giovedì 23 marzo 2017

ORLANDO, Ogni cosa accadrà certamente (2016)


Non manca indubbiamente la voglia di comunicare ad Alessandro Orlando, cantautore romano che esordisce con Ogni cosa accadrà certamente (sotto la direzione artistica di Danilo Cherni, impegnato anche alle tastiere e membro di Goblin Rebirth, Fluido Rosa e della band di Antonello Venditti), un album in cui si racconta, narra attraverso testi mirati che divengono corollario di immagini che rimandano a sapori lontani. Non di certo un revival, solo uno sguardo sul passato remoto e prossimo (un po’ di Alberto Fortis, qualche frangente del Cristiano De Andrè più impegnato, il Giancarlo Onorato meno crepuscolare e l’acume melodico di Venditti) che si affaccia sul contemporaneo (senza però blandire l’hype di Calcutta, Motta o Thegiornalisti) risultando credibile e suggestivo. Il tratto è sicuro, complici anche gli ottimi musicisti coinvolti che supportano l’estro di Orlando, sia nei frangenti più cantautorali che in quelli lievemente psichedelici. Quello che emerge è un background ampio che produce un disco sincero pur se non del tutto messo a fuoco, un lavoro dove però l’autore ha curato ogni dettaglio, sia in fase di songwriting che in fase di arrangiamento, elementi che alla lunga possono fare la differenza su prodotti analoghi. Alessandro pone la sua creatività al servizio di brani efficaci e ben strutturati, con alcuni momenti davvero molto interessanti, come Io bevo (Cointreau) o la curiosa … E adesso (entrambe con Fabio Pignatelli al basso), così come colpisce il delicato lavoro di Cristiana Polegri al sax in Semplicemente giusto. Bellissimo il crescendo di Ciò che mi resta (con Maurizio Perfetto alla chitarra), ispirata e coinvolgente è Modi di morire mentre il finale di Le aquile nel cielo chiude nella tradizione un disco gradevole suonato da musicisti di esperienza e qualità. Il primo passo è stato fatto, ora sta ad Orlando trovare continuità nella proposta e provare ad emergere in un mercato discografico sempre più bloccato e assuefatto da scabrosi e mediocri talent. (Luigi Cattaneo)
 
Modi di morire (Video)
 

martedì 21 marzo 2017

PETE OXLEY & NICOLAS MEIER, The colours of time (2016)


The colours of time è un doppio elegantissimo disco firmato dalla coppia di chitarristi formata da Pete Oxley (Gilad Atzmon, John Etheridge, giusto per citare un paio di artisti con cui ha collaborato) e Nicolas Meier (Jeff Beck, Seven7), che qui hanno dato vita a due situazioni diverse ma ugualmente congeniali alla loro visione musicale. Difatti il primo album è in duo e ricalca quanto già di buono avevano fatto nel precedente Chasing tales, mentre il secondo in quartetto con gli ottimi Paul Cavaciuti (Theo Travis, Jim Mullen) alla batteria e Raph Mirzaki (Ross Stanley, Dave O’Higins) al basso si avvicina in parte ad Infinity, ultimo solista di Meier (anche se in quel caso vi era più elettricità). Il percorso è fantasioso e ricco di soluzioni ardite ma non si perde mai di vista la freschezza esecutiva e compositiva, con i brani in quartet che acquisiscono groove e dinamismo. L’impianto strutturale non cambia rispetto al passato, con un intersecarsi di jazz acustico, latin e rock e rimane immutato anche l’alto livello della produzione, mirabile esempio di coesione e ingegno creativo. L’interplay tra i due è oramai mirabile e molto espressivo e la qualità non muta nemmeno quando la formazione si allarga con la sezione ritmica. D’altronde se è vero che lo stile dei due trova piena consapevolezza in brani come Waltz for Dilek, Princes’ Islands (con prelibate reminiscenze turche) o Sahara (segnata dall’accorato uso del glissentar), è pur vero che la classe e la maestria è talmente tanta che le composizioni prendono nuova linfa anche in quartetto e risultano assolutamente credibili (splendide The followers e Looking west). È bene dire che la seconda parte di The colours of time non è formata da inediti ma da pezzi già apparsi su dischi precedenti, rivisitati per l’occasione con l’aiuto dei già citati Cavaciuti e Mizraki e che portano il sound maggiormente vicino alla fusion. Gli album sono due facce della stessa medaglia, con la musica che rimane ispirata e comunicativa per tutti i 18 pezzi presenti e rappresentano una certezza per chi ha apprezzato le ultime fatiche dei due chitarristi inglesi. (Luigi Cattaneo) 
Qui di seguito il link per ascoltare un'intervista di presentazione del disco
 

sabato 18 marzo 2017

WARM MORNING BROTHERS, A bunch of weeds (2016)


 
Una piacevolissima sorpresa questi Warm Morning Brothers, che con A bunch of weeds firmano un album molto interessante in cui si incontrano 50 anni di folk, un racconto che parte da Simon & Garfunkel, tocca la classicità di Burt Bacharach e lambisce il contemporaneo dei Kings of convenience e Dylan Mondegreen. Il disco si mantiene raffinato per tutti i 40 minuti circa di durata, con il duo davvero elegante nel combinare melodie retrò, passaggi nostalgici (e qui gli archi giocano un ruolo non secondario), vintage folk sessantiano e una cura smisurata per l’arrangiamento. Impossibile citare tutti i musicisti coinvolti ma è bene sottolineare il vasto organico con cui si esprimono i piacentini, che utilizzano per queste piccole perle folk pop violino, viola, violoncello, sax, tromba, trombone, organo Hammond (e la lista non è finita … ), tutti suonati da validi musicisti che fiancheggiano in maniera fantasiosa i fratelli Modicamore (Simone e Andrea). Ogni aspetto risulta così gradevole e funzionale allo scorrimento del platter, con alcuni picchi come An ode to hella (cantata da Isabella Varasi), la delicata Dull boy, la suadente The moon on your lips e We’ll meet again (stavolta dietro al microfono c’è Annie Barbazza), che non fanno altro che confermare quanto di buono era emerso nelle precedenti produzioni. A bunch of weeds è un disco denso, ricco di chiaroscuri, capace di oscillare tra lievi malinconie e bozzetti festosi e segna il passo più importante della pur giovane carriera del duo piacentino. (Luigi Cattaneo)
 
Cumberland Street (video)
 

giovedì 16 marzo 2017

FLUIDO ROSA, Le vie dei sogni (2016)


