mercoledì 22 novembre 2017

MACHINE MASS, Machine Mass plays Hendrix (2017)


Celebrare alcuni personaggi chiave del novecento musicale e dell’immaginario collettivo come Pink Floyd, Zappa e in questo caso Jimi Hendrix presuppone avere quantomeno una discreta dose di follia, quella che ha spinto i Machine Mass a tributare il genio di Seattle. Ci vuole anche talento ovviamente ma di quello sono indubbiamente forniti Antoine Guenet (tastiere, synth e piano acustico) dei Wrong Object e degli Univers Zero, Michelle Delville (chitarra), anche lui proveniente dai Wrong Object e presente anche nel sestetto di Alex Maguire e nei douBt e Tony Bianco (batteria e percussioni), elemento che ha suonato con Elton Dean e Dave Liebman. Il trio è una combinazione vincente di psichedelia, rock progressivo settantiano e jazz canterburiano, elementi che vengono instillati in brani immortali come Purple Haze, Spanish Castle Magic o Fire, di cui rimane l’archetipo oltre che alcune dinamiche originali. La band non segue giustamente il canovaccio hendrixiano ma vola libera, fresca, premia l’istinto con passaggi al limite del free, suggella gli arrangiamenti con vibranti tessiture di synth e tastiere che completano una revisione in cui convive lo spirito di Jimi con l’autonomia di interpreti esperti e sicuri. Un’operazione rischiosa ma affascinante, proprio per la ferrea volontà di limitare convenzioni e inibire steccati (come da tradizione Moonjune Records), di non muoversi lungo una sola linea retta ma di inerpicarsi in un labirinto di prospettive, ripensando il percorso di Hendrix con acume e rispetto. Machine Mass plays Hendrix è un grande omaggio, brillante e avventuroso, consigliato agli estimatori della sua musica, che è sempre stata senza catene e schemi precostruiti. (Luigi Cattaneo)
 
You got me floatin (Video)
 

domenica 19 novembre 2017

ALESSIO SECONDINI MORELLI'S, Hyper-Urania (2017)


Alessio Secondini Morelli, già chitarrista con gli Anno Mundi e con Freddy e The Kruegers, presenta un nuovo progetto musicale, Hyper-Urania, band che affonda le proprie radici con fierezza nel glorioso Heavy Metal ottantiano, quello di Queensryche, Crimson Glory, Iron Maiden e Saxon, quindi una miscela di potenza e melodia intramontabile anche per le nuove generazioni di metalhead. L’ep vede la presenza di diversi musicisti del folto underground romano (il mini è stato realizzato negli studi Bottega del suono di Roma), tutti molto affini alle idee di Morelli, che ha composto brani immediati, passionali, epici e pieni di sano vigore heavy. Si parte subito forte con la classicità di Arkam, un pezzo che premia la natura istintuale del progetto, vigorosa e col giusto appeal anni ’80, quello del metal americano fatto di soli e chorus decisi, qui esaltati dalla voce di Federica Garenna (Sailing to Nowhere, She Devil) e da una grintosa sezione ritmica (Emiliano Eme Laglia al basso e Daniele Zangara alla batteria, colonne su cui poggiano quasi tutte le tracce). Lord of the flies è un heavy rock piuttosto tirato che guarda ancora agli ’80 e vede la presenza del bravo Freddy Rising (Acting Out, Martiria, Bible Black) alla voce, mentre il breve strumentale Fuga in mi minore del Canto delle Valchirie anticipa Scarlet Queen, ripresa dal primo disco degli Anno Mundi e decisamente NWOBHM (con di nuovo Freddy alla voce). Chiudono l’ep la cover dei Blue Oyster Cult Veteran of the psichi wars in cui troviamo ben tre cantanti, ossia Freddy, la Garenna e Francesco Lattes (New Disorder, The Falls) e l’outro strumentale Steven Shark basata sul tapping. Alessio non ha intenzione di inventare nulla e quello che fa è frutto di una sincera passione, la stessa che lo ha portato ad un primo passo sicuramente gradevole e che getta le basi per qualcosa di più corposo. (Luigi Cattaneo)
 
Lord of the flies (Video)
 

sabato 18 novembre 2017

QUARTO VUOTO, Illusioni (2017)


Primo full lenght per i Quarto Vuoto, che dopo la dipartita del cantante e violinista Federico Lorenzon scelgono di pubblicare un album interamente strumentale e vicino alla psichedelia floydiana e al progressive dei King Crimson. I trevigiani concepiscono con Illusioni un lavoro molto strutturato, con passaggi atmosferici, dark e qualche spunto avanguardistico che ben si amalgama con certi sviluppi sonori. Sontuosa la vena psichedelica di Nei colori del buio, con Mattia Scomparin (tastiere e piano) protagonista nel creare suggestivi tappeti che finiscono per imparentarsi con l’ambient ricercato di Brian Eno e il tanto discusso The endless river dei Pink Floyd. Coscienza sopita mette in mostra la coppia ritmica formata da Edoardo Ceron (basso) e Nicola D’amico (batteria) e il dinamismo di Luca Volonnino (chitarra), per un brano che sintetizza l’amore per il progressive e la psichedelica, mentre Impasse è uno dei momenti migliori, con Giulio Dalla Mora al sax tenore che ben si cala nelle dinamiche dei Quarto Vuoto, qui forse all’apice della loro pur breve carriera. Difatti la composizione è una lunga e articolata cavalcata sospinta da pulsioni dark prog, vagiti space e Kraut in odore di Cluster e sussulti psichedelici in cui è importante il lavoro d’insieme. A dire il vero anche la seguente Apofis si muove sulla stessa scia (presenza di Dalla Mora compresa), dove forse viene accentuata la componente rock del quartetto, prima di Due ° Io, un bel incontro/scontro tra forza e delicati spunti psichedelici e la conclusiva e raffinata Tornerò, impreziosita dal violino acustico di Mauro Spinazzè, indubbiamente un bellissimo finale per un lavoro di grande pregio e che celebra la crescita esponenziale della band veneta, molto più interessanti e affascinanti rispetto al pur piacevole ep d’esodio del 2014. (Luigi Cattaneo)
 
Apofis (Video)
 

giovedì 16 novembre 2017

INARMONICS, A thing of beauty (2017)

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A thing of beauty è il debut degli Inarmonics, un crossover intelligente tra influenze black, indie rock e fraseggi strumentali che puntano molto su groove e impatto. Registrato interamente in presa diretta come un disco del passato, l’album contiene più anime, una contaminazione tra stili che risulta da subito gradevole e cerca di non limitare la voglia di toccare generi differenti. Anche la voce di Gianluca Gabrielli riesce a spaziare seguendo il mood delle varie tracce, apparendo più soul quando il contesto lo esige o volutamente drammatica nelle parti maggiormente tirate o oscure, merito anche di bravi musicisti come Massimiliano Manocchia (chitarra), Giampaolo Simonini (basso) e Manuel Prota (batteria). L’iniziale Disma mostra subito le sfumature del loro sound, con qualche spunto prog che non dispiace affatto, mentre la title track ha un gusto decisamente più vicino alla black music, con elevati dosi di appeal che potrebbero far funzionare il pezzo anche nelle radio nazionali. Bello il tribalismo di In the park, nervoso e turbolento, aspetto che ci conduce al dinamismo di Funkarabian Scat, uno strumentale che unisce il funky rock e il Medio Oriente. Tale splendore lascia il posto a History, più indie ma comunque convincente, ma è solo un passaggio, perché Farabutto è un nuovo favoloso e vibrante strumentale che mette in mostra doti tecniche e un notevole interplay tra il quartetto. Toni da ballata con Gone too fast, prima del finale di More wine, carico di buone vibrazioni (in alcuni momenti mi ha fatto pensare al periodo più ispirato di Ben Harper) e ottima conclusione di un disco volutamente senza un’unica direzione, capace di lambire più ambiti grazie a idee e coraggio. (Luigi Cattaneo)

Di seguito il link per ascoltare l'album per intero https://itunes.apple.com/it/album/a-thing-of-beauty/1227674427?i=1227675345

lunedì 13 novembre 2017

DARK AVENGER, The Beloved Bones : Hell (2017)


Pregevole ritorno per i brasiliani Dark Avenger, un gruppo che con gli anni si è molto migliorato e ha creato una base di fan anche qui in Italia che non avranno difficoltà nel riconoscere The beloved bones : Hell come uno dei dischi più riusciti dell’act carioca. Il nuovo platter conferma ovviamente la carica heavy insita nei verdeoro, con squillanti trame epic e fraseggi che finiscono per lambire il thrash metal tecnico, un percorso forgiato da aggressività e pathos. I Dark Avenger hanno dalla loro un’attenzione immensa per la melodia, che diviene elemento focale pure nei frangenti più duri, segno delle raffinate doti di songwriting sempre più sviluppate dell’ensemble. Il mood inquieto e malinconico con cui sono stati costruiti parecchi brani si sposa con la potenza della coppia di chitarristi Glauber Oliveira e Hugo Santiago e una sezione ritmica corposa e precisa formata dal basso di Gustavo Magalhaes e dalla batteria di Anderson Soares (segnalato però come musicista esterno alla band), musicisti egregi su cui si muove sontuosamente la voce di Mario Linhares. Si parte in quarta con The beloved bones, che si apre con un ipnotico intro di violino di Mayline Violinist, che ben presto viene spazzato via da un tremendo riff thrash metal che indirizza la trama verso lidi cari ai Nevermore, con frangenti davvero molto violenti. Smile back to me conferma l’aurea cupa e diabolica e la pesantezza del thrash, condita però da sfumature epiche coinvolgenti. Non dispiace nemmeno il grandeur gotico di King for a moment in cui vengono delineati alcuni topoi del gruppo, che oscilla tra epic, sfuriate heavy e sensibilità melodica. This loathsome carcass è ancora fosca e greve ma lascia intravedere uno spiraglio di luce, qui tradotto per mezzo di note che riescono a sedurre chi ascolta. È solo un attimo, perché i brasiliani non hanno nessuna intenzione di porre freno al loro spirito bellico e i riff sostenuti di Parasite sono lì a dimostrarlo. Breaking up again inizia come una delicata e inusuale ballata, per poi aggredire con ferocia l’inerme spettatore di questa furia (in)controllata. Un po’ di prog irrompe in Empowerment, soprattutto per una certa enfasi, la maestosa melodia portante e una riuscita parte strumentale, mentre Nihil mind appare più diretta e immediata, pur essendo tutt’altro che scontata. Purple letter non cambia registro ma si arricchisce della presenza di Marcella Dourado alla voce, un duetto godibile e sinuoso, prima di ben due ballate, Sola mors liberat, con il piano di Vinicius Maluly e la bonus track When shadows falls, poste insieme a concludere un disco ricchissimo di idee e vera manna per tutti gli amanti dell’hard & heavy. (Luigi Cattaneo)
 
The beloved bones (Video)
 

sabato 11 novembre 2017

DANTE ROBERTO, The circle (2017)


Esordio discografico per Dante Roberto, docente presso il Conservatorio Paisiello di Taranto e con una cultura classica di notevole spessore, che qui riversa in un album progressive a tutto tondo dove le sue tastiere sono ben sostenute da Salvatore Amati al basso, Alessandro Napolitano alla batteria e da un trio di chitarre formato da Luca Nappo, Salvatore Russo e Alex Milella, che Dante utilizza singolarmente in base al mood del pezzo. The circle è un disco che gli amanti di un certo prog, vintage e settantiano, non possono lasciarsi sfuggire, un concept strumentale che lega quella mitica stagione di New Trolls e Le Orme con quella attuale di Alex Carpani o The Rome Pro(G)ject, il tutto suonato e arrangiato con estrema sapienza. Il platter si presenta subito bene con Dante suite, composizione divisa in tre parti in cui viene presentata la visione d’insieme di questa band, con Roberto soave nel fraseggio pianistico, Russo e Nappo dinamici nel dare un’impronta quasi hard a certi passaggi e una sezione ritmica che dona il giusto supporto in termini di potenza ed eleganza. Non mancano ovviamente i sinfonismi tipici del genere, a cui vengono contrapposte dolenti note acustiche e virtuosismi che, a dire il vero, non ho trovato fuori luogo ma dosati con sapienza da interpreti che guidano con maestria i loro strumenti. All change cita Emerson Lake & Palmer e Quatermass, per poi sfoderare passaggi al limite della fusion, mostrando la capacità dell’ensemble di variare lo spartito anche nella singola traccia. Stupenda Tra fuoco e fiamme, dieci minuti sintesi dei suoni di Dante, tra spirali classicheggianti e parti più dure, fughe tastieristiche e soli di chitarra (in questo caso di un notevole Nappo). Open your heart è una tenue ballata che si sviluppa sulle intuizioni del leader, davvero una grande e sensibile song, un momento di passaggio prima di Lisea (eroica vestale tarantina), un altro ottimo viaggio sospeso egregiamente sull’interplay tra parti di spessore tecnico e un livello di lirismo non comune. Funky disco, lo dice il titolo, è più leggiadra ma non per questo frivola, segno delle enormi possibilità del gruppo. Finale affidato alla curiosa Toccata, che inizia come il solito omaggio alla fusione tra classica e rock per poi aprirsi verso suoni latini inaspettati! The circle è un bellissimo esordio e ha tutte le carte in regola per suscitare emozioni sia nei fan del prog rock più canonico che in quello robusto di Dream Theater e affini. (Luigi Cattaneo)
 
Lisea (Video)
 

lunedì 6 novembre 2017

CIRCUS NEBULA, Circus Nebula (2017)


Nati nel lontano 1988 a Forlì, i Circus Nebula arrivano solo ora al debut grazie alla sempre lodevole attività della Andromeda Relix e confermano quanto fatto vedere in quasi 30 anni di attività, con strutture e riff di matrice hard che si sposano con l’immediatezza furente del r’n’r sessantiano e la psichedelia che incontra la passione per il cinema horror e i b-movies. Marco Bonavita (voce anche di Amphetamine e Nasty Tendency), Alex Celli (ex chitarrista dei bravi Buttered Beacon Biscuits), Bobby Joker (batterista già presente nei Diatriba), Michele Gavelli (tastiere, in comproprietà con i Blastema) e Frank Leone (già Nasty Tendency e ora con il grande Michael Vescera) sono il quintetto che ha dato vita ad un esordio dove, a fianco dei cavalli di battaglia di sempre, troviamo inaspettati inediti di spessore. Così tanta perseveranza riempie i solchi di questa opera prima, diretta conseguenza di demo, apparizioni su compilation e live aperti per Paul Chain, Death SS e Dogs D’Amour, una forza propulsiva contagiosa che parte in quarta con Sex garden, potente ma molto melodica. Il singolo Ectoplasm è puro hard rock, mentre più darkeggiante è Here come the medicine man, prima della briosa verve di Rollin thunder, un rock ‘n’ roll diretto e assolutamente convincente. Dopo un inizio così scoppiettante il quintetto propone una valida ballata, Vacuum dreamer, per poi tornare con fermezza al roccioso rock di Welcome to the Circus Nebula. Ci si sposta sul versante heavy con la ferrea 2 loud 4 the crowd e da lì in poi i romagnoli non staccano più il piede dall’acceleratore, regalandoci la profonda Electric twilight, la dura Head-Down, la grinta live e quasi punk di Mr. Pennywise e il finale scoppiettante di Spleen. Trent’anni di attesa fieramente ripagati fanno di questo Circus Nebula un disco genuino e verace, pieno di passione per un genere immortale di cui c’è bisogno e sempre ce ne sarà. (Luigi Cattaneo)
 
Album Promo Teaser
 

sabato 4 novembre 2017

LE JARDIN DES BRUITS, Assoluzione (2017)


Tony Vivona (basso, farfisa, chitarra e pianoforte, già con Dea, Radioattivi e Verde Matematico, giusto per citare qualche suo progetto) e Simone Tilli (cantante attivo con Lirico, Carnera e Deadburger, tra gli altri) sono il duo dietro il monicker Le Jardin des Bruits e Assoluzione è il loro primo lavoro, registrato insieme ad una serie di musicisti perfettamente calati nel contesto indie rock proposto. I riff distorti su cui sono stati creati i brani sono la colonna portante di un album introspettivo in cui emerge l’amore non solo per il rock americano ma anche per quello italiano dei ’90, così come per l’indie, l’alternative, la new wave e il cantautorato. Pur non essendo un concept la tematica religiosa è il filo conduttore del platter e i personaggi tracciati finiscono per subire una certa condizione e la musica che sottolinea gli eventi risulta immediata ma stratificata, soprattutto nella scelta degli arrangiamenti, una somma di più elementi e suoni non sempre del tutto a fuoco ma sicuramente interessanti. Le idee che si sviluppano attorno ad un’elaborata forma canzone si manifestano già nell’iniziale Ovunque e comunque, dove le rose rosse citate non sono quelle del Massimo Ranieri targato 1969 ma presentano spine dolorose, che Vivona (impegnato qui anche all’organo Farfisa) e compagnia gettano in faccia all’ascoltatore. Seguono la dolente Salvami e la bella ballata Scatola di stelle, impreziosita da un trio d’archi formato da Jamie Marie Lazzara (violino), Giulia Nuti (viola) e Pedru Gabriel Horvat (violoncello). Non mi ha convinto del tutto Gesù di maggio, che ho trovato con meno mordente delle precedenti, seppure è solo un attimo, perché già la successiva malinconia di Wrongsong riporta tutto su standard più alti, anche grazie alla voce di Elisa Lepri che ben si sposa con quella di Tilli e al tocco di Gianni Fini alla slide guitar, uno strumento sempre ricco di fascino. Ottima la title track, dove Tilli diviene grande narratore con uno spoken word efficace e dai toni plumbei, così come di rilievo è Impressioni di novembre in cui la band si diverte a citare la P.F.M. e ripropone la vena classicheggiante della Nuti e di Horvat atta a creare un curioso interplay con il taglio indie della composizione. Più banale Mentre fuori il giorno muore, mentre tentano la carta sperimentale con Le Jardin des Bruits, episodio a sé in cui è stato utilizzato un contrabbasso elettrificato per sviluppare un plot ritmico su cui innescare la viola e il violoncello. Chiude il disco l’amara conclusione di Come sempre (in cui compare il clarinetto di Matteo Bianchini), perfetto finale di un esordio assolutamente piacevole. (Luigi Cattaneo)
 
Ovunque e comunque (Official Video)
 

giovedì 2 novembre 2017

VERDUGO, We are our own demon (2016)


Nati come duo country blues, i bergamaschi Verdugo sono attualmente un trio (Claudio Albergoni  alla chitarra, al pianoforte e alla voce, Federica Lovatello alla voce e alle percussioni e Daniele Milesi alla batteria) con parecchie sfumature folk rock, bluegrass e alternative country di matrice americana. We are our own demon è il loro primo full lenght e ha tutte le carte in regola per piacere ad un pubblico trasversale e non per forza legato ad un solo genere musicale. Uncut è un ottimo inizio, più rock di quanto ci si possa attendere, con Albergoni molto espressivo e la Lovatello bravissima nell’inserirsi come seconda voce nel chorus. A ruota troviamo la notevole title track, dominata da un riff potente ai limiti del grunge e da un mood greve in cui fa la sua parte anche Milesi, puntuale metronomo del trio, mentre più solare è Hummingbird, in cui viene fuori maggiormente la vena folk rock del gruppo. Mark on the wall è giocata sull’interplay tra le due voci, che tratteggiano uno scenario alt country piuttosto gradevole, Long coming home è invece una ballata dal sapore antico, un momento posto saggiamente a metà album e che mostra un’altra anima del trio. Wedding gown prosegue sulla stessa falsariga confermando come la band non abbia difficoltà nello scrivere ballate legate all’immaginario stelle e strisce, una sensazione che non svanisce nemmeno con The sun rises over all, seppur più tirata e potente. Godspeed you (blank old world) sorprende nuovamente per l’aggressività di cui è intrisa e lascia intravedere anche la possibilità di nuovi orizzonti creativi da esplorare nel futuro, perché si tratta di uno dei pezzi più interessanti del platter. Buonissimo anche il finale di Demon of empty streets, un indie rock ispirato e maturo, degna conclusione di un debut assolutamente rilevante e con dei tratti distintivi chiari che mostrano un ensemble con una proposta affascinante e brillante. (Luigi Cattaneo)
 
Hummingbird (Video)
 

mercoledì 1 novembre 2017

CONCERTI DEL MESE, Novembre 2017

Mercoledì 1
·Claudia Quintet a Roma

Giovedì 2
·Claudia Quintet a Siena

Venerdì 3
·Mad Fellaz a Quinto di Treviso (TV)
·Motorpsycho a Parma
·Lingalad a Lucca
·Methodica a Trieste
·Diraxy a Milano
·Periferia Del Mondo a Roma

Sabato 4
·Kraftwerk a Torino
·Panther & C.+Eveline's Dust a Milano
·Glincolti a Treviso
·Kubin a Lainate (MI)
·Motorpsycho a Livorno
·Prog 61 a Livorno
·Lachesis a Cassano d'Adda (MI)
·Estro a Cecchina (Roma)

Domenica 5
·Kraftwerk a Torino
·Motorpsycho a Trezzo s/Adda (MI)
·Secret Tales a Milano

Lunedì 6
·Kraftwerk a Torino
·Motorpsycho a Roncade (TV)

Martedì 7
·Kraftwerk a Torino

Mercoledì 8
·The Musical Box a Napoli

Giovedì 9
·The Musical Box a Torino
·Peter Hammill a Roma

Venerdì 10
·The Musical Box a Padova
·Unreal City a Lugagnano (VR)
·Peter Hammill a Napoli
·Elevate a Busche (BL)

Sabato 11
·N. M. Brock+Monkey Diet a Lugagnano (VR)
·Peter Hammill a Terni
·Phoenix Again + altri a Genova
·M.Giuntoli "Vox populi" a Paderno D.(MI)
·Lingalad a Pistoia
·Malibran a Catania

Domenica 12
·The Musical Box a Roma
·M. Giuntoli "Vox populi" a Lainate (MI)

Lunedì 13
·Leprous a Segrate (MI)
·Peter Hammill a Chiari (BS)

Martedì 14
·C. Simonetti's Goblin a Napoli
·PFM a Torino
·Peter Hammill a Milano
·Liquid Shades a Ferrara

Mercoledì 15
·Peter Hammill a Tolmezzo (UD)
·PFM a Genova


 Venerdì 17
·Peter Hammill a Livorno
·Massimo Giuntoli "Hobo" a Milano
·Liquid Shades a Imola (BO)
·The Watch a Roma

·Lingomania a Castellanza

Sabato 18
·Blank Manuskript a Lugagnano (VR)
·C. Simonetti's Goblin a Parma
·Rêverie a Milano Teatro Parenti ore 12:30
·Inter Nos a Portogruaro (VE)

Domenica 19
·Crippled Black Phoenix a Milano
·Aldo Tagliapietra a Mestre (VE)

Mercoledì 22
·Ulver a Milano

Giovedì 23
·Ulver a Roma
·PFM a Trento
·Il Paradiso degