna il ritorno di Claudio Signorile, bassista che contamina il suo amore per la fusion con il rock e il jazz, proprio come alcuni grandi virtuosi dello strumento (paiono decise le influenze di personaggi straordinari come Jaco Pastorius e Victor Wooten). Si parte subito forte con Horizon, brano caratterizzato dall’utilizzo di due bassi (Signorile si occupa delle parti ritmiche e lascia lo spazio solistico al bravissimo Vincenzo Maurogiovanni) e contornato da una spruzzata di elettronica guidata dallo stesso autore, a cui fanno da contraltare le note del piano di Michele Campobasso e il dinamismo di Rha Stranges alla batteria. Veramente un ottimo inizio, seguito da Bass suite, sintesi suprema del pensiero di Signorile, interprete che oltre alle doti tecniche ha la capacità di sviluppare soluzioni melodiche di ampio respiro, un jazz rock di grande presa che si sviluppa anche sulle intuizioni di Francesco Adessi alla chitarra acustica e Aurelio Follieri all’elettrica (musicista che ha da poco rilasciato il buonissimo Overnight). Piacevole Unforgettable, pur se si tratta di una traccia per solo basso, un momento isolato che anticipa la debordante title track, arricchita da trame elettroniche pungenti e dalla batteria di Francesco Dettole, un episodio in duo davvero ottimo. Si torna su binari fusion con la sentita When love ends, in cui Claudio lascia il ruolo solista a Pierluigi Balducci (di cui ricordo con piacere Blue from heaven del 2012) e si avvale di Marcello Leanza, pregevole nel prodigarsi in un solo di sax di grande effetto. Anche Mosaic è davvero interessante, registrata nuovamente in duo, vede Signorile duellare con un aggressivo Follieri all’interno di un contesto in cui l'elettronica risultano tutt’altro che secondaria. In my memory, con Danny Trent alla chitarra acustica, è una delicata composizione che va a chiudere un lavoro che mi sento di consigliare a tutti gli amanti della musica strumentale. (Luigi Cattaneo)
 
Teaser Album (Video)
 

martedì 1 maggio 2018

QUADRI PROGRESSIVI, Jumbo


 
Opera realizzata dall'artista milanese Lorena Trapani, che con tecnica zentangle e l'utilizzo di china e acrilico ha voluto omaggiare gli storici Jumbo.
Per visualizzare o ricevere i lavori di Lorena potete inviare una mail a progressivamenteblog@yahoo.it
 

BLACK HOLE, Evil in the dark (2017)


32 anni di silenzio, una scia oscura, cupa, che mai si è esaurita tra gli appassionati del culto maligno targato Black Hole e che dopo Land of mistery del 1985 e Living mask del 2000 (un postumo con registrazioni di fine anni ’80), torna con il nuovo Evil in the dark, ennesimo capitolo intriso di heavy, elettronica, dark rock e doom. Il leader Robert Measles (voce, basso, chitarra, organo, tastiere e drum machine), affiancato dal chitarrista Michael Sinicus, rilascia questo inatteso come back, frutto di vecchie session di inizio ’90 e nuove idee, sempre mantenendo fede alla sua concezione lo-fi, una caratteristica che da un lato non esalta alcuni interessanti sviluppi sonori ma dall’altro accentua ancora di più l’aurea malsana e ipnotica del progetto, obiettivo probabilmente tra i principali perseguiti dal compositore. Pregi e difetti che emergono sin dall’iniziale e lunga title track, perverso canto funebre con una parte centrale dalla struttura heavy prog e un chorus inquieto a cui partecipa anche Robin Hell alla batteria. Alien woman e la seguente Holy grail confermano l’attitudine misteriosa del gruppo, con break evocativi dettati soprattutto dall’uso interessante dell’organo e delle tastiere e dalla creazione di tenebrosi riff heavy. Doom metal, lento e nero, pervade la fosca Octopus tenebricus, brano che forse avrebbe beneficiato di una maggiore cura in sede di arrangiamento, mentre la strumentale The way of unwitting sembra uscita direttamente dalla soundtrack di un film di genere, mescolando struttura prog a passaggi orrorifici, per quello che sarà uno dei pezzi meglio riusciti del disco. A metà lavoro Measles decide di piazzare due tracce molto lunghe, Astral world, nove minuti strumentali a cavallo tra psichedelia e progressive e X Files, una sorta di suite divisa in due parti in cui forte è la componente elettronica, un crossover di heavy dark e space rock che omaggia Edgar Froese dei Tangerine Dream (soprattutto nella seconda). Inferi domine è una ballata spettrale dominata dall’organo, la long track Dangerous beings è un heavy prog profondo e tetro, prima di Nightmare, dark song strumentale improntata sull’interplay tra l’organo e le ritmiche hard. Chiusura affidata alla breve The final death, epilogo organistico in cui Measles mostra anche le sue doti tecniche. 80 minuti non sempre fluidi, pecca dovuta probabilmente ad una produzione non all’altezza delle intuizioni e ad un uso smodato della drum machine, problematiche che però non hanno intaccato il fascino sinistro dei Black Hole, pressoché immutato nel tempo e che difficilmente scontenterà i fan di vecchia data e tutti coloro che sono legati ai primi Death SS, al Paul Chain solista, al dark prog dei Goad, ai The Black di Mario Di Donato e alle colonne sonore targate Fabio Frizzi. (Luigi Cattaneo)
 
Album Teaser
 

CONCERTI DEL MESE, Maggio 2018

Martedì 1
·Phoenix Again a Provaglio d'Iseo (BS)
·Malibran a Misterbianco (CT)

Venerdì 4
·RanestRane Weekend a Cervia (RA)
·L'Ira del Baccano a Roma
·Feat. Esserelà a Bologna
·Mad Fellaz a Romano d'Ezzelino (VI)

Sabato 5
·RanestRane Weekend a Cervia (RA)
·Not A Good Sign alla Casa di Alex di Milano
·Sezione Frenante al Vapore di Marghera (VE)
·God Is An Astronaut a Milano
·Of New Trolls a Ponte dell'Olio (PC)
·Conqueror a Messina
·The Forty Days a Piombino (LI)

Domenica 6
·Arena a Lugagnano (VR)
·God Is An Astronaut a Bologna
·Frank Sinutre a Loreto (AN)
·Aerostation a Reggio Emilia
·Diraxy al bar Verga di Milano

Lunedì 7
·God Is An Astronaut a Ciampino (Roma)

Mercoledì 9
·Martin Barre a Lugagnano (VR)
·Malibran a Belpasso (CT)
·Osanna a Napoli

Venerdì 11
·Glincolti a Lugo di Vicenza (VI)
·Annie Barbazza a Gandino (BG)
·Kevin Dempsey & Jacqui McShee a Cosenza
·Lingalad a Genova
·feat. Esserelà a Trento

Sabato 12
·PFM a Legnano (MI)
·Accordo dei Contrari + Bocca della Verità a Lugagnano (VR)
·Glincolti a Trebaseleghe (PD)
·Nursery Cryme a Roma
·Ozone Park a Cagliari

Domenica 13
·Phoenix Again a Roma
·Monkey Diet a Bologna
·Banco Del Mutuo Soccorso a Cori (LT)


Venerdì 18
·Squadra Omega a Umbertide (PG)
·Verganti a Moncalieri (TO)
·Muffx a Marghera (VE)
·Opus Avantra a Catanzaro
·David Jackson & Marco Lo Muscio a Cantù (CO)
·Mogador ad Albate (CO)

Sabato 19
·Moonchild Quartet a Milano
·Squadra Omega a Montepulciano (SI)
·Sezione Frenante a Marghera (VE)
·Of New Trolls a Monacilioni (CB)
·Dusk e-B@nd a Bibione Pineda (VE)
·Finister a Firenze
·Beggar's Farm a Basaluzzo (AL)
·Gazzara Plays Genesis a Milano
·O.A.K. a Roma
·Torso Virile Colossale a Reggio Emilia
·Il Giardino Onirico a Fabrica di Roma (VT)

Lunedì 21
·PFM a Pescara

Martedì 22
·PFM a Casanova di Carinola (CE)
·Talking Drum a Milano

Giovedì 24
·Circus Maximus a Roma
·Dropshard+Diraxy a Milano
·Saint Just a Roma
·Phlox a Venezia

Venerdì 25
·Campo Magnetico ad Albignasego (PD)
·Circus Maximus a Brescia
·Tony Pagliuca a Lugagnano (VR)
·Mr. Punch a Roma
·Osanna a Poggiomarino (NA)
·Beggar's Farm a Valenza (AL)

Sabato 26
·Phlox+Parco Lambro a Milano
·3C a Lugagnano (VR)
·Circus Maximus a Bologna
·Dancing Knights a Calcata (VT)
·Osanna a Caserta
·Lachesis a Brivio (LC)
·Mad Fellaz a Camposampiero (PD)
·Roccaforte a Roreto di Cherasco (CN)

Domenica 27
·Arturo Stàlteri a Vicenza
·PFM ad Agira (EN)

Giovedì 31
·FIM - Fiera della Musica a Milano
·Aldo Tagliapietra a Lugagnano (VR)
·Balletto di Bronzo a Roma
·Arturo Stàlteri a Pontassieve (FI)
·Prometheo a Bari
 

venerdì 27 aprile 2018

YELLOW CIRCLES, Kintsugi (2017)



Kintsugi, ovvero riparare con l’oro un oggetto di ceramica rotto. Qui di rotto non vi è nulla ma di dorato sì, ossia il talento di quattro giovani musicisti di Milano, Stefano Carpentiero (piano e tastiere), Dario Rotolo (basso e contrabbasso), Veronica Volino (voce) e Lorenzo Montalbetti (batteria), che sotto il monicker Yellow Circles offrono un esordio (Kintsugi per l’appunto), brillante esempio di crossover tra soul, contemporay R&B, funk e jazz. Lo sguardo verso il passato rievoca tanto la black music degli anni ’70 quanto alcune interpreti che conobbero l’apice creativo nelle decadi seguenti come i Sade, Rachelle Ferrell e Oleta Adams, pur non dimenticando di proiettare un certo sound nel clima contemporaneo, ricordando la classe esecutiva delle più attuali Macy Gray e Alicia Keys. Il groove insito nel genere incontra fraseggi jazz ad appannaggio del prezioso tocco di Carpentiero e dell’utilizzo intelligente dei fiati (Cosimo Pignataro alla tromba, Nick Rizzi al sax tenore e Matteo Fratocchi al trombone), un mood retrò che colpisce per tecnica e pulizia esecutiva (basti ascoltare le iniziali You know that e Muse). Le ritmiche funkeggianti di un’affiatata coppia ritmica e la voce corposa e suadente della Volino completano un quadro davvero piacevole, in cui l’interplay tra le parti crea un gioco di dinamiche che non conosce sosta e si sviluppa all’interno di un percorso dove le varie influenze accrescono il valore di un opera prima che esalta la capacità di songwriting del quartetto. Mi preme citare infine la presenza di Marco Punzi alla chitarra nello strumentale The way to one, che mi ha ricordato alcune partiture di Eumir Deodato e quella non meno significativa di Silvio Pontiggia alla tromba nello splendido finale di A quarter more, buonissimo epitaffio di un un debut davvero interessante. (Luigi Cattaneo)
 
Di seguito il link per ascoltare e acquistare l'album  https://yellowcircles.bandcamp.com/    

giovedì 26 aprile 2018

VISIONOIR, The waving flame of oblivion (2017)


