martedì 13 febbraio 2018

JAW BONES, Wrongs on a right turn (2017)


I greci Jaw Bones (George Cobas alla voce, Jelly Nano e Bill alle chitarre, Mike Tzoumas al basso e George Matsoukas alla batteria) sono un quintetto pressoché sconosciuto in Italia che unisce umori grunge, potenza stoner e bordate heavy metal, un sound in cui ritroviamo il mood di Palm Desert e in controluce passaggi psichedelici che donano un tocco di melodia ad un album decisamente pesante. Wrongs on a right turn (uscito lo scorso settembre per la Sliptrick Records) è quindi un disco contaminato pur affondando le radici in certo stoner di matrice heavy e i diversi elementi che si riescono ad estrapolare da un attento ascolto mostrano un ensemble tecnicamente formato, che punta molto su groove e impatto e fa emergere con disinvoltura un background solido. Communication è il classico inizio di un album con certe coordinate e quindi non si risparmia in quanto a forza e attitudine. Non che Disciple sia da meno e risulta greve e diretta, mentre con Ego tripper i greci decidono di virare verso un grunge influenzato dagli Alice in Chains più energici e da quel Degradation Trip di Jerry Cantrell (linee guida che emergono qua e là durante l’ascolto complessivo a dire il vero). Don’t bring me down è un altro buon momento di vigoroso stoner, così come Fear è un deciso passaggio in territori heavy, materia che la band maneggia con una certa destrezza e che qui viene sostenuta dall’ospitata di Androniki dei Chaostar alla voce. La valida Sugar daddy e la robusta The ride to nowhere, anticipano Should know better (vicina ai Clutch e ai Dusteroid) e soprattutto la lunga Song of the nightingale, che con i suoi intarsi psichedelici mette in luce un lato interessante e che potrebbe essere maggiormente sviluppato in futuro. Wrongs on a right turn è un platter non per tutti, dall’approccio cupo e viscerale non lascia spazio a momenti ariosi o particolarmente suggestivi, con gli ellenici che hanno preferito puntare su aggressività e impeto per buona parte della sua durata, risultando comunque convincenti seppure a volte eccessivamente monocordi. (Luigi Cattaneo)
 
Ego tripper (Video)
 

mercoledì 7 febbraio 2018

RAINBOW BRIDGE, Dirty Sunday (2017)


Attivi dal 2006 i Rainbow Bridge portano avanti con orgoglio lo spirito e l’attitudine di Jimi Hendrix, lasciandosi guidare dal chitarrista mancino in territori tanto blues quanto intrisi di rock psichedelico. Non solo tributo ma anche libera interpretazione e improvvisazione di quei suoni immortali, il trio di Barletta (Giuseppe Piazzolla alla chitarra, Fabio Chiarazzo al basso e Paolo Ormas alla batteria) dopo anni di attività e centinai di concerti, decide di chiudersi in studio (per l’esattezza lunedì 23 ottobre 2016) e di jammare senza sosta. Ne viene fuori Dirty Sunday, cinque tracce per un totale di 35 minuti di desert rock, heavy blues e psichedelia, un concentrato di Experience hendrixiana, Cream ed Eric Sardinas, un trip strumentale registrato live e senza overdubs che ho amato sin dalle prime note, quelle di Dusty, in cui c’è già tutto il mondo del gruppo, tra asperità stoner, giri blues, ritmiche decise e soli di chitarra sovraccarichi di elettricità. La title track conferma tutte le sensazioni, un cavallo in corsa a briglie sciolte, una jam furibonda in cui si respira l’aria di fine anni ’60, quella a cavallo tra Electric ladyland e Band of Gypsys (per il sottoscritto quest’ultimo è uno dei più grandi trii della storia della musica). Maharishi suite parte lenta, con Piazzolla in prima linea sostenuto dal duo ritmico, per poi esplodere con forza per quasi dieci minuti lisergici, in cui il blues e la psichedelia vanno a braccetto senza alcun freno. Hot wheels è il brano meno dilatato del platter ma non per questo inferiore agli altri, anzi, è un rock blues tirato e potente, che vive di break più morbidi in cui il trio mostra quanto sono bravi anche quando c’è da decelerare. Il finale di Rainbow bridge compatta le escursioni hendrixiane con il desert rock e chiude un primo lavoro fantasioso e assolutamente riuscito. (Luigi Cattaneo)
 
Dirty Sunday (Full ep)
 

martedì 6 febbraio 2018

VINNIE JONEZ BAND, Nessuna cortesia all'uscita (2017)


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La Vinnie Jonez Band si forma tre anni fa a Palestrina (Gianluca Sacchi alla voce e alla chitarra, Marco Cleva alla chitarra e alla voce, Ludovico Gatti al basso e Andrea Ilardi alla batteria) unendo la passione per lo stoner, il grunge e l’heavy rock. Dopo l’ep Supernothing del 2015 ecco il full lenght Nessuna cortesia all’uscita, esordio davvero esemplare e giocato sull’interplay tra le due chitarre e una sezione ritmica che riveste un ruolo fondamentale nel sostenere con precisione le fitte trame che compongono il lavoro. Ciò che ne esce fuori è un crossover greve, autorevole, immediato, suonato egregiamente e con tante idee messe sul piatto, figlio della loro passione per band come Queen of the Stone Age, Karma to burn e Mastodon. Polvere è l’inizio burrascoso che è lecito aspettarsi, una botta di adrenalina da ascoltare ad alto volume ma non sono da meno Silenzio e Vipera, tra sature distorsioni e passaggi strumentali in vena di stoner psichedelico. Corri rievoca il Palm Desert di qualche decennio addietro, prima della breve pausa strumentale di Supernulla che apre lo spazio per l’ipnotica Idolum, un brano con una coda strumentale psych di notevole fattura. Bellissima anche Sangue, con quel riff così poderoso che abbraccia tutta la song, mentre in Mi chiamo fuori il quartetto si avventura in un finale di stoner strumentale che è uno dei trademark che caratterizzano il platter. Conclusione affidata a Nessuna cortesia, perfetto epitaffio di un album ottimo sotto tutti i punti di vista e che non può che fare la felicità di chi non ha dimenticato le escursioni sonore di ensemble grandiosi come Kyuss e Nebula. (Luigi Cattaneo)
 
Silenzio (Video)
 

SUPERHORROR, Hit Mania Death (2017)


Si può suonare dell’horror rock pur essendo un gruppo made in Italy? A giudicare dai recenti lavori di Raging Dead, Dead & Breakfast e di questi Superhorror la risposta è assolutamente sì. Il quartetto (ex Superhorrorfuck) disegna contorni intrisi di ruvidezza, melodie immediate e ironia, risultando tanto provocatori quanto catchy. Edward J. Freak (voce), Mr.4 (basso), Didi Bukz (chitarra e kazoo) e Franky Voltage (batteria) siglano con Hit mania death un quarto disco condito di hard & heavy, r’n’r dissacrante e atteggiamento punk rock, sempre tenendo ben presente l’aspetto canzonatorio e beffardo. Ready, steady … Die! è la partenza simbolo del platter, aggressiva e sporca al punto giusto, mentre le seguenti Nazi nuns from outer space e Mr. Rigor Mortis hanno quel mood punk fatto di chitarre abrasive e ritmiche solidissime. Ed Wood Blues (il riferimento potrebbe essere al film di Tim Burton del 1994) è un omaggio, a modo loro, alla musica del diavolo per eccellenza, prima di No love for the deceased e della ballata Dead to be alive a cui ha partecipato Emily Van Dark alla voce, due episodi sicuramente gradevoli. Si riparte con l’anthemica Rock is dead (like us) e l’ottantiana e tirata Nice to meat you (da applausi i trascinanti cori) ma l’heavy è dietro l’angolo e si manifesta nella robusta Little scream queen. Ci si avvicina alla conclusione con la pungente Mourir, c’est chic, la potente Selfish son of a witch e la melodia ruffiana di Nekro-Nekro Gym, che chiude un come back che conferma la capacità della band di non prendersi troppo sul serio pur facendo sul serio, una caratteristica che li consacra come uno dei più gruppi più gradevoli del panorama rock nazionale. (Luigi Cattaneo)
 
Nekro-Nekro Gym (Official Video)
 
 
 

sabato 3 febbraio 2018

ATHLANTIS, Metalmorphosis (2017)


Nati nel 2003 per volontà di Steve Vawamas (bassista già per Mastercastle, Ruxt, Bellatrix e Shadows of steel), gli Athlantis forgiano un sound intriso di power metal, rispettoso dei canoni estetici codificati prima da Halloween e Gamma Ray e poi conosciuti in tutto il mondo, Italia compresa (con alcuni esponenti di spicco come Labyrinth e Rhapsody of fire). L’attuale Metalmorphosis è in realtà un album del 2008 che non ha mai visto la luce ed è stato registrato e arrangiato nuovamente, una versione inedita a cui hanno partecipato Alessio Calandriello (voce dei La Coscienza di Zeno e Lucid Dream), Tommy Talamanca (chitarrista e tastierista dei Sadist) e Alessandro Bissa (batterista che ha militato nei Labyrinth e nei Vision Divine), oltre che ovviamente Vawamas. Il platter si apre con un ottimo trittico: l’iniziale Delian’s fool riporta indietro nel tempo, a fine anni ’90, quando il genere conobbe una grande esplosione in termini di qualità e popolarità (con un affollamento forse eccessivo), ricordando in parte il sound dello storico Return to heaven denied. Grande protagonista è Talamanca nella potente Battle of mind, mentre Wasted love si muove su coordinate tipicamente power. Curiosa Nightmare, il brano dove ci si allontana di più dalle caratteristiche sinora espresse, per via di un’aggressività non comune a cui partecipa con enfasi Trevor, voce degli straordinari Sadist. Devil’s temptation torna su binari maggiormente canonici, pur mantenendo una discreta carica supportata da tecnica e pathos. La buona ballata Angel of desire vede altri due ospiti, Stefano Galleano dei Ruxt alla chitarra e Laura Gioffrè alla voce, brava nel duettare con Calandriello. No fear to die oscilla tra parti sostenute e frangenti più controllati, mostrando le doti di scrittura dei liguri, prima che il power prog faccia capolino tra le note di Resurrection. La vera chiusura del platter è affidata ad una cover, Tragedy dei Bee Gees, che con la partecipazione di Roberto Tiranti (Labyrinth, New Trolls, Wonderworld) diviene un episodio power a tutti gli effetti e sigilla questo disco che sarebbe stato un peccato lasciare nel dimenticatoio. (Luigi Cattaneo)
 
Battle of mind (Video)
 

HOLYPHANT, Holyphant (2017)


Gli Holyphant sono un power trio nato nel 2013 (Mr.Fab alla batteria, Bale alla chitarra, al sitar, alla synth guitar e alla voce e Theo al basso e ai synth) con l’intento di rendere omaggio tanto all’hard settantiano dei Deep Purple, quanto al doom primordiale dei Black Sabbath. Ben presto le influenze aumentano e in questo omonimo disco (dopo due interessantissimi ep) fanno capolino vibranti incursioni psych, parti grunge (con riferimenti non so quanto voluti ai primi Soundgarden) e soprattutto le caratteristiche movenze stoner sinora sempre presenti nel progetto. L’album si apre con la psichedelica Hallucinations, un brano che mostra alcune coordinate tipo del sound dei veneti, in bilico tra possenti distorsioni e frangenti più delicati. Affonda nello stoner A new omen, un pezzo dalla struttura poderosa ed energica come vuole la tradizione del genere. La buonissima Beholders of time è un'altra cavalcata segnata dai riff di Bale, sempre impregnati di potenza e grande vitalità, così come importanti risultano le ritmiche articolate da Mr.Fab e Theo e l’atmosfera settantiana che si respira, background di partenza da non sottovalutare. Stupenda la lunga The shipwreck, catarsi di stoner psichedelico e con buone parti strumentali, mentre Life denied spinge verso territori hard, suoni che gli Holyphant manipolano alla grande. Continua sulla stessa falsariga The matriarch, prima di Mystical dimension, che si avvale di una coda strumentale di grande presa e Forgiveness, una ballata crepuscolare di sicuro effetto. Finale affidato a The cellar, summa del pensiero creativo della band e ottima conclusione di un primo full lenght di buonissima fattura, con più ingredienti al proprio interno e tutti amalgamati con cura tra di loro, tanto che sarebbe davvero un peccato lasciare confinato nel solo underground (magari pure locale) un prodotto così intriso di capacità e idee. (Luigi Cattaneo)
 
Life denied (Video)
 

venerdì 2 febbraio 2018

TRIO QUATER, Trio Quater (2017)

Risultati immagini per trio quater

Dischi in cui le protagoniste uniche sono le chitarre mi hanno indotto sempre un po’ di curiosità mista alla voglia di scoprire se oltre il virtuosismo ci fosse la capacità di comunicare qualcosa. Certo lo storico trio Di Meola, McLaughlin, De Lucia insegna che ciò è possibile ma non mancano altri esempi lungimiranti come il California Guitar Trio, El guitarrazo firmato Salinas, Tomatito e Gonzales o ancora il Naxos Guitar Trio. L’ambito in cui si muovono è chiaramente di pura estasi per gli amanti delle sei corde, un po’ meno per chi magari dalla musica cerca tutt’altro. Luca Brembilla, Jonathan Locatelli e Marco Pasinetti si contraddistinguono per valenza tecnica ma anche per gusto verso melodie gentili e sognanti. I virtuosismi dei tre sono sempre congeniali alla loro visione musicale, fatta di un interplay ovviamente costante in cui ritroviamo temi del blues, delicatezze folk e armonie che giocano col pop sofisticato. Tutti i brani sono intensi e vivono di atmosfere incantate, hanno tra i riferimenti non solo gli ensemble sopracitati ma anche la scuola acustica italiana di autentici fenomeni come lo straordinario Beppe Gambetta, facendo proprio come loro della cura al particolare un vero vanto artistico. L’alternanza di parti solari con altre che paiono un tributo alla nostalgia ha la costante della capacità espressiva del gruppo di essere perennemente intenso e vellutato, doti che non vengono meno neanche quando si confrontano con Asturias del maestro catalano Isaac Albeniz in maniera encomiabile. Disco suggestivo e di grande pathos. (Luigi Cattaneo)
 
Para ti (Video)
 

giovedì 1 febbraio 2018

HYPERION, Dangerous days (2017)


Nati pochi anni fa a Bologna, gli Hyperion non sono proprio dei novelli e annoverano  esperienze più o meno significative nell’underground heavy nazionale (Davide Cotti e Luke Fortini alle chitarre, Michelangelo Carano alla voce, Giacomo Ritucci al basso e Marco Beghelli alla batteria). Tutto ciò si sente eccome dall’ascolto di questo bel debut, Dangerous days, un riuscito lavoro a base di heavy metal con spunti thrash, classico in ogni suo aspetto ma incisivo e parecchio energico per tutta la sua durata, rispettando quelli che sono i canoni di un genere che resiste nel tempo e ha il suo zoccolo duro di fan. Il sound è quindi frutto di una passione lontana, un omaggio ai mostri sacri sostenuto da doti strumentali di rilievo, che colpiscono soprattutto nelle folate dettate dal duo di chitarre, sicure nel loro intrecciarsi in un caldo flusso sonoro. Il platter si dipana tra strutture epicheggianti made in USA, sparate heavy vicine agli Jag Panzer, NWOBHM e la furia del thrash metal anni ’80, un concentrato di old school che è summa delle parti e che contraddistingue un esordio davvero interessante per gli amanti del genere. Ovviamente chi cerca novità di sorta rimarrà deluso ma la qualità complessiva mediamente alta è l’ottimo biglietto da visita di questo quintetto, bravo nel coniugare melodia, tecnica e potenza. Gli Hyperion sono l’ennesimo esempio della partecipazione che anima l’Italia nei confronti di queste sonorità, confermando come il sottobosco sia pieno di act con potenziale e grandi capacità. (Luigi Cattaneo)
 
Dangerous days (Video)
 

CONCERTI DEL MESE, Febbraio 2018

Venerdì 2
·J. Tull Benefit Tribute Band a Milano

Sabato 3
·The Watch a Genova
·Supper's Ready a Todi (PG)
·Power Prog Festival a Roma
·Spettri a Scandicci (FI)
·Feronia+Dark Ages a Collegno (TO)
·Malus Antler a Trebaseleghe (PD)

Mercoledì 7
·Runaway Totem a Marghera (VE)

Venerdì 9
·Steven Wilson a Milano
·IQ a Fontaneto d'Agogna (NO)
·Goblin Rebirth a Torino
·Revelation a Roma

Sabato 10
·Steven Wilson a Roma
·Gabriel Knights a Roma

Martedì 13
·Icefish a Milano

Mercoledì 14
·Icefish a Vicopisano (PI)


Venerdì 16
·Icefish a Taranto
·La Villa Strangiato a Roma
·Nathan + Il Cerchio d'Oro a Savona
·Sophya Baccini's Aradia a Cardito (NA)
·Massimo Giuntoli a Siena

Sabato 17
·Tazebao a Scandiano (RE)
·Icefish a Marcellinara (CZ)
·La Villa Strangiato a Lugagnano (VR)
·Ozone Park a Capoterra (CA)
·Alviti/Papotto a Roma

Domenica 18
·Icefish a Palermo
·O.A.K. a Roma

Mercoledì 21
·Claudio Simonetti's Goblin a Bologna
·Napoli Centrale a Udine

Giovedì 22
·Massimo Giuntoli a Milano
·Lincoln Quartet a Roveredo in Piano (PN)
·Dusk e-B@nd a Marghera (VE)
·Claudio Simonetti's Goblin a Bologna

Venerdì 23
·Eveline's Dust + Fungus Family a Genova
·Claudio Simonetti’s Goblin a Seregno (MB)
·Perspectives Of A Circle a Roma

Sabato 24
·Dyesis a Lugagnano (VR)
·Coscienza di Zeno + Universal Totem Orchestra a Genova
·Venegoni & Co.+ Möbius Strip alla Casa di Alex di Milano
·Psicotaxi a Turbigo (MI)
·Arturo Stàlteri a Cagliari

Domenica 25
·Syncage a Vicenza

Mercoledì 28
·Perfect Pair a S. Giovanni Lupatoto (VR)



domenica 28 gennaio 2018

SYNCAGE, Unlike Here (2017)


Nel 1961 Piero Manzoni confezionò la sua opera Merda d’artista come provocazione avanguardistica, scagliandosi contro la sempre crescente mercificazione dell’arte. Facendo un parallelismo con quella musicale che domina in radio e tv (non ne abbia a male il povero Manzoni) potremmo dire che il supporto fisico con il suo contenuto (che sia cd, vinile o cos’altro) è la merda dell’artista in questione, quella prodotta dai vari rapper con testi adolescenziali o dalle scialbe e innocue pop star uscite da qualche insignificante talent (che poi definire artisti mi viene pure complicato). Per fortuna non sono in pochi coloro che si muovono nell’underground instillando ognuno a proprio modo piccole speranze di rimanere a galla (band, pubblico, addetti ai lavori) e quando ci sono giovani ensemble come i Syncage, che invece di stare a casa a piangersi addosso firmano un primo full lenght (dopo l’ep Italiota del 2014) pieno di intuizioni e voglia di metterci dentro tutto ma proprio tutto, tanto da essere in alcuni momenti persino troppo, allora capisci che non si è ancora persa la volontà di comunicare senza stare dentro schemi prestabiliti. Certo siamo in territori progressivi, con brani strutturati e mediamente lunghi, ma affiora una coesione d’intenti e una costante ricerca di raffinatezze sonore, candide ed eleganti, che finiscono per essere il trademark dei veneti (Matteo Nicolin alla voce, alla chitarra e al morin khuur, uno strumento a corde della Mongolia, Daniele Tarabini al basso e al flauto, Matteo Graziani alle tastiere e al violino e Riccardo Nicolin alla batteria e al vibrafono). Ciò si evince dalle lievi note acustiche che tratteggiano diversi momenti del platter e che trovano l’alter ego ideale in qualche frangente più movimentato e psichedelico, in una ricorrente simbiosi che finisce per partire dai settanta dei Gentle Giant e del movimento canterburiano per arrivare al contemporaneo dei Sycamore Age, il tutto amalgamato con cura dalla presenza di un delicato quartetto d'archi. Meno fresco dell’ep d’esordio ma maggiormente a fuoco in ogni aspetto, Unlike here è la visione del progressive di ragazzi giovani, che cercano di dire la loro in un genere oramai storicizzato dal tempo, tenendo fede ad alcuni dettami (come il racconto concept distopico, utilizzato in tempi recenti ma con attitudine più vintage anche dai romani La Fabbrica dell’assoluto) ma cercando una strada matura per riuscire a dire qualcosa di personale in un panorama affollato e con tante band che stanno riscuotendo perlomeno l’interesse degli affezionati del genere. (Luigi Cattaneo)
 
Album Trailer
 

sabato 27 gennaio 2018

HIDDEN LAPSE, Redemption (2017)


Debutto per gli Hidden Lapse, che con Redemption (uscito per la Rockshots Records) firmano un lavoro estremamente piacevole a cavallo tra dark metal, alternative rock e hard prog. Alessia Marchigiani (voce), Marco Ricco (chitarra) e Romina Pantanetti (basso), insieme a Luca Agostinelli (batterista esterno alla band) dipingono un concept dal clima plumbeo,  vicino a quanto fatto da gruppi come Lacuna Coil, Evanescence e Heretic’s Dream, con fraseggi molto coinvolgenti e chorus di sicura presa. Le sinuose tastiere (non è presente sul booklet chi le suona) creano atmosferici tappeti su cui Ricco può creare decisi riff, sempre sostenuti da una sezione ritmica precisa e dinamica che non disdegna di impegnarsi in fluidi cambi di tempo. I ragazzi, pur dotati di doti tecniche, puntano molto su impatto e songwriting, con una certa cura anche per la produzione, che risulta importante per la buona riuscita complessiva del platter. Il piglio rock & heavy che circonda un po’ tutto il racconto è la linea guida su cui vengono strutturati brani ideali per chi cerca suoni aggressivi ma che hanno sempre un occhio attento al fattore melodico, indiscutibili nell’unire parti eleganti e irruente, legate tra loro da arrangiamenti sinfonici e spunti elettronici di discreto effetto. Tutto l’album è piuttosto scorrevole e non vi sono momenti di stanca particolari, anzi vi è qualche picco che potrebbe incontrare i favori anche di un pubblico generalista se certa musica almeno ogni tanto passasse su qualche radio rock nazionale. Difatti l’ensemble di Fabriano (Ancona) riesce a districarsi tra partiture dagli interessanti sviluppi armonici tenendo ben presente il lato comunicativo della proposta e la ricerca di un certo pathos emotivo, che finisce per rappresentare il fulcro del disco intero. Opera prima di buona fattura che convince ma lascia intravedere anche le potenzialità del trio, le premesse per ritagliarsi uno spazio nell’affollato panorama underground italico ci sono. (Luigi Cattaneo)
 
Compassion (Video)
 

venerdì 26 gennaio 2018

TAZEBAO, Opium Popoli (2017)



Opium Popoli è il primo album dei Tazebao e nasce come manifesto contro ogni fondamentalismo religioso ed estremismo ideologico e lo fa per mezzo di una vicenda lontana nel tempo, ossia l’eresia Catara e la nascita dell’inquisizione. Ambiziosi e con una storia affascinante da raccontare, Gigi Cavalli Cocchi (batterista con Mangala Vallis, Pechino Politic, Clan Destino/Ligabue e Moongarden tra gli altri), Gianni Venturi (voce di Altare Thotemico e Vuoto Pneumatico), Valerio Venturi (basso degli Altare Thotemico), Luigi Cassarini (tastiere) e Nik Soric (chitarrista dei Lady Godiva) uniscono con una certa sicurezza new wave, cantautorato colto e inflessioni prog (che diversi di loro hanno nel D.N.A. d’altronde), elemento questo però non predominante come si potrebbe pensare e che favorisce la creazione di strutture smaccatamente rock che dovrebbero trovare spazio anche nelle radio di settore, se fosse possibile ovviamente. Un disco non solo da ascoltare ma da leggere pure, perché la tematica trattata con nobiltà d’animo dal vocalist è tutt’altro che banale e fa ovviamente molto pensare l’ascoltatore, anche perché risultano interessanti i richiami al momento storico attuale. Lasciate da parte le pulsioni jazz prog degli Altare e i vari progetti progressivi del grande Cavalli Cocchi, i Tazebao puntano moltissimo sull’impatto di brani poeticamente duri, vedi l’ottimo inizio di Caedite, melodica ma tirata. Ecce homo parte da Giordano Bruno per criticare l’idiozia del nostro essere, mentre la title track continua nel percorso seducente e suggestivo sin qui intrapreso. Vira su territori più prog L’inquisitore, senza però strafare in tal senso, ma è solo un passaggio, perché già Occitania torna a viaggiare su sentieri cari ad un certo rock cantautorale dal sapore vintage. Bellissima anche la morbida Omnia Munda Mundis (con parti in latino), così come colpisce la vibrante carica emozionale di Reincarnazione. La piacevolissima Rex Mundi e la conclusiva La Via Catara rappresentano il buonissimo finale di un platter caldo, in cui la forma canzone sa essere raffinata e potente in ogni suo aspetto, fatta di contenuti e idee che non possono lasciare indifferenti. (Luigi Cattaneo)
 
Album Trailer
 


martedì 23 gennaio 2018

THE SINGER IS DEAD, \\ (2017)


I The Singer is Dead nascono nel 2012 con l’intento di proporre post rock strumentale e già nel 2014 esordiscono con un interessante ep dalle sfumature math e vincono il contest Bandzilla di Saronno. Dopo esperienze live con act di un certo peso come Ufomammut, Tides from Nebula e Zeuss, arriva il primo full lenght, \\, prodotto da Mattia Stancioiu e che segna un passo in avanti nel percorso di crescita dei milanesi. I canoni post sono assolutamente rispettati, soprattutto nella capacità di creare l’adeguato mood e questo perché i ragazzi conoscono perfettamente la materia e si prodigano con successo per dare vita ad un lavoro caldo e coinvolgente. I crescendo di chitarra, sapientemente emozionali e melodici, vengono sostenuti da una compatta sezione ritmica ma è l’interplay generale dell’ensemble che rimanda a decani della scena come Mogwai e Slint, a cui aggiungono però una personale visione, fatta di irruenza e spirito battagliero. Suoni veementi si alternano a più placide sezioni, parti cinematografiche narrano senza parole virando improvvisamente con incursioni emocore verso frangenti più spinti, mostrando come l’Italia sia attiva anche in questo ambito e si muova nel sottobosco in maniera credibile (vedi Arirang o 42DE, giusto per citare qualche piccola ma interessante realtà). Tutto ciò è ravvisabile a partire dall’iniziale STQT, che abbina sapientemente forza e pathos, così come una certa epicità, elementi che si ravvisano un po’ in ogni brano e che richiamano anche God is an Astronaut, Junkfood e Goodspeed You! Black Emperor. Il fluire del disco coinvolge nelle sue dilatate atmosfere, foriere di un percorso che fa dell’intensità un vero trademark, capace di colpire nel segno e di appassionare sin da subito l’ascoltatore. Disco di spessore che non posso che consigliare, soprattutto a chi vive di post strumentale. (Luigi Cattaneo)
 
QLNV (Video)
 
 
 
 
 

venerdì 19 gennaio 2018

VERGANTI, Atlas (2017)


Esordio assoluto per i Verganti, band nata nel 2015 ma con lo sguardo saldamente rivolto al sound analogico dei ’70 e alla corrente progressiva italiana di New Trolls e Museo Rosembach. Adolfo Pacchioni (chitarra), Giovanni Vazzana (tastiere), Gigi Morello (batteria), Giulia Cardia (voce), Paolo Bellardi (basso) e Savino De Palo (voce) sono i nomi che si celano dietro Atlas, un concept autoprodotto che prende spunto dai libri di Mauro Biglino. Musica e parole (firmate da Pacchioni) seguono un percorso totalmente vintage, tanto da sembrare uno di quei lavori postumi del 1972 che spesso fanno la felicità di nostalgici e aficionados del genere, quindi chi esige dal progressive uno scatto in avanti temporale probabilmente non finirà nemmeno di leggere queste righe. Tutti gli altri troveranno invece pane per i loro denti, perché i Verganti sanno il fatto loro e stanno benissimo vicino a quei gruppi contemporanei che proprio al lontano passato guardano (Il Cerchio d’oro, Posto Blocco 19, giusto per citarne un paio). L’inizio è assolutamente buono, con L’arrivo, lunga traccia sintesi del pensiero dei torinesi ma anche la seguente La creazione, che continua la strada di un raffinato prog rock d’autore. La rivolta dell’umano e Diverso risultano drammatiche e curate dal punto di vista del pathos, espressione di un plot narrativo che sa essere romantico e sognante. Eva tratteggia intuizioni degne del periodo d’oro del genere, mentre L’imbarco presenta scenari apocalittici, complice anche il momento delicato vissuto dai protagonisti del racconto. Gradevole ballata è Il distacco, contrassegnata dal duetto tra la Cardia e De Palo, anche se personalmente è la traccia che meno mi ha entusiasmato dell’intero platter. Punta su una riuscita atmosfera La traversata, prima della bella doppietta finale con la leggiadra Nuovo inizio e Il tempo, ideale epitaffio di un debut anacronisticamente piacevolissimo. (Luigi Cattaneo)
 
L'arrivo (Video)
 

domenica 14 gennaio 2018

DUSAN JEVTOVIC, No answer (2017)


Avevamo già parlato di Dusan Jevtovic nel progetto Xadu (in coppia con Xavi Reija) e lo ritroviamo in questo trio formato con Vasil Hadzimanov (pianista e tastierista che recentemente ha pubblicato l’ottimo Alive) e Asaf Sirkis (batterista di fama internazionale). No answer è il risultato di stili diversi, costruzione in bilico tra echi sperimentali e modalità tipiche del jazz, aspetti progressive e mood post, connubi che trovano nella Moonjune una casa decisamente accogliente. L’assenza del basso ha stuzzicato i tre alla ricerca di possibili dinamiche e l’interplay costante tra Jevtovic e Hadzimanov, sempre sostenuti dal drum kit di Sirkis, finisce per saturare il suono senza farne percepire la mancanza. Il tocco di Vasil è sempre delicato e jazzy e si contrappone a quello nervoso di Dusan, mentre Asaf sa essere, da straordinario interprete dello strumento, ora leggero ora decisamente più potente ma sempre all’insegna del groove. Proprio come per il progetto Xadu, il serbo è sapiente elaboratore di fitte trame strumentali che hanno bisogno di un ascolto attento e che mostrano un autore creativo, che pur puntando molto sull’energia della proposta sceglie musicisti di differente estrazione per produrre interessanti sviluppi che nascono dalla diversità. Ispirati e legati insieme dal filo comune di non voler dare recinti alla musica, No answer ha al suo interno tanto l’amore per leggende quale Jimi Hendrix e Soft Machine, quanto i suoni già emersi in alcuni dischi di compagni di etichetta come Mark Wingfield e Simak Dialog, certificando la crescita del bravo chitarrista serbo dopo On the edge del 2009 e Am I walking wrong del 2013. (Luigi Cattaneo)
 
Yo sin mi (Video)
 

martedì 9 gennaio 2018

AURELIO FOLLIERI, Overnight (2017)


Aurelio Follieri sin da giovanissimo si è dedicato con profitto alla composizione e al lavoro come turnista, preferendo oramai da anni lo studio all’aspetto live e Overnight è il suo primo full lenght da solista, frutto proprio di questa scelta. Il disco racchiude quasi solo materiale scritto negli ultimi due anni, con la quasi sempre presente e amata Fender protagonista di un platter strumentale dove anche la sezione ritmica (Michele Santoleri alla batteria e Valter Robuffo al basso) risulta fondamentale per la riuscita dell’opera, che è bene dirlo non è mera esecuzione tecnica ma punta molto su pathos ed eleganza. Registrato in notturna, cuore in mano e silenzio tutto attorno, l’album è un melting pot di rock fusion, hard e ventate ai limiti del progressive, un fluire in cui emerge la classe di Follieri e la cura per la composizione, con l’autore ben concentrato sulla scrittura piuttosto che sulla velocità con cui suonare. Certo ogni tanto Vai e Satriani compaiono ma l’impianto melodico dei pezzi e bending egregi finiscono per far apprezzare appieno Overnight, che convince anche quando il foggiano esibisce assoli davvero di elevata fattura. Il lavoro è un caldo flusso di note, in cui l’interplay tra Follieri e la sua sezione ritmica è sempre ben costruito ma è giusto sottolineare anche la presenza di uno straordinario Claudio Signorile al basso nell’iniziale Circle of life e Lorenzo Zecchino, autore del solo di pianoforte in Heavy ballad. Overnight è un album che chi ama il genere non può non fare suo, perché vi è attenzione per il dettaglio, capacità di comunicare con crescendo magnifici, un’ottima produzione e un songwriting ammirevole, che pone Aurelio come una piccola sorpresa nel mondo delle sei corde italiche. (Luigi Cattaneo)
 
Album Trailer
 

mercoledì 3 gennaio 2018

WORSELDER, Paradigms lost (2017)


Secondo lavoro per i Worselder (dopo Where we come from del 2011 e l’ep MMXIV del 2014), che con Paradigms lost uniscono il thrash metal con lo stoner e l’hardcore, in un connubio in cui ritroviamo Machine Head, Trivium e Bleeding Through e che qui predilige un approccio sì potente ma anche tecnico e melodico, mostrando una maturità solo accennata nelle prove precedenti. I francesi sfornano un disco dove la ricerca del dettaglio e la cura del suono fanno la differenza e sottolineano la fierezza di brani stimolanti e fantasiosi, strutturati con frangenti che lambiscono il progressive tout court. Tutto il platter è una brillante cavalcata heavy, quasi un’ora di crossover mefistofelico e frizzante, mai banale e con aperture melodiche di ampio respiro che completano un quadro in cui si intrecciano le note dei due chitarristi Yoric Oliveras e Jeremie Delattre e della sezione ritmica formata dal basso di Yannick Fernandez e dalla batteria di Michel Marcq, quartetto che sostiene la verve del bravo vocalist Guillaume Granier, che alterna parti pulite ad altre più dure e in growl. I brani vanno a pescare a piene mani negli anni ’90 di Pantera e Grip Inc. ma non dimenticano la lezione dei Testament e dei Coroner, smussando le influenze con fraseggi stoner quanto mai azzeccati che rendono il disco più equilibrato e fluido, seppure la complessità di Seeds of rebellion, My consuming grief o Land of plenty è innegabile. Paradigm lost è un disco ricco di idee, un contraltare continuo di cambi di tempo, atmosfere, bordate thrash e passaggi epici, palpitante e vibrante. La capacità di articolare al proprio interno strutture differenti e richiamare più generi diviene elemento trainante di un percorso di unioni che forgia un sound compatto e di assoluto valore. (Luigi Cattaneo)
 
Paradigms lost (Video)
 

lunedì 1 gennaio 2018

CONCERTI DEL MESE, Gennaio 2018

Venerdì 5
·O.R.k. a Roma
·VIII Strada al Legend di Milano

Sabato 6
·O.R.k. a Lugagnano (VR)
·Rioul Doamnei a Lugagnano

Domenica 7
·O.R.k. a Firenze

Venerdì 12
·Lateral Blast a Roma
·Runaway Totem a San Marino
·Gabriel Knights a Roma

Sabato 13
·Cyrax a Desio (MB)
·Aldo Tagliapietra a Pergine Vals. (TN)
·Mr. Punch alla Casa di Alex di Milano
·Il Segno del Comando a Genova
·Struttura E Forma a Cicagna (GE)

Domenica 14
·Saint Just a Roma


Venerdì 19
·Alan Stivell ad Aosta

·Prog Night at Legend Club di Milano

Sabato 20
·Fates Warning+Methodica al Legend di Milano
·Banco a Brescia
·Unreal City a Genova
·Sycamore Age + altri a Firenze
·Corde Oblique a Nola (NA)
·La Casa Dei Matti a Catanzaro
·Dropshard a Barzanò (LC)

Domenica 21
·Fates Warning+Methodica a Ciampino (RM)
·Tazebao a Bologna

Giovedì 25
·Dusk e-B@nd a Portogruaro (VE)

Venerdì 26
·Mr. Punch a Roma
·Glareshift a Roma
·Mad Fellaz a Bassano del Grappa (VI)
·Aviv Geffen a Milano
·Freud’s Statement ad Arezzo
·Diraxy a Milano

Sabato 27
·Balletto di Bronzo a Lugagnano (VR)
·Glincolti a Padova
·Dark Quarterer+Segno del Comando a Erba
·Delta a Varese

Domenica 28
·Dark Quarterer+Segno del Comando a Parma
·Arturo Stàlteri a Terni

Mercoledì 31
·PFM a Bologna  

METEOR CHASMA, A monkey into space (2017)

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I Meteor Chasma nascono nel 2014 a Potenza, con le idee ben chiare visto che dopo soli tre anni giungono alla creazione di questo A monkey into space, lavoro che chi ama lo stoner di natura psichedelica non potrà che fare suo. Tony Shoesless (chitarra e voce), Sabè (batteria) e Carlo Armiento (basso) pubblicano un album derivativo quanto si vuole ma assolutamente inattaccabile, profondamente legato ad un genere che guarda indietro, ai Black Sabbath, ai Monster Magnet ma anche ai trip acidi degli Hakwind e alle virate psichedeliche dei Pink Floyd dei primordi. Spaceship 2346 è il biglietto da visita iniziale, pochi secondi per comprendere dove ci porterà questo viaggio, con il fantasma dei primi Soundgarden che incontra quello dei Sabbath sepolcrali dei ’70. Lo stoner fraseggia con l’hard e lo sludge, flirta con lo psych e si ritrova a Palm Desert, dai compianti Kyuss e spadroneggia anche quando il tragitto è breve (i tre minuti di Space time). Le distorsioni di Shoesless saturano l’aria e le ritmiche potentissime riempiono il suono, come nello splendido assalto strumentale di Neil Gagarin, visione espansa e ponderata di un suono psichedelico senza confini. Bellissima la successiva Ride a meteor, floydiana e cosmica, mentre torna su frangenti heavy stoner Lost martian, che alterna parti aggressive a lenti decelerate. Il background psichedelico è però forte e si riaffaccia con prepotenza in Atomic mushrooms e anche in Jupiter, prima del finale di Astroviking, una bella e ruvida cavalcata di quasi sette minuti e della brevissima Life on exoplanet, che sigilla un platter di grande spessore. (Luigi Cattaneo)
 
Spaceship 2346 (Video)
 

QUADRI PROGRESSIVI, Slash




Lorena Trapani stavolta ha spostato l’attenzione dal progressive omaggiando Slash, chitarrista cardine del suono dei Gun’s N’ Roses, figura di spicco della scena hard rock di fine ’80 inizio ’90.
Il lavoro è stato creato con grafite e carboncino e misura 24x33.
Per visionare o ricevere i lavori di Lorena potete inviare una mail a progressivamenteblog@yahoo.it

giovedì 28 dicembre 2017

ECHOTIME, Side (2017)


A quattro anni di distanza dal già valido Genuine tornano gli Echotime con Side, buonissimo lavoro tra prog metal e rock opera in cui i ragazzi hanno pescato a piene mani da alcuni mostri sacri del genere come Queensryche, Dream Theater, Rush, Savatage, Royal Hunt e Kamelot. Tra brani potenti, ricchi di melodia e dialoghi che arricchiscono la storia narrata, la band ha sfornato una piccola gemma nell’affollato panorama heavy nazionale, un crossover di sonorità dove la forma canzone non viene mai persa di vista seppure suonata con ovvie doti tecniche. Nel caso specifico la forma è più quella della rock opera a dire il vero, sempre affascinante nel suo incedere e la protagonista, Lily, diviene la nostra guida lunghi i 18 momenti che caratterizzano l’album (ma tanti sono dialoghi di breve durata). Mr Valentine apre con decisione il platter, mostrando un prog metal dal piglio melodico ma deciso e la successiva The lighthouse conferma le capacità del quintetto, con il bravo Alex Cage alla voce sostenuto dalla potente sezione ritmica formata da Federico Fazi alla batteria e Stefano Antonelli al basso, nonché dal valido Andrea Anastasi alla chitarra e dalle tastiere di Filippo Martignano, che armonizza anche i passaggi più duri ed enfatizza quelli più drammatici. Sickness accentua il versante heavy prog della proposta, Hyms of glory presenta splendidi tratti sinfonici ed epici, mentre The orphanage è uno strumentale che mette in luce le qualità dei singoli musicisti. The bend of love ha un’atmosfera grandeur da musical, The river è una ballata piena di pathos, prima di Stream of life, altro episodio davvero splendido e commovente. Finale affidato a Freakshow (the), chicca posta in chiusura di un disco molto buono, compatto e ispirato dall’inizio alla fine e che potrebbe piacere non solo agli amanti del prog metal ma anche a coloro che sono abituati a suoni più morbidi. (Luigi Cattaneo)
 
The lighthouse (Video)
 

mercoledì 27 dicembre 2017

YPNOS, Beholder (2017)


L'immagine può contenere: una o più persone e primo piano
Gli Ypnos nascono nel 2010 con l’intento di dare voce al diverso background che anima i cinque musicisti che prendono parte al progetto (Valentino Bosi alle tastiere, Giacomo Calabria alla batteria, Marco Govoni al basso, Davide Morisi alla chitarra e Christian Peretto alla voce). Beholder è il loro primo full lenght, un lavoro di prog metal sicuramente derivativo (Dream Theater su tutti) ma che mostra un quintetto dalle ottime capacità tecnico-compositive e una scrittura scorrevole seppure ricca di stratificazioni, l’ideale insomma per i tanti appassionati di questo stile. La Sliptrick si dimostra sempre attenta nel dare voci a certi gruppi di qualità, qui impegnati a sciorinare il decalogo del progressive, senza dimenticare qualche puntata nel filone settantiano, soprattutto quando si decelera in contesti meno aggressivi. Cambi di tempo e di atmosfera caratterizzano un po’ tutto il platter, con Tyranny suite (divisa in sette movimenti) sintesi del pensiero Ypnos e piccolo gioiello del concept sull’arco vitale dell’uomo e del suo essere succube della propria emotività in ogni frangente dell’esistenza. Le tastiere di Bosi enfatizzano i passaggi più drammatici del racconto, ricordando anche Metropolis pt.2: Scenes from a memory dei Dream Theater, la coppia ritmica si esibisce in virtuosismi congeniali al fluire dell’opera, mentre Morisi con i suoi riff e i soli caratterizza l’afflato hard dei dieci episodi, su cui emerge Peretto, vocalist vicino proprio a James LaBrie. Il disco si segnala per momenti di grande eleganza, passaggi molto tirati, ballate e atmosfere commoventi, tutti elementi tipici del genere ma che quando sono proposti e pensati in questo modo risultano convincenti ed estremamente efficaci. (Luigi Cattaneo)
 
Qui di seguito il link per ascoltare l'intero album
 

lunedì 25 dicembre 2017

POISONHEART, Till the morning light (2017)


Till the morning light è l’album d’esordio dei Poisonheart (dopo l’ep Welcome to the party), gruppo nato nella seconda metà degli anni duemila come cover band glam punk rock, il classico percorso che porta ora i bresciani con questo debut ad abbracciare territori sleaze e hard rock, con una leggera componente dark che non dispiace affatto. Ovviamente non vi sono novità in un sound consolidato nel tempo ma Fabio Perini (voce e chitarra), Andrea Gusmeri (chitarra ex Dreamhunter), Giuseppe Bertoli (basso) e Francesco Verrone (già alla batteria con i Needlework) sanno il fatto loro, hanno la giusta esperienza e la mettono al servizio di brani riusciti come l’iniziale (You make me) Rock hard, manifesto programmatico del disco che andremo ad ascoltare. Flames & Fire ha una vena heavy dark tratteggiata dalla chitarra aggressiva di Gusmeri, Anymore ha nel chorus il proprio punto di forza, sostenuto da ritmiche secche e potenti, mentre Lovehouse è un r’n’r diretto e senza troppi fronzoli, perfetto in sede live. Shadow fall continua ad omaggiare un certo suono ottantiano, risultando ancora una volta piacevole nell’amalgamare impeto e melodia. Baby strange è una bella ballata dal sapore folk, che mostra come i lombardi sappiano anche scrivere brani di tutt’altra pasta, ma la successiva Under my wings torna subito su territori heavy e non sono da meno anche Out for blood e Hellectric Loveshock, che confermano l’amore per i vari Motley Crue, Alice Cooper e Lizzy Borden. Finale affidato a Pretty in black, una gradevole conclusione per un album rock che ha il piglio del punk e del glam e che può sicuramente incuriosire chi è legato alle radici di questo stile. (Luigi Cattaneo)

Album Teaser

https://www.youtube.com/watch?v=LfyjpaKxMuo

domenica 24 dicembre 2017

PENNELLI DI VERMEER, Misantropi felici (2017)


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I Pennelli di Vermeer (Pasquale Sorrentino alla voce e alla chitarra, Stefania Aprea alla voce e alla chitarra acustica, Michele Matto al basso e Marco Sorrentino alla batteria e alle percussioni) festeggiano il decennale della loro nascita con Misantropi felici, disco che esce a tre anni da Noianoir e che si concentra su una scrittura che guarda al cantautorato e al pop d’autore, con testi intimisti, capaci di raccontare sentimenti, paure e frenesie quotidiane. Il platter inizia con la ritmata e ironica Cerco un buco nella settimana, che mi ha ricordato qualche episodio dei Med in Itali, un pezzo tirato e amplificato dai synth di Raffaele Polimeno (buona la sua prova anche negli interventi di piano e organo lungo tutto il percorso). Si prosegue con la battistiana ballata Nel mare della sera, in cui si fondono le voci di Sorrentino e della Aprea, sottolineate dai fiati di Charles Ferris, dal violoncello di Catello Tucci e dal contrabbasso di Fulvio di Nocera (questi ultimi due li ritroveremo in parecchi momenti dell’opera). Non si vive soltanto d’amore cita il Battiato di Orizzonti perduti ma viene filtrata con l’urgenza pop di Max Gazzè, La luna tutto vede spinge sul versante folk con il lavoro pregevole di Tucci e di Nocera, mentre a metà album Ti cercherò ti troverò è una gradevole ballad che vede la calda voce di Sorrentino protagonista. Ora no! è un rock canzonatorio, un grido verso tutto ciò che non piace, un brano piacevole in cui tornano i fiati di Ferris. Anche Sono sincera è caratterizzato da un approccio più ruvido, seppure sempre nell’ambito del pop rock, ed è cantata dall’Aprea, che è presente insieme a Sorrentino nell’ottima title track, traccia delicata e piena di pathos. Ci si avvicina al finale con il riuscito folk cantautorale di  Mentre tu, che anticipa la conclusiva Ho perso il pelo, nuovamente su amabili binari pop rock. Mi preme sottolineare anche la presenza di musicisti come Pasquale Palomba e Kristian Maimone, due ottimi chitarristi che hanno riempito ulteriormente il suono in parecchie song. Misantropi felici è un album riuscito, legato all’estetica pop ma di quello raffinato, con una cura per gli arrangiamenti che finisce per fare la differenza e fa capire come la grandezza di certi musicisti non sia dettata da soli di lunghezza chilometrica ma dalla fantasia esecutiva e dalla capacità di donare eleganza e respiro a brani sì di semplice lettura ma non di facile costruzione. Un ensemble che meriterebbe molto di più a livello nazionale, perché vi sono tutte le carte in regola per piacere ad un pubblico decisamente più ampio di quello che sinora hanno conquistato. (Luigi Cattaneo)

sabato 23 dicembre 2017

ROZ VITALIS, Lavoro d'amore (2015)


È del 2015 l’ultimo disco dei Roz Vitalis, band attiva dal 2001 sotto la guida del bravissimo tastierista Ivan Rozmainsky (completano la ricca line up Vladimir Efimov e Vladimir Semenov Tyan Shansky alle chitarre, Alexey Gorshkov alla tromba, Philip Semenov alla batteria, Ruslan Kirillov al basso e Vladislav Korotkikh al flauto) e giunta prolificamente al nono album in studio. Lavoro d’amore, curioso il titolo in italiano, esce per la nostrana Lizard e ricalca lo stile romantico e sinfonico a cui il gruppo di San Pietroburgo ci ha deliziosamente abituato, concependo un platter strumentale capace di conquistare sin dai primi ascolti. L’iniziale The acknowledgement day è un ottimo biglietto da visita, segnata dal tocco delicato di Korotkikh e da quello altrettanto raffinato del leader, così come piuttosto evocativa è la title track. Il suono si ispessisce nel dark prog di Unanticipated, dove sorniona si fa strada la tromba di Gorshkov, poi sostituita dal flauto nella maggiormente radiosa Il vento ritorna, composizione con reminiscenze Jethro Tull. There are the workers of iniquity fallen mette in luce le grandi doti tecniche del settetto e lo stesso fa Need for someone else, frangente più cupo in cui fa la parte del leone il solenne suono dell’organo. Invisible animals è un altro grande momento di prog rock sinfonico, una scossa elettrica dall’andamento più frenetico che trova il suo contraltare nella melodia estatica di Every branch that beareth fruit e nella tromba della malinconica Ascension dream (Peak Version). Torna su binari più robusti What are you thinking about (divisa in due parti a formare una sorta di suite), prima del finale di Ending, un breve bozzetto elegante e cameristico. Chi ama band come Karfagen, Inner Drive e Worm Ouroboros non può lasciarsi sfuggire Lavoro d’amore, un disco pieno di spunti e intuizioni. (Luigi Cattaneo)
 
Album Teaser
 

venerdì 22 dicembre 2017

ARTEMISIA, Rito Apotropaico (2017)

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Nati nel 2006, i goriziani ArtemisiA da subito si prodigano nella composizione di brani propri e arrivano in breve tempo a completare ben due dischi, Artemisia e Gocce d’assenzio. Dopo Stati alterati di coscienza e un silenzio di quattro anni, è ora la volta di Rito Apotropaico, con la line up formata da Anna Ballarin (voce), Vito Flebus (chitarra), Ivano Bello (basso) e Gabriele Gustin (batteria). L’inquietante ma bellissima cover è un bel biglietto da visita per calarci nelle atmosfere di questo breve come back (poco più di trenta minuti) formato da otto pezzi intensi e caratterizzati da un approccio stoner che non dimentica mai l’aspetto melodico e comunicativo. Rito Apotropaico è un lavoro greve, crudo, volutamente oscuro già a partire da Apotropaico, brano denso e compatto, con il Soul Circus Gospel Choir introduttivo diretto da Massimo Devitor. Delicato il tema di Il giardino violato, l’argomento pedofilia viene trattato attraverso un suono che denota forza e potenza, mentre con Tavola antica ci si perde nel mistero dell’aldilà sempre nel segno di una musicalità energica e poderosa. La matrice stoner prevale nella rocciosa Iside, seppure è presente nuovamente il coro di Devitor, prima della sorpresa acustica di La guida, un momento inaspettato dopo tanta elettricità. La preda torna su versanti saturi e vigorosi, Regina guerriera è improntata sulla figura di Artemisia di Alicarnasso e presenta qualche sfumatura progressive, mentre il finale di Senza scampo è una drammatica song sull’orrore dell’Olocausto e vede impegnato Carlo Marzaroli al violino, chicca conclusiva di un ritorno assolutamente positivo. (Luigi Cattaneo)
 
Senza scampo (Video)
 

martedì 19 dicembre 2017

habelard2, Hustle & Bustle (2017)


Hustle & Bustle è il quarto disco del prolifico Sergio Caleca e del suo progetto habelard2, che solo qualche mese fa ci aveva deliziato con Maybe, l’album per ora più convincente di questo suo percorso da solista (il compositore è anche tastierista degli Ad Maiora). Rispetto al lavoro precedente, che era stato registrato insieme ad altri ottimi musicisti, Caleca ripropone lo schema di Qwerty e Il ritorno del gallo cedrone, episodi in cui si era destreggiato come one man band suonando tutti gli strumenti. Anche in questo come back il milanese forgia un’ora di prog strumentale di buona fattura in cui emerge il suo amore per Claudio Simonetti, P.F.M., Keith Emerson, i Genesis e la scena di Canterbury, influenze che traspaiono con estro e una certa raffinatezza estetica, donando all’opera un risultato complessivo godibile e che mostra la preparazione dell’autore. Si parte con Frère Jacques, brano in cui viene citato il canone francese Fra Martino Campanaro, abbellito dalle tastiere che riproducono sax, tromba e organo. Dolce è caratterizzata da una ritmica di basso su cui Caleca libra con le sue tastiere, così come non dissimile è il lavoro su Giada, in cui appare anche il suono del flauto. Progressive sinfonico di eccellenza in Alice, prima della lunga e ricercata Folk e Martello e di Tragico nr.2 in cui riappare la chitarra elettrica. Celtic dream, lo dice il titolo, è un omaggio all’Irlanda dettato dalle sonorità tipiche di quelle terre, qui riprodotti con le immancabili tastiere. DeboleFortePiano vede invece il nobile strumento di 88 tasti protagonista, 22 corde ha nella chitarra acustica l’elemento sorpresa tenuto sinora nascosto, mentre Cinc ghei pusè ma rus è più vicina al jazz rock e si mantiene su buoni livelli. Gli anni ’70 si palesano ancora con più forza in Seventies e non sono da meno le escursioni prog della title track e il nobile sinfonismo di Finalino, che chiude questo ritorno stimolante e ancora una volta appetibile dagli amanti di certi suoni. (Luigi Cattaneo)
 
Qui di seguito il link per ascoltare e acquistare l'album