L’idea dietro il concept di debutto dei Fluido Rosa è di riuscire a descrivere le dimensioni del sogno, raccontare i viaggi che porta in dote la notte, un contenuto onirico che può apparire concreto e confondersi con la realtà. Il gruppo ha ben miscelato canzone d’autore, pop e progressive, con qualche puntata nella psichedelia floydiana dettata dalla ventennale carriera come tribute band degli inglesi. D’altronde il connubio tra frangenti più complessi e altri decisamente immediati e melodici nasce anche in virtù del fatto che l’ensemble è composto sia da musicisti di estrazione prog che da session spesso impegnati nel mondo della musica leggera. La line up difatti è formata da Danilo Cherni alle tastiere (Goblin Rebirth, Michele Zarrillo, Antonello Venditti), Maurizio Perfetto alle chitarre (anche lui con Venditti e Zarrillo), Gabriele Marciano alla voce, Adriano Lo Giudice al basso (Venditti, Zarrillo ma anche Patty Pravo), Derek Wilson alla batteria (bravissimo interprete per Zucchero, Vangelis e del compianto Keith Emerson), Roberta Lombardini alla voce e alla tromba (Little Tony, Tormento) e Cristiana Polegri al sax e alla voce (Mario Biondi). Il disco è di buona fattura e attinge proprio dal percorso personale dei musicisti coinvolti, sia come stimati session che come cover band dei leggendari Pink Floyd. I romani scelgono di puntare molto sulla forma canzone, ovviamente ben suonata e arrangiata ottimamente da grandi professionisti del settore, prediligendo in diversi momenti un approccio pop e cantautorale che sa essere raffinato e suggestivo. Lungo gli 11 pezzi di Le vie dei sogni incontriamo quindi la fruibilità di Venditti, la fantasia trasversale dei New Trolls, il tocco elegante dei Pooh e lo spirito progressivo della P.F.M., elementi che si manifestano sin dall’iniziale DNA. Anche la title track non disdegna certi riferimenti, colti pure nella successiva Example 10, così come puntano molto su melodie catchy Antitesi e IVST, brani che si insinuano sottopelle da subito. Strade è un altro momento ammaliante, complice anche la voce della Lombardini, prima di Ipazia, forse la traccia più progressiva del disco. Molto sentita Lamento in morte di Garcia Lorca (stavolta c’è la Polegri al microfono, anche lei impeccabile), curiosa invece Res viva, mentre La storia degli ultimi è una composizione che conferma l’attenzione per frangenti delicati e tenui. Chiude la brevissima e acustica A Sylvia, epitaffio di un platter molto gradevole e sicuramente legato alla canzone autorale più che al rock progressivo. (Luigi Cattaneo)
 
Antitesi (Video)
 

domenica 12 marzo 2017

BERGAMO JAZZ FESTIVAL 2017



Domenica 19 marzo 2017
Jazz Featuring | In collaborazione con Pigmenti
Jazz Pigmented
In occasione di Bergamo Jazz, l’artista spagnolo Zesar Bahamonte realizzerà un’opera dedicata al Festival su una parete di un edificio in città che verrà svelato in prossimità del Festival.


Ore 15.30-19.00 – Auditorium di Piazza della Libertà
Jazz Featuring | In collaborazione con BERGAMO FILM MEETING e PIGMENTI
BERGAMO FILM MEETING INAUGURA BERGAMO JAZZ
ore 15.30        Film NowherE to go (Senza domani)
di Seth Holt (1958, 89’), colonna sonora Dizzy Reece
ore 17.30        TRACANNA – BONNOT – CECCHETTO “DROPS
sonorizzazione del film Paris qui Dort di René Clair (1925, 35′)
ore 18.15        PIGMENTI presenta DROPSfeaturing Zësar Bahamonte         
Tino Tracanna (sax tenore e soprano), WalterBonnot” Buonanno (elettronica), Roberto Cecchetto (chitarra)
Guests: Awa Fall (voce), Andrea Baronchelli (trombone), Zësar Bahamonte (live painting)
Biglietti: € 7,00


Mercoledì 22 marzo 2017Ore 18.00 – Ridotto Gavazzeni Teatro Donizetti
Jazz Featuring
JAZZ EXHIBITION
IL JAZZ DI RICCARDO SCHWAMENTHAL tra composizione e improvvisazione
Inaugurazione della mostra fotografica a cura di Luciano Rossetti.
La mostra rimarrà aperta fino al 9 aprile secondo i seguenti giorni e orari:
dal 23 al 26 marzo | 1 e 2 aprile | 8 aprile            ore 15.00-19.00
La mostra sarà inoltre visitabile durante le sere di spettacolo dal pubblico presente in sala.


Dal 23 al 25 marzo 2017
Ore 9.00-12.00 | Auditorium di Piazza della Libertà
Jazz Featuring | In collaborazione con CDpM Europe
JAZZ SCHOOL
Duke Ellington: A New World A-Coming
con CDpM Europe Big Band
Gabriele Comeglio (direzione e arrangiamenti), Sergio Orlandi (prima tromba), Claudio Angeleri (pianoforte), Paola Milzani (voce), Luca Pelliccioli, Gaetano Locoli, Paolo Simone (tromba), Andrea Andreoli, Pierluigi Salvi (trombone), Gabriele Comeglio, Andrea Ocera, Marco Gotti, Andrea Mocchi (sassofoni), Carlo Barcella (chitarra), Chiara Bianchi, Marco Doldi, Simone Pagani (basso), Luca Bongiovanni (batteria)
Incontri didattici riservati agli studenti delle scuole primarie e secondarie di Bergamo e provincia.


Giovedì 23 marzo 2017
Ore 18.00  Caffè della Funicolare
Scintille di Jazz
TRI(O)TTICO
Federico Calcagno (clarinetto, clarinetto basso), Davide Sartori (chitarra), Victoria Kirilova (contrabbasso)
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Ore 19.00-21.00  Bergamo Alta
Jazz Featuring | In collaborazione con Comunità delle Botteghe Bergamo Alta
CORSAROLA STREET JAZZ FOOD
In occasione di Bergamo Jazz, la Corsarola sarà teatro di una degustazione enogastronomica dedicata al Festival Jazz. Davanti ai ristoranti del Borgo antico, verranno allestiti spazi dedicati alla degustazione di piatti ispirati alle origini della musica jazz, secondo l’interpretazione personale di cuochi e chef. Durante tutto il week end sarà poi possibile degustare questi piatti all’interno dei ristoranti aderenti all’iniziativa.
Ore 21.00 | Teatro Sociale
Jazz al Sociale

RUDY ROYSTON OriOn triO 
Jon Irabagon (sax tenore e soprano), Yasushi Nakamura (contrabbasso), Rudy Royston (batteria)
FRANCESCO BEARZATTI TINISSIMA QUARTET
Francesco Bearzatti (sax tenore), Giovanni Falzone (tromba), Danilo Gallo (basso elettrico, elettronica), Zeno De Rossi (batteria)
 Biglietti: Intero € 10,00 | Ridotto € 7,50
Ore 23.30 | The Tucans Pub
Scintille di Jazz | Dopo Festival
ROBERTO FRASSINI MONETA QUARTET “About Silence
Gabriele Mitelli (tromba), Francesco Ganassin (clarinetto), Roberto Frassini Moneta (contrabbasso), Nelide Bandello (batteria)
Ingresso libero fino ad esaurimento posti


Venerdì 24 marzo 2017
Ore 18.00 | Biblioteca Angelo Mai
Jazz in Città
 
EVAN PARKER SOLO    
Evan Parker (sax tenore e soprano)
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Ore 19.00 | Biblioteca Angelo Mai
Jazz Featuring | In collaborazione con Libreria IBS + Libraccio Bergamo
Jazz Book  
Conversazioni con Steve Lacy
Interviene Francesco Martinelli
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Ore 21.00 | Teatro Donizetti
Jazz al Donizetti | In abbonamento
BILL FRISELL – KENNY WOLLESEN DUO
Bill Frisell (chitarra), Kenny Wollesen (batteria)
REGINA CARTER “Simply Ella
Regina Carter (violino), Marvin Sewell (chitarra), Jesse Murphy (contrabbasso), Alvester Garnett (batteria)
Biglietti: Intero da € 9,00 a € 34,00 | Ridotto da € 7,00 a € 25,00
Ore 23.30 | Balzer
Scintille di Jazz | Dopo Festival
TOMMASO LANDO TRIO
Tommaso Lando (chitarra), Marco Rottoli (contrabbasso), Federico Donati (batteria)
Ingresso libero fino ad esaurimento posti


Sabato 25 marzo 2017
Ore 11.00 | Accademia Carrara
Jazz in Città
ERNST REIJSEGER CELLO SOLO
Ernst Reijseger (violoncello)
Ingresso libero con biglietto della mostra: Intero € 10,00 | Ridotto € 8,00
Ore 15.00 | Chiostro di Santa Marta
Scintille di Jazz
ANDREA ANDREOLI QUINTET
Andrea Andreoli (trombone), Alessandro Bottacchiari (tromba), Antonio Vivenzio (tastiera), Sandro Massazza (contrabbasso), Vittorio Marinoni (batteria)
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Ore 17.00 | Auditorium di Piazza della Libertà
Jazz in Città
CHRISTIAN WALLUMRǾD ENSEMBLEChristian Wallumrød (pianoforte, harmonium, toy piano), Eivind Lønning (tromba), Espen Reinertsen (sax tenore), Katrine Schiøtt (violoncello), Per Oddvar Johansen (batteria, vibrafono)
Biglietti: Intero € 10,00 | Ridotto € 7,50
Ore 18.30 | Sala Riccardi Teatro Donizetti
Jazz Featuring | In collaborazione con Associazione I-Jazz
Jazz MEETING
A MISURA DI JAZZ
Incontro sulla proposta per una nuova legge per lo spettacolo da vivo
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Ore 21.00 | Teatro Donizetti
Jazz al Donizetti | In abbonamento
WILLIAM PARKER ORGAN QUARTET: “Explorations”
James Brandon Lewis (sax tenore), Cooper Moore (organo, tastiere), William Parker (contrabbasso), Hamid Drake (batteria, percussioni)

MARILYN MAZUR’S SHAMANIA
Marilyn Mazur (percussioni), Josefine Cronholm (voce, percussioni), Hildegunn Øiseth (tromba, corno), Lotte Anker (sassofoni), Sissel Vera Pettersen (sassofoni, voce), Lis Wessberg (trombone), Makiko Hirabayashi (pianoforte, tastiere),  Ellen Andrea Wang (contrabbasso), Lisbeth Diers (congas, percussioni), Anna Lund (batteria), Tine Erica Aspaas (danza e coreografie)
Biglietti: Intero da € 9,00 a € 34,00 | Ridotto da € 7,00 a € 25,00
Ore 23.30 | Balzer
Scintille di Jazz | Dopo Festival
GIANLUCA DI IENNO QUARTET
Fulvio Sigurtà (tromba), Gianluca Di Ienno (tastiera), Giulio Corini (contrabbasso), Alessandro Rossi (batteria)
Ingresso libero fino ad esaurimento posti


Domenica 26 marzo 2017
Ore 11.00 | Sala alla Porta Sant’Agostino
Jazz Featuring | In collaborazione con Jazz Club Bergamo
JAZZER 5
Francesco Lento (tromba), Michele Polga (sax tenore), Luca Mannutza (pianoforte), Daniele Sorrentino (contrabbasso), Andrea Nunzi (batteria)
Biglietti: Intero € 10,00 | Ridotto € 7,50
Ore 15.00 | Ex Monastero del Carmine
Scintille di Jazz
CAMILLA BATTAGLIA “Tomorrow”
Camilla Battaglia (voce), Nicolò Ricci (sax tenore), Federico Pierantoni (trombone), Roberto Cecchetto (chitarra), Andrea Lombardini (basso elettrico), Bernardo Guerra (batteria)
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Ore 17.00 | Teatro Sociale
Jazz al Sociale
ANDY SHEPPARD QUARTET “Surrounded by Sea”
Andy Sheppard (sax tenore e soprano), Eivind Aarset (chitarra, elettronica), Michel Benita (contrabbasso), Sebastian Rochford (batteria)
Biglietti: Intero € 10,00 | Ridotto € 7,50
Ore 21.00 | Teatro Donizetti
Jazz al Donizetti | In abbonamento
MELISSA ALDANA           
Melissa Aldana (sax tenore), Pablo Menares (contrabbasso), Craig Weinrib (batteria)
ENRICO PIERANUNZI & THE BRUSSELS JAZZ ORCHESTRA featuring BERT JORIS
“The Music of Enrico Pieranunzi”
Solisti: Enrico Pieranunzi (pianoforte), Bert Joris (tromba)
Orchestra: Frank Vaganee (sax alto e soprano, flauto), Dieter Limbourg (sax alto e soprano, flauto, clarinetto), Kurt Van Herck (sax tenore e soprano, flauto, clarinetto), Bart Defoort (sax tenore e soprano), Bo Van Der Werf (sax baritono, clarinetto basso), Marc Goufroid, Lode Mertens, Ben Fleerakkers  (trombone), Laurent Hendrick (trombone basso), Serge Plume, Nico Schepers, Pierre Drevet, Jeroen Van Malderen (tromba, flicorno), Jos Machtel (contrabbasso), Toni Vitacolonna (batteria)
Biglietti: Intero da € 9,00 a € 34,00 | Ridotto da € 7,00 a € 25,00


 Info: Teatro Donizetti: 035 4160601/602/603


www.teatrodonizetti.it

sabato 11 marzo 2017

IL TUSCO, Il Tusco feat. Luke Smith (2016)


Diego Tuscano è il factotum del progetto Il Tusco, un ensemble completato da Todaro (batteria e voce), AleAlle (basso) e Stefano Trieste (basso), che per l’occasione viene completato dal chitarrista inglese e leader degli Ulysses Luke Smith (impegnato anche alle tastiere e alle percussioni), da Snooky Chivers (hammond) e dal duo di percussioni formato da Julyan Weels Cathedral e Shane Maxymus. Diego non è un novello e sono più di vent’anni che porta in giro il suo nome in band dedite al rock, legandosi in particolare ai SanniDei, gruppo molto apprezzato in Inghilterra con i quali ha sfornato ben sei dischi. Dopo aver collaborato con il cantante torinese Mao nel 2015 (Il Tusco canta e Mao gliele suona!) Tuscano torna con questo nuovo album licenziato dalla Andromeda Relix e registrato a Bristol. Il lavoro ricalca le passioni di Diego, che in poco più di trenta minuti unisce aloni psych, stralci prog e derive beat, facendo incontrare i Cry of Love con il Balletto di Bronzo di Sirio 2222, mostrando un suono che affonda nel passato ma non dimentica il contemporaneo. Il disco è irruento, fresco, istintivo e vitale e come ha avuto modo di sottolineare lo stesso Tuscano è musica libera e senza tempo, che cerca di non avere steccati pur consapevole che le radici sono presenti e importanti per delineare il percorso. Gli otto pezzi scorrono via veloci, sono tutti carichi di stimoli e buone vibrazioni, complici anche le doti individuali dei singoli musicisti e un approccio che non disdegna passaggi veementi che per mood e forza espressiva mi hanno ricordato anche gli EX KGB. L’aspetto propulsivo viene stemperato da una discreta cura melodica che si combina con fraseggi crossover e parti variabili in cui mi ha colpito soprattutto il lavoro sulle ritmiche. L’iniziale Ossesione viene divisa in due parti che vanno a formare un episodio dai tratti hard in cui la chitarra sforna riff calibrati e sostenuti, un brano vagamente oscuro e dall’alone settantiano. Viscerali e impetuosi anche Pulsazioni e Libero, mentre più vicina alla psichedelia è Danzatore nel lurido banco dei pegni, soprattutto nella parte conclusiva che apre scenari inediti. Babilonia della psiche si lascia apprezzare in special modo per il lavoro di Smith e un cantato coinvolgente, prima di Giorni perduti e Nuovo anno zero, due tra i momenti più interessanti del disco e degna conclusione di un platter personale e spontaneo. (Luigi Cattaneo)

Album Teaser

lunedì 6 marzo 2017

Crowdfunding per Il Paradiso degli Orchi & Fabio Zuffanti

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che suonano strumenti musicali, chitarra e sMS

Parte la campagna di crowdfunding per Il Paradiso degli Orchi & Fabio Zuffanti che suoneranno a Quebec City, Canada, al TERRA INCOGNITA FESTIVAL, uno dei più importanti palchi prog mondiali il 21 Maggio 2017, per poi spostarsi a New York per suonare all' ETG Café , a Baltimora all'Orion Studio e a New Jersey alla NJ Proghouse.

Un grande sogno che si avvera e che per essere grandioso ha bisogno anche del vostro aiuto!

Qui di seguito il link per aiutare il progetto!

https://www.indiegogo.com/projects/il-paradiso-degli-orchi-fabio-zuffanti-tour#/

domenica 5 marzo 2017

habelard2, Maybe (2017)


Attivo dal lontano 1977, Sergio Caleca è un tastierista, compositore, chitarrista e bassista, che gli appassionati conoscono soprattutto per la sua militanza negli Ad Maiora, una piccola certezza del progressive italiano contemporaneo con due dischi all’attivo (l’omonimo del 2014 e Repetita Iuvant del 2016). Non tutti sanno che il bravo Caleca ha anche un interessante e prolifica carriera solista sotto lo pseudonimo di habelard2 e che questo Maybe è il terzo disco pubblicato. Rispetto ai primi due episodi in cui il musicista si occupava di tutti gli strumenti, in questo come back Sergio ha scelto di impegnare nelle registrazioni amici della scena prog e il susseguirsi di membri di gruppi come Maxophone, Phoenix Again, Alex Carpani band, Silver Key, Ubi Maior e addirittura gli Ad Maiora al completo ha reso Maybe un prodotto di grande qualità. Buona parte del disco è strumentale, un vintage prog in cui Caleca si destreggia benissimo e che rimanda al periodo storico del genere, con fantasiosi ricami canterburiani e soluzioni sinfoniche gestite con maestria. Si parte con In a bell’s house, sei eleganti minuti in cui il motore ritmico è affidato alla straordinaria coppia formata da Antonio Lorandi dei Phoenix Again al basso ed Enzo Giardina degli Ad Maiora alla batteria. Barlafus è un brano dinamico in cui Giorgio Gabriel dei The Watch si prodiga in un bel lavoro chitarristico, mentre in A lie fa la sua comparsa Joe Sal alla voce, che insieme ad Ettore Salati alla chitarra mi ha ricordato alcune composizioni dei Red Zen. Anche Waiting for a savior presenta una parte vocale, stavolta di competenza di Alberto Ravasini dei Maxophone e rappresenta uno dei pezzi più genesisiani tra i presenti, mentre la lunga Stress è un progressive articolato ma attento all’aspetto melodico. Nella fase centrale Caleca piazza due brevi momenti atmosferici, differenti dagli altri brani, ossia Stringa e Chi era Laynson?, frangenti dove predominano i synth del tastierista coadiuvato dal solo Moreno Piva (Ad Maiora) al basso e il mood generale mi ha riportato alla mente le soundtrack di Fabio Frizzi e il Morricone di Cosa avete fatto a Solange?. Looking for an ashtray è la traccia cantata (da Paolo Callioni, sempre degli Ad Maiora) che mi ha convinto di più, seppure Caleca dimostra di dare il suo meglio in quelle strumentali e Anonimo (di nuovo con Antonio Lorandi) e soprattutto la stupenda title track (nove minuti dove troviamo l’altro Lorandi, Sergio, sempre splendido alla chitarra), sono li a confermarlo. Taste the end, lo dice il titolo, chiude l’album (stavolta alla chitarra c’è Flavio Carnovali) in maniera esemplare. Ci sono altri ospiti, tutti bravissimi, che non ho citato ma che potete scoprire acquistando l’album tramite la pagina bandcamp del progetto https://habelard2.bandcamp.com/album/maybe . (Luigi Cattaneo)

giovedì 2 marzo 2017

TOHPATI ETHNOMISSION, Mata Hati (2016)


L’instancabile Tohpati, di cui ci siamo occupati in passato analizzando Tribal dance (uscito solo a suo nome) del 2014 e Live at Orion con i simakDialog del 2015, torna con i suoi Ethnomission dopo un’assenza di diversi anni (Save the planet risale al 2010). L’indonesiano, come abbiamo visto, non è rimasto con le mani in mano (suonando anche su diversi album di suoi colleghi) e ha collezionato conferme e critiche positive un po’ ovunque, giudizi che non possiamo che confermare per l’ottimo come back a nome Mata Hati, un disco che farà la felicità di quanti conoscono il chitarrista e che ha le carte in regola per conquistare gli appassionati di jazz rock e fusion sparsi per il globo. Il tempo trascorso da Save the planet ha dato ancora più consapevolezza al leader, che qui tocca uno dei suoi massimi livelli, soprattutto per la qualità di pezzi come Janger (con la partecipazione della Czech Symphony Orchestra) o Tanah Emas, una doppietta iniziale esaltante. Il platter vive di momenti di grande tecnica collettiva (completano la line up Indro Hardjodikoro al basso, Diki Suwarjiki al flauto di bamboo e al clarinetto indonesiano, Endang Ramdan alle kendang percussion e Demas Narawangsa alla batteria) a cui non viene mai meno il feeling, una carica vibrante che attinge dalla coesione tra musicisti di spessore che non dimenticano di alimentare il pathos con dinamismo e groove. Il jazz è sì importante per capire come si muove il quintetto ma non bisogna dimenticare il carattere potente di questi suoni, che giocano con il rock etnico (fondamentale il ruolo di Ramdan e Suwarjiki) in nove tracce avventurose, ambiziose e pulsanti. Tohpati si dimostra autore attento nell’alternare frangenti di grande forza con altri più atmosferici, dando il giusto risalto ai suoi compagni (coinvolgenti parti ritmiche e un accorato uso dei fiati) e firmando un lavoro ingegnoso e con pochissimi cali. Eleganza e vigore si spalleggiano e Tophati mostra tutta la sua creatività in brani brillanti in cui l’estro compositivo denota attenzione per gli arrangiamenti e un’elevata cura per fraseggi melodici, complici anche dei musicisti che seguono le idee del leader e costruiscono ricche strutture in cui la musica assume connotati in bilico tra elementi della cultura popolare indonesiana e occidentale. Un equilibrio che solo chi ha tanta esperienza raggiunge (e d’altronde il chitarrista è anche uno stimato session) e che Tohpati ha maturato sul campo, raggiungendo un’abilità non indifferente nel calarsi in contesti diversi. Qualità camaleontiche che rendono la sua proposta ancor più interessante e fantasiosa e che finiscono per impreziosire un ritorno di notevole fattura. (Luigi Cattaneo)

Janger (Video)



mercoledì 1 marzo 2017

CONCERTI DEL MESE, Marzo 2017

Mercoledì 1
·Russian Circles a Bologna

Giovedì 2
·Russian Circles a Roma

Venerdì 3
·Russian Circles a Livorno
·Astralia+Il Rumore Bianco a Padova
·Le Folli Arie a Milano
·Slivovitz a Napoli
·Napoli Centrale a Bologna
·Lachesis a Palazzolo sull'Oglio (BS)
·O.r.K. a S. Donà di Piave (VE)
·Esedra a Catania

Sabato 4
·Russian Circles a Milano
·The Mugshots a Brescia
·So Does Your Mother a Roma
·Napoli Centrale a Firenze

Domenica 5
·Delta a Vedano Olona (VA)

Martedì 7
·O.r.K. a Milano
·Antimatter a Milano

Mercoledì 8
·O.r.K. a Brescia

Giovedì 9
·Lingalad a San Vincenzo (LI)
·Napoli Centrale a Corato (BA)
·Greenwall a Roma
·O.r.K. a Pomigliano d'Arco (NA)

Venerdì 10
·The Watch a Roma
·The Squonk a Taranto
·O.r.K. a Catania
·Profusion a Poggibonsi (SI)

Sabato 11
·La Bocca Della Verità alla Casa di Alex di Milano
·The Watch a Lavello (PZ)
·The Cage a Trofarello (TO)
·Dusk e-B@nd a Rimini
·Dark Ages+The Mugshots a S. Giovanni Lupatoto (VR)
·O.r.K. a Messina

Domenica 12
·O.r.K. a Lamezia Terme (CZ)

Martedì 14
·New Trolls a Firenze
·O.r.K. a Roma

Mercoledì 15
·O.r.K. a Porto S. Elpidio (FM)


Giovedì 16
·O.r.K. a Bologna
·C. Simonetti’s Goblin a Cittanova (RC)

Venerdì 17
·New Trolls a Rimini
·Panther & c.+Telescope Road a Genova
·Tigran Hamasyan a Terni
·C. Simonettiì's Goblin a Catania

Sabato 18
·U-Gene+Kubin a Milano
·Anyway+D.I.Y. a Foligno (PG)
·Cyrax a Desio (MB)
·Tigran Hamasyan a Chiasso (Svizzera)
·Claudio Simonetti's Goblin+Oberon a Palermo
·Sintonia Distorta a S. Angelo Lod. (LO)

Giovedì 23
·Neal Morse Band a Milano
·Faust & The Malchut Orchestra a Soverato (CZ)
·Junkfood a Bologna

Venerdì 24
·Supper's Ready a Bolzano
·Corde Oblique a Napoli
·Eveline’s Dust+Basta! a Pisa
·Lateral Blast a Forano (RI)
·Seldon a Pontassieve (FI)
·Junkfood a Parma

Sabato 25
·Supper's Ready a Bolzano
·Fungus+Outside the Wall a Genova
·Le Orme a Mestre (VE)
·Karnataka+Rumore Bianco a Lugagnano (VR)
·Kalisantrope a Saronno (VA)
·Massimo Giuntoli “Vox populi” a Milano
·Faust & The Malchut Orchestra a Sellia Marina (CZ)
·Banco a Velletri (Roma)
·Invisible Knife a Genova
·Reverie a Roma
·Junkfood a Cusano Milanino (MI)

Domenica 26
·Sezione Frenante a Mestre (VE)
·Karnataka a Roma
·Massimo Giuntoli “Vox populi” a Milano
·Le Orme a Castellucchio (MN)

Mercoledì 29
·Steve Hackett a Torino

Giovedì 30
·Banco a Brescia
·Steve Hackett a Legnano (MI)
·Roberto Cacciapaglia a Follonica (GR)
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Venerdì 31
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domenica 26 febbraio 2017

CLAUDIO FASOLI, Inner Sounds (2016)


Doppia esaltante uscita per Claudio Fasoli, solista dallo stile molto personale che gli appassionati di progressive ricordano soprattutto per la sua militanza negli straordinari Perigeo. Doppia perché il sassofonista firma con Inner Sounds un esaltante libro, sintesi della sua splendida carriera e, non contento, in contemporanea pubblica un nuovo e interessante album con un double quartet di tutto rispetto. Per Fasoli il jazz è sempre stato un punto di partenza, un’attitudine vitale lontana da vacui esercizi accademici che nel corso di una vita lo ha portato a sperimentare linguaggi anche molto differenti tra loro. Il volume racconta proprio di questa sua ricerca della libertà creativa, della voglia di contaminare l’arte e del suo percorso di rinnovamento, dove la curiosità diviene parte integrante del processo creativo. Fasoli approfondisce le tante collaborazioni (tra cui Lee Konitz, Kenny Wheeler, Mario Brunello e Giorgio Gaslini), viene a sua volta raccontato da splendide testimonianze di vita e il tutto assume la veste di un compendio minuzioso in cui si parte dai tipici anni di formazione per passare alla nascita del Perigeo e al periodo jazz rock, ricordando le storiche jam al Capolinea di Milano e le contestazioni dei festival giovanili dell’epoca, anni in cui sperimentare non era un atto marginale. Il libro racconta di un’epoca ma non si sofferma su essa con occhio nostalgico, perché lo sguardo di Claudio è sempre stato proiettato in avanti (d’altronde il veneto è uno stimato docente dei Seminari Internazionali di Jazz a Siena e insegna alla Civica scuola di jazz di Milano). Le note introduttive di Carlo Boccadoro, Franco Caroni e Massimo Donà sono tanto brevi quanto incisive, mentre l’intervista a Claudio, che ripercorre la sua avventura (gli anni ’60, il Perigeo, la ricerca incessante, l’essenza del jazz) è forse il momento più coinvolgente dell’intera opera. Anche gli scritti di Fasoli rappresentano un lungo frangente del libro, brevi saggi su John Coltrane, Sonny Rollins, Wayne Shorter, Lee Konitz, le realtà odierne (giusto per citarne qualcuno), mentre il finale è completato da alcuni punti di vista di altri artisti sul sassofonista, una ricca galleria fotografica e la discografia completa di Claudio (vera chicca per gli appassionati).
Inner sounds. Nell'orbita del jazz e della musica libera
Ho pensato di arrivare a dare a quasi ogni musicista la possibilità di esprimersi in un territorio sonoro scelto solo per lui: questo ha portato ad una moltiplicazione delle situazioni musicali e a brani politematici con la studiata volontà di accostare atmosfere le più lontane fra loro. Queste le parole di Claudio per descrivere Inner Sounds, platter in cui si sono uniti il Quartetto Four e il Quartetto Samadhi per creare un percorso suggestivo e che vive delle intuizioni non solo del leader ma anche dei tanti strumentisti coinvolti (oltre a Fasoli impegnato al sax tenore e soprano troviamo Michael Gassmann alla tromba, Michele Calgaro alla chitarra, Lorenzo Calgaro al contrabbasso, Gianni Bertoncini alla batteria, Michelangelo Decorato al piano, Andrea Lamacchia al contrabbasso e Marco Zanoli alla batteria). Il groove ritmico è essenziale ma dinamico e sposa strutture fantasiose e oblique, che permettono all’album di essere un altro egregio capitolo nella lunga carriera del sassofonista. Chi ci legge vorrà sapere se è rimasto qualcosa del Perigeo. Stilisticamente Fasoli si è allontanato da quei suoni da molti anni ma lo spirito è ancora quello, ossia utilizzare il jazz per andare a scoprire o immaginare altro, essere consapevole di una certa grammatica musicale tentando di innervarla di nuove pulsioni. Sebbene fortemente ispirata da Horae Canonicae di Wystan Hugh Auden e in relazione con il testo del poeta inglese, la musica del disconon rivela nessun legame con i ritmi del procedere poetico, non è descrittiva … si potrebbe parlare di un commento musicale intimo e riflessivo … non cerco necessariamente la coerenza e so di rischiare abbastanza. Queste piccole frasi del libro danno l’idea di come il veneto non sia uno di quei musicisti ancorato a delle certezze sempre uguali e di come sviluppi un jazz dai tratti noir che oscilla tra soluzioni criptiche ed altre maggiormente comunicative, articolando le composizioni in modo decisamente strutturato. Ovvio che in un tale crogiuolo di soluzioni tutto diviene molto carico di impulsi e il lavoro di squadra diviene fondamentale per la riuscita di un discorso coerente ed organico, a maggior ragione quando si lasciano aperte più porte per sperimentare e creare. Fasoli d’altronde ha sempre puntato sul suo estro, pur essendo rigoroso e puntiglioso nel creare partiture complesse che hanno bisogno di interpreti adeguati, non solo per essere eseguite ma anche comprese e capite. Se siete amanti del jazz e del percorso del sassofonista l’accoppiata libro più cd è un regalo al quale non vi potete assolutamente sottrarre. (Luigi Cattaneo)


    

mercoledì 22 febbraio 2017

EGIDIO MAGGIO, Me (2015)


Conosciuto soprattutto dagli appassionati di chitarra, Egidio Maggio nel corso della sua carriera ha collaborato con personaggi importanti della scena italiana e internazionale (Gegè Telesforo, Mia Martini, Mariella Nava, Dionne Warwick), prima di arrivare a firmare con Me il primo capitolo della sua carriera solista. Musicista di grande talento, contornato da professionisti altrettanto validi e che hanno dato forza e impeto alle dieci tracce strumentali di questo debut che si contraddistingue per la capacità di toccare più stili (jazz rock, fusion, qualche sfuriata quasi hard, alcuni passaggi blues). L’album è suonato magnificamente e mi ha colpito la capacità di Maggio di creare composizioni dove non emerge solo la sua chitarra, prediligendo un approccio che favorisca un lavoro d’equipe, senza tralasciare gli ovvi virtuosismi richiesti dal genere ma codificati per arrivare ad un risultato musicale globale che sia comunicativo e non tralasci il pathos. Egidio sceglie quindi un linguaggio che parte dalla fusion ma che non ripiega su essa, anzi, si fa foriero di stimoli versatili, punteggiato di note prese in prestito da altri generi e lo fa con classe e maestria. Il tarantino sceglie libertà di esecuzione, colora la sua musica utilizzando tecnica e cuore, non pone limiti all’estro eliminando calcoli e strategie. Sforna quindi un disco che non è pensato solo per gli appassionati dello strumento (aspetto non secondario) ma ideale per gli amanti delle escursioni strumentali tout court. Dopo l’intro iniziale (Preludio), si parte alla grande con And now we go to the dance, ideale con la sua energia e forza per aprire il platter. La doppietta formata da Chitachia e Chico rappresenta un viaggio nel mondo sonoro di Egidio (le lievi percussioni, i tocchi tastieristici), mentre Your eyes per feeling e cura melodica è uno degli apici di Me. Più prorompenti My sexy guitars e Tour, adattissime per il contesto live, così come Paranoid (l’unica con una parte vocale) è un altro momento vitale e intenso. Chickoria sembra omaggiare sin dal titolo il funambolico pianista statunitense (e d’altronde nel disco aleggia qualcosa dei Return to Forever e dell’Elektric Band), prima della conclusiva dolcezza di In the other life in a new light, che chiude un esordio davvero di ottimo livello. (Luigi Cattaneo)

My sexy guitars (Live)

domenica 19 febbraio 2017

TOM MOTO, Allob Allen (2014)


I Tom Moto nascono sul finire del 2006 e registrano già dopo pochi mesi un primo demo con 4 pezzi, segno di idee chiare e di una precisa scelta stilistica operata in sede di creazione della line up. Una certa convinzione che li porta ben presto a suonare con realtà più affermate come Morkobot, Zu e Mombu, ensemble vicini per background al gruppo di cui fanno parte Marco Calcaprina (tromba e synth), Giulio Tosi (basso e chitarra) e Juri Massa (batteria). Nel 2008 pubblicano Junk (crasi tra jazz, punk e funk) grazie al sostegno del sempre lungimirante Loris Furlan e della sua Lizard Records e replicano con questo Allob Allen nel 2014, disco formato da una sorta di lunga suite suddivisa in sei episodi contraddistinti da un mood ossessivo, propulsioni e impeto figli di una matrice hardcore tenuta sottopelle ma capace di esplodere e una dose di sperimentalismo che parte da trame jazzate per toccare lidi progressive. Il sound non è di facile collocazione, con la tromba di Calcaprina bizzosa e le ritmiche che possono ricordare i Primus ma con una maggiore violenza distruttiva, una potenza calcolata in cui il jazz incontra contorsioni funk ad alto tasso di energia. I toscani tentano di allontanarsi da stereotipi e clichè, si abbandonano nella ricerca di qualcosa di indefinito sospinti dalla volontà di creare una linea personale e variopinta e lo fanno con coraggio e giusta attitudine, incuriosendo chi li ascolta. La coppia Tosi-Mazza è perfetta soprattutto quando c’è da spingere il piede sull’acceleratore, con il suono del basso posto in primo piano soventemente e Calcaprina libero di esprimersi in territori jazz (Ampullaria). La foga dei Tom Moto non dimentica di toccare aspetti maggiormente sperimentali che li porta ad elaborare una sorta di crossover strumentale, che parte dal Miles Davis di Bitches Brew e Live evil per passare dall’irriverenza dei vari project di Les Claypool e arrivare ai contemporanei Junkfood. I pezzi sono tutti molto strutturati (con l’eccitante apoteosi di Calcamoto) ma coinvolgenti, probabilmente anche per la passione e la veemenza che fuoriescono dalle composizioni e che sono facilmente avvertibili lungo gli ascolti. In attesa del terzo album Allob Allen probabilmente innalza il livello di qualità raggiunto dalla band con Junk e conferma la bontà del progetto del trio pisano. (Luigi Cattaneo)


Calcamoto (Video)


https://www.youtube.com/watch?v=O3Uvdrk4Fic

sabato 18 febbraio 2017

TZAD, The New Era (2016)


Gli Tzad sono un progetto di Andrea Balzani (tastiere, piano, basso e chitarra) attivo dal 2012 e che viene portato avanti utilizzando, in base alle sue idee, musicisti che possano completare di volta in volta la sua visione musicale. The New Era è un crogiuolo di ambient, sinfonismi classici e hard rock e per certi versi pare un immaginaria soundtrack in cui le tastiere di Balzani delineano un paesaggio su cui si inseriscono le trame dei guest coinvolti. Il disco è praticamente tutto strumentale (ad eccezione di Oniric visions in cui compare Ylenia Scimia alla voce), con parti tirate ma sempre molto melodiche ed altre decisamente atmosferiche, pregne di un’epicità che non sfocia nel grandeur ma si nutre di passaggi malinconici e suadenti. Balzani si destreggia ottimamente tra tastiere e piano, alternando momenti canonici (lo Chopin di Prologue e Prelude, il Bach di Air in D Minor) ad altri più interessanti (il folk di Celtic soul, con la partecipazione di Luca Romano alla chitarra). Desta curiosità Berceuse (in synth), pezzo che pare adatto come colonna sonora di un thriller e che mi ha riportato alla mente alcune soluzioni care ai film di genere (non solo i Goblin ma anche il Keith Emerson di Inferno o La chiesa, seppure rivisitati con il solo uso di sintetizzatori). La tecnica di Balzani non si discute ma l’autore non predilige unicamente questo aspetto, preferendo un approccio emotivo alla scrittura (la morbida Serenade in cui la chitarra è stavolta affidata a Francesco Mc Grussu ma anche l’incanto di Lullaby), sapendo toccare però pure frangenti più heavy (le due ottime parti di Dreaming to fly con Francesco Ivan Sante Dall’Ò terzo chitarrista chiamato in causa). Il platter è indubbiamente gradevole, manca un po’ di mordente in alcuni episodi ma è una caratteristica che visto il genere proposto è anche comprensibile e che non va ad intaccare il talento di questo giovane compositore romano capace di confermarsi anche con la seconda prova discografica. (Luigi Cattaneo)

The New Era (Video)

domenica 12 febbraio 2017

DOLCETTI, Arriver (2016)


Sotto il bizzarro monicker Dolcetti si cela un duo strumentale formato da Gianni Rojatti (chitarra e synth) ed Erik Tulissio (batteria), due musicisti di alto livello che con il nuovo Arriver si sono divertiti nel creare quasi 30 minuti di progressive rock irriverente e particolare. La risicata formazione non faccia pensare ad un lavoro con qualche mancanza strutturale, poiché l’elettronica fornisce un validissimo supporto alla creatività dei due, pur senza risultare invadente o eccessiva. I virtuosismi di Rojatti sono funzionali ai pezzi e tutto scorre in modo molto naturale, senza forzature, un po’ come accadeva per Metallo beat del 2010, album piuttosto acclamato dagli amanti della sei corde. La qualità della loro proposta li ha portati addirittura a suonare in apertura di Steve Vai, Paul Gilbert, The Aristocrats, Elio e le Storie Tese e Kiko Luoreiro e alcuni di questi fenomeni hanno in qualche modo influenzato le composizioni dei Dolcetti. Per essere un duo la proposta è inusuale, perché se è vero che ci sono line up analoghe che si avvicinano al prog (penso ai Rinunci a Satana?), è pur vero che qui ci si cala all’interno del genere con più forza e propulsione, merito anche degli elementi elettronici che davvero completano il quadro e fanno pensare ad una formazione con più elementi. Espedienti (come le parti di basso sviluppate con il Moog) che mostrano la volontà dei due di comporre in piena libertà, seguendo solo il loro estro creativo e d’altronde Rojatti è oramai riconosciuto come uno dei chitarristi più dotati d’Italia (spesso paragonato per stile a Vai e Joe Satriani) e ha collaborato negli ultimi anni con personaggi del calibro di Pat Torpey (Mr. Big) e Gregg Bissonette (Toto, Santana), mentre Tulissio ha dalla sua una grande esperienza musicale, anche a livello didattico, che sfrutta per creare ritmiche complesse e incisive. Diventa quasi normale trovare in Arriver pezzi brevi ma in cui abbondano idee, arrangiamenti mirati, suoni ora puliti ora distorti, tutte caratteristiche basilari per definire lo sforzo esecutivo dei friulani, una piccola macchina da guerra in bilico tra autorevolezza tecnica e palese ironia. Infatti anche se i brani sono tutti pregni di virtuosismi si percepisce la volontà di comunicare e la voglia di suonare quello che più piace, mescolando generi senza preclusione alcuna, cercando solo di far emergere amore per la musica e per il proprio strumento. Oltre a certe qualità a fare la differenza è la propensione ad utilizzare overdubs e synth, come pure la presenza di Enrico Sesselego come ingegnere del suono, già al lavoro con Vai e Gilbert. Addentrandomi nel lavoro sono rimasto subito colpito dall’iniziale Cellulare in bagno, un festoso progressive intinto di sferzante elettronicità, mentre fa un salto nell’elettro-pop ottantiano Un dito due estati. Piccolo omaggio a Vai in Idea effe, più prog Esorcismo & Tagliatelle, velocità esasperata in Figablast (ma è un soffio di 34 secondi). Un bel crossover tinge Tutto finito troia, una spirale funk investe invece Lingua verde di Prosecco, prima del buon finale di Corri bambina corri. Oltre ai titoli provocatori è divertente sottolineare che tutte le tracce durano 3 minuti e 34 secondi, un’altra follia in un album irridente e brillante. (Luigi Cattaneo)

Idea effe (Studio live)

venerdì 10 febbraio 2017

WINDSHADES, Crucified dreams (2016)


Nati solamente nel maggio del 2015, i Windshades prendono vita dall’unione artistica tra due musicisti decisamente contrapposti per stile ma che trovano complementarietà in un progetto sinfonico in cui possono dare libero sfogo alle proprie idee. Chiara Manzoli è infatti un soprano lirico, mentre Carlo Bergamaschi è un batterista attivo nella scena punk e hardcore e il loro sodalizio viene completato dal chitarrista Matteo Usberti, responsabile della composizione e in parte anche del suono del gruppo. La formazione viene poi completata da Andrea Bissolati (basso) e Riccardo Soresina (chitarra) e dopo pochi mesi i Windshades registrano il loro primo demo, per poi incidere nel 2016 l’ep Crucified dreams per l’Atomic Stuff e sotto la guida del produttore Oscar Burato. Il risultato è un power sinfonico solido, rispettoso degli standard del genere (Nightwish, Epica), con buone parti strumentali e una certa carica heavy che è tangibile nei tre pezzi presenti. Il fatto che alla voce ci sia un soprano ovviamente rimanda ai gruppi già citati, a cui va aggiunta la rocciosa coesione tra i membri, che pur non portando nessuna novità stilistica (difficile aggiungere qualcosa d’altronde in un genere che pare oramai abbia detto tutto), rende questo piccolo esordio appetibile e piacevole per tutti gli amanti di certe classicità metal. Addentrandoci nei 15 minuti circa del lavoro si può notare l’attenzione posta dal quintetto per il particolare, con parti chitarristiche accattivanti, frangenti melodici (soprattutto nei canonici chorus), sospensioni ottantiane e un livello tecnico adeguato alla proposta. Chiaramente la brevità dell’album non permette grandi sbilanciamenti ma la base di partenza è interessante e può portare sicuramente a qualcosa di buono per il futuro. (Luigi Cattaneo)

Crucified dreams (Official trailer)

giovedì 9 febbraio 2017