Visionoir è l’alter ego musicale di Alessandro Sicur, un progetto che parte da lontano, che trova le sue radici nel 1998, quando il polistrumentista friulano incide insieme al chitarrista Mattia Pascolini il demo Through the inner gate. Dopo l’esperienza proprio con Pascolini nei Blind Mirror (è del 2001 Above the stars), Sicur rielabora il materiale raccolto negli ultimi 15 anni per pubblicare l’attuale The waving flame of oblivion. L’autore per questo debut sceglie di utilizzare le voci di alcuni poeti e pensatori del ‘900 (Artaud, Ezra Pound, Dylan Thomas, T.S. Eliot), che risultano molto evocative nel substrato strumentale progressivo dell’album, scritto, suonato e registrato dal solo Alessandro, che si è destreggiato con abilità alla chitarra, alle tastiere, al piano, al basso e alla batteria elettronica. Il background heavy sposa le intuizioni prog del songwriting, che ben si palesano nelle intricate e suggestive The hollow men e The discouraging doctrine of chances, brani sorretti da riff di chitarra calibrati e potenti, un vero marchio di fabbrica del modus operandi targato Visionoir. Soprattutto la prima appare come una delle più significative del disco, esemplificativa di uno stile che ingloba prog, metal, atmosfera goth e fruibilità. Anche quando emergono i synth come in Shadowplay o nell’iniziale Distant karma, il sound rimane ancorato all’hard prog, con riferimenti ai Goblin ma anche alle oscurità di Katatonia e Tiamat. Un certo mood dark accompagna anche Godspeed Radio Galaxy, che definire una bonus track, come indicato nell’album, è molto riduttivo vista la qualità della composizione. La drammatica ma vigorosa Electro-Choc conferma l’attitudine dell’autore a creare in piena libertà, così come molto interessanti risultano 7ven, un prog metal complesso e raffinato, Coldwaves, dominata da un raffinato lavoro sulle tastiere e A few more steps, delicata e introspettiva. The waving flame of oblivion rappresenta la chiusura di un cerchio, un racconto iniziato due decadi fa e che finalmente vede la luce, un percorso lungo e tortuoso che merita di essere portato avanti con ambizione e continuità. (Luigi Cattaneo)
 
The discouraging doctrine of chances (Video)
 

lunedì 23 aprile 2018

DIRAXY, The great escape (2017)


The great escape è il nuovo album dei Diraxy, band di cui ci occupiamo sin dal primo ep di qualche anno fa, un ritorno caratterizzato dalla scelta di comporre un ambizioso concept sulla figura di Jinan Badel (vittima di soprusi da parte dell’Isis in Iraq) dopo il bel debut del 2016. Federica Manenti (voce), Dario Freddi (voce e tastiere), Daniele Romanato (chitarra), Marco Le Grazie (chitarra), Andrea Arrotta (basso) e Paolo Ossoli (batteria) si muovono lungo le coordinate di un metal pesante e aggressivo che ingloba il djent e il math rock ma non dimentica la lezione melodica del progressive rock. Questo come back esce per la Fil 1933 e mostra un ensemble dotato tecnicamente e anche più raffinato rispetto al recente passato, con la classica alternanza tra cantato pulito e parti in growl (mai troppo eccessive a dire il vero) che ha il pregio di sviluppare atmosfere inquiete e misteriose. Bordate heavy e cadenzati passaggi si sviluppano senza sosta all’interno di un quadro complesso ma che potrebbe incuriosire anche chi è meno avvezzo a certe potenti sonorità, basti pensare a brani come Hideout, oscura e progressiva al punto giusto, l’ottima Shelter, episodio tra i più interessanti del racconto o la gradevole Lie to me. Colpisce l’elaborazione di Melek Taus, contornato da un arrangiamento dai tratti mediorientali plasmato con disinvoltura dai milanesi, mentre la solidità strutturale della narrazione emerge nelle buonissime Fooling gravity e The way out, tracce notevoli per scrittura, feeling e veemenza. The great escape è quindi il graditissimo ritorno di una band in crescita, che si abbevera dalla fonte di gruppi oramai storici come Opeth e Porcupine Tree ma non disdegna affatto certe nuove leve che rispondono al nome di Haken e Tesseract, un connubio forse abusato ultimamente ma assolutamente credibile quando le idee messe sul piatto sono di tale fattura. (Luigi Cattaneo)
 
The way out (Official Video)
 


 
 
 

giovedì 19 aprile 2018

MONOLITHIC ELEPHANT, Monolithic Elephant (2017)


Arrivano all’esordio i Monolithic Elephant, trio milanese attivo dal 2014 e formato da Andrea Ravasi (chitarra e voce), Alessandro Riva (basso, synth e voce) e Santo Carone (batteria). Il suono del gruppo è decisamente viscerale, a tratti luciferino, si carica spesso di una cupezza che sa essere affascinante, una grazia sinistra che si manifesta lungo quasi 70 minuti grevi, forieri di una tensione elettrica che non lascia scampo. Il trio si muove come in una malsana jam, producendo trip acidi che profumano di mantra psichedelici sepolcrali, mentre fumose e fosche pulsioni stoner incontrano i lugubri dettami del doom, un vortice che rievoca plumbei fasti settantiani. Caratteristiche presenti sin dall’iniziale Moloch, un sabba oscuro in cui imperversano heavy e doom, una partenza satura che lascia poi spazio a The unbaptized and the virtuous pagans, una suite divisa in due parti a formare mezz’ora di grandissima musica, apice creativo intriso di psichedelia e capace di toccare tutti i lidi in cui si muove con sicurezza il gruppo. Potente e aggressiva Drawing minds, che in 9 minuti alterna stoner e fraseggi psych, per un risultato globale ancora convincente. Carnival of souls è un episodio più immediato, le trame hard induriscono la proposta, che si fa compatta e robusta, prima dell’epico e lungo finale di Spleen mountain’s giants, vintage, psichedelica e di grande impatto, perfetta conclusione di un disco di non facile assimilazione ma davvero di grande livello. (Luigi Cattaneo)
 
 
 

mercoledì 18 aprile 2018

GIANLUCA MAGRI, Reborn (2018)


Reborn è il primo lavoro di Gianluca Magri, chitarrista già in forza nella metal band Phaith, con la quale aveva pubblicato Redrumorder nel 2011. Finita l’esperienza di gruppo, Gianluca nell’autunno dell’anno passato decide di registrare questo ep a suo nome interamente strumentale, facendosi accompagnare da Diego Maioni al basso e Raffaele Fiori alla batteria. La musica di Magri è un omaggio agli ascolti di una vita, si colora delle trame care a Joe Satriani, lambisce il rock blues di Gary Moore e non dimentica la lezione storica dei Whitesnake. Snowballed apre l’ep, un hard rock di grande impatto, potente e maestoso, un mood che concede il bis nella successiva Cloudbreaker, pezzo che riporta al periodo della band madre e si contraddistingue per un incedere epico ed heavy davvero notevole. La title track si lascia alle spalle una gradevole tinta bluesy, seppure siamo comunque in territori rock pulsanti e molto trascinanti. La frizzante A.D.R. mostra un trio affiatato e capace di divertirsi, mentre il finale di Atlas bound è un tributo acustico a Jimmy Page e ai Led Zeppelin, una ballata delicata perfetta per chiudere una prima prova breve ma interessante. (Luigi Cattaneo)

Reborn (Video)

https://www.youtube.com/watch?v=j9OwHr42PFA

 

martedì 17 aprile 2018

MINDFEELS, Xxenty (2017)

Risultati immagini per mindfeels xxenty
Xxenty è il debut album dei Mindfeels, un concentrato di Aor che come vuole la tradizione del genere vive di grandiosi spunti melodici e una tecnica di base non indifferente, caratteristiche che ritroviamo anche in seno a questo piacevolissimo esordio. Nati nel lontano 1994 con il nome Dejanira, si proponevano come cover band dei Toto, nome tutelare della scena mondiale e linea guida anche della produzione inedita e attuale dei piemontesi formati da Davide Gilardino (voce), Luca Carlomagno (chitarra e synth), Roberto Barazzotto (basso) e Italo Graziana (batteria). L’assenza di novità di sorta personalmente non inficia il mio giudizio sulla grandezza dell’ensemble, che tra l’altro non fa proprio nulla per nascondere l’amore per il gruppo americano sin dalle prime battute. Oltre ai Toto qua e là si percepiscono echi di Survivor, tocchi hard rock, fraseggi che rimandano agli Yes di 90125 e ai Saga, il tutto amalgamato con grande attenzione per il dettaglio, anche minimo. L’album scorre via senza intoppi, è decisamente godibile e mostra una band all’altezza della situazione, conscia dei propri mezzi e di cosa vuole comunicare, complice la capacità di saper scrivere brani immediati ma non di semplice costruzione. Parlare di piccola rivelazione all’interno del panorama è forse eccessivo ma la qualità dei piemontesi è davvero innegabile e tocca un po’ tutti gli ambiti, dalla cura per gli arrangiamenti al songwriting, passando per prove singole decisamente efficaci. I brani mostrano tutta l’esperienza e l’eleganza dei musicisti, che meriterebbero, come tanti artisti di cui abbiamo raccontato in questi anni, di ben altri palcoscenici e sicuramente di una maggiore visibilità. (Luigi Cattaneo)
 
Official Album Teaser
 

lunedì 16 aprile 2018

VENEGONI & CO. Canvas (2017)


Torna uno dei decani del jazz rock progressivo italiano, quel Gigi Venegoni che ricordiamo per la sua militanza storica negli Arti & Mestieri e per pagine solistiche di assoluto valore come Sarabanda o Rumore Rosso. Il nuovo doppio album, Canvas, è la summa del Venegoni pensiero del 2018, un mirabile concentrato di acoustic folk, jazz, world e progressive in cui Gigi si è avvalso di una squadra di musicisti davvero di altissimo livello e si è destreggiato come sempre magnificamente alla chitarra (spesso una Lowden Nylon), alle tastiere e alle percussioni. La partenza è affidata a Il sarto di Rio, una bossa in cui spicca la presenza di Jason Rebello al piano (uno Stenway acustico), musicista che ha lavorato anche con Jeff Beck e Sting. La seguente Le lune e il falò incanta con le note dolci del piano di Piero Mortara, una composizione delicata in cui emerge anche il tocco sensibile della coppia ritmica formata da Roberto Puggioni al basso e Federico Ariano alla batteria. Piacevolissima anche 7 Anèis, decisamente folkeggiante grazie alla fisarmonica di Mortara, prima della breve Canvas 01: Train de vie e soprattutto di May be, tra i brani migliori dell’album e con uno spiccato accento jazz. Ci si sposta in Sud America con la buona Inzolia Bajòn, molto tenue è Finisterre, mentre si torna a parlare il linguaggio del jazz con l’ottima Santa Fe. L’attimo di Canvas 02: Lullaby e la lunga Cafè, con i suoi quasi 9 minuti vorticosi e pieni di intuizioni, chiudono la prima parte dell’opera in maniera impeccabile. Mortara si divide al piano e alla fisarmonica in Kaleidomar, bel pezzo che apre la seconda parte, un mood che accompagna anche la buonissima Balòn, traccia in cui Venegoni mostra tutte le sue doti compositive ma non è da meno Tiritera con le sue fitte trame. Pregevoli anche Sweet song e France’s theme, morbide visioni in cui emerge la grande classe di Venegoni e dei vari strumentisti coinvolti, bravissimi anche come autori tra l’altro. In Palhaco fa la sua apparizione il sax soprano di Diego Borotti, strumento che poteva essere utilizzato maggiormente nel corso del lavoro, mentre la musica popolare brasiliana ci accoglie con le note calde di Toninho. Oltre a tanta grazia Venegoni omaggia i Beatles con la riuscita Norvegian wood, prima del finale di La scintildanza, splendido e ricco epitaffio di un disco altamente consigliato. (Luigi Cattaneo)
 
Le lune e il falò (Video)
 

venerdì 13 aprile 2018

SLOW NERVE, Slow Nerve (2017)


La Karma Conspiracy propone questa nuova band di Benevento, gli Slow Nerve, un quartetto nato nel 2016 che oscilla tra psichedelia, post rock e dream pop, eseguito già con una certa maturità visto che ci troviamo dinnanzi ad un debut. Difatti Flaminia Samperi (synth, piano e voce), Antonio Ciaramella (chitarra), Giulio Izzo (basso e voce) e Rocco Pedicini (batteria) idee ne hanno parecchie, forti di un songwriting debitore di Radiohead, Bjork e Blonde Redhead, filtrati con la voglia di osare di chi si sente libero di esprimere la propria arte. L’iniziale Liquid glass è il biglietto da visita, breve e scattante, introduce nel mondo dei campani e nel loro essere trasversali, una caratteristica che ritroveremo lungo i dieci brani del platter. Asia invece è un crossover di dark, rock e psichedelia davvero di grande livello ma non è affatto inferiore The mind is afraid, notturna e misteriosa, manifesta il suo incedere greve e quasi solenne. Libellula conferma la sottile mesta inquietudine generale attraverso l’uso accurato di alienanti synth e la vocalità della Samperi, che si insinua tra le spirali di un dolente episodio post. L’alternative rock fa capolino in Skat ma sempre avvolto da una certa atmosfera dark, così come Virgin, ancora più aggressiva e tirata, si contraddistingue per l’interplay vocale tra Flaminia e Izzo, che finisce per accentuare la verve malinconica dell’ensemble. La breve Waiting è un lieve intermezzo di synth che introduce Amber chain, brano dove ritroviamo Izzo al canto. Il finale ci riserva la piacevole title track e soprattutto l’ottimo strumentale Dive, buonissima chiusura di un disco di qualità e grande impatto emotivo. (Luigi Cattaneo)
 
Album Teaser
 

lunedì 9 aprile 2018

MALMӦ, Manifesto della chimica romantica (2017)


Manifesto della chimica romantica è l’esordio dei Malmö, un album in cui i ragazzi di Caserta hanno puntato molto sulle atmosfere tipiche del post rock, descrivendo con enfasi la loro visione della vita, un concetto alla base di diversi temi presenti in questo bel debut, che si contraddistingue per suoni, crescendo strumentali e parti intrise di lieve malinconia che rispecchiano in toto il mood richiesto dal genere. L’elemento in più che avvicina la musica della band alla forma canzone cantautorale è l’utilizzo costante della voce, in prima linea quasi sempre, un’ottica che li differenzia dalla classica visione del post rock strumentale. Certo la collaborazione per il mastering da parte di Birgir Jòn Birgisson, tra gli artefici del successo dei Sigur Ròs, indica uno dei punti di riferimento focali del quartetto composto da Daniele Ruotolo (voce e chitarra), Vincenzo De Lucia (pianoforte e chitarra), Marco Normando (basso) e Vincenzo Del Vecchio (batteria e glockenspiel) e non meno significativa appare la produzione artistica di Massimo De Vita dei Blindur. Certe influenze si evincono soprattutto quando i casertani si lanciano in brillanti code strumentali atmosferiche, a cui abbinano distorti fraseggi rock e testi molto sentiti, un mood che sicuramente troviamo in centinaia di dischi ma che ancora oggi fa il suo effetto. L’iniziale L’alba di un giorno di festa è perfetta per introdurci nel mondo sonoro dei Malmö, mentre La deriva è il classico brano molto delicato che poi esplode in una bella deflagrazione post. Istintività ruspante e toni gentili colorano anche Il principio di Archimede, così come Polaroid presenta un’amara tenerezza, che poi è il trademark di buona parte del platter. Il pianoforte fa spesso la differenza nelle dinamiche di gruppo e lo confermano piccole chicche come la commovente A chi è lontano, la successiva Jules Verne, che non si discosta dalla dicotomia creatasi tra tocchi tenui e passaggi più tirati e Le regole della resa incondizionata, un vero mantra post rock, con un finale davvero egregio. La buona title track è l’unico episodio strumentale presente, Senza macchie (L’alba di un giorno di festa parte II) e I treni e le scie chiudono in maniera gradevole un primo album apprezzabile nella forma e nei contenuti e che lascia intravedere anche ulteriori margini di miglioramento per un gruppo già ora piuttosto interessante. (Luigi Cattaneo)
 
L'alba di un giorno di festa (Official Video)
 

sabato 7 aprile 2018

HEAVY NIGHT AT THE THEATRE


Risultati immagini per heavy night teatro govi
 
La Black Widow Records e la Cornucopia Agency sono liete di annunciare un evento speciale portando tre bands Heavy Metal  sul palco del prestigioso Teatro Govi di Bolzaneto.
L’Heavy Metal a teatro può forse sembrare una forzatura ma siamo certi che l’esperimento riuscirà perché il materiale che presenteremo è di altisismo livello infatti si esibiranno nell’ordine:
I BLUE DAWN, band genovese giunta al terzo album, promosso e distribuito, come per i precedenti, dalla Black Widow Records.
Il disco s’intitola “Edge of Chaos” e segna una netta crescita dal punto di vista tecnico e della personalità infatti la band appare più sicura e padrona del proprio souind pur senza rinunciare alle loro influenza riscontrabili nei Celtic Frost, Type’O’Negative e Black Sabbath.
Seguiranno i savonesi VANEXA,  maestri indiscussi dell’ Heavy Metal ligure ed una delle prima band italiane a portare il metallo pesante nelle nostra penisola.
L’ultimo album “ Too Heavy to Fly” ha riscosso notevolissimi consensi in tutto il mondo  dimostrando che la classe e la coerenza contano ancora molto.
La band eseguirà i loro pezzi classici, brani tratti dall’ultimo album e magari ci farà la sorpresa di presentare in anteprima qualche nuova composizione che finirà nel prossimo lavoro al quale questi ragazzi stanno già lavorando.
In chiusura arrivano a Genova i piemontesi SECRET SPHERES, reduci da una serie di entusiasmanti concerti in Giappone  dove hanno un seguito di fans scatenati e fedelissimi. 
Il loro sound è un power-metal molto sinfonico dalle influenze progressive.
L’ultimo album “The Nature of Time” è un concept album molto particolare che narra una storia realmente accaduta ad una ragazzina che dopo un tragico incidente ha la possibilità di fare un vero viaggio spirituale.
Musicalmente il lavoro ricalca i classici schemi tipici del gruppo ma se possibile si avvicina ulteriormente al progressive rock e questo non potrà che fare piacere ai cultori del genere.
Grande prestazione vocale dell’ormai affermatissimo Michele Luppi che da qualche anno fà parte dei Whitesnake in veste di tastierista e corista. Tutti i componneti della band si esprimono ad alti livelli ma una nota di rilievo và sicuramente al chitarrista Aldo Lonobile
(anche nei DEATH SS) autore di quasi tutte le musiche.
Quindi avrete capito che l’appuntamento è di quelli da non perdere assolutamente.
Vi aspettiamo al Teatro Govi.
ROCK ON.
 
Inizio concerto ore 20,30.
Prezzo biglietti-15 €
 
Per informazioni ed acquisto biglietti:
TEATRO GOVI
Via Pasquale Pastorino, 23r
Genova
010 740 4707
Oppure
Black Widow Records
Via del Campo, 6 r
16124 Genova
 
 

giovedì 5 aprile 2018

NOHAYBANDA!, NoHayBanda! (2017)

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Attendevo da tempo il ritorno dei NoHayBanda! dopo l’ottimo ultimo album del 2012 e le prime perplessità, scaturite in me dall’assenza di Marcello Allulli al sax, sono subito evaporate al primo ascolto. Fabio Recchia (chitarra, basso e synth) e Lele Tomasi (batteria e trigger) anche in duo non pongono limiti alla loro verve sperimentale, sempre accompagnata dalla capacità di essere incredibilmente concreti, un crossover di intuizioni in cui la componente jazz viene meno a favore di matasse elettroniche, sfuriate math e dilatazioni post. L’afflato core è il collante di certe sfrontate scelte, in bilico tra ardite costruzioni e puro impatto, il tutto sospinto dalla ferrea dote di risultare curiosi e trasversali. La ferocia di alcuni passaggi ricorda gli Zu di Carboniferous, mentre l’inquietudine greve di altri genera un diabolico elettrodark potente e pulsante, puntellati da un songwriting multiforme e che cerca di evadere da punti di riferimento stabili. La resa live data dalla registrazione dal vivo in studio amplifica certi concetti e rende il suono ancora più saturo e devastante, una vera chicca per chi ama perdersi in certi meandri strumentali accostabili non solo ai già citati Zu ma anche a piccole perle dell’italico underground come Malclango, Caterina Palazzi Sudoku Killer o LVTVM. (Luigi Cattaneo)
 
Di seguito il link per ascoltare e acquistare il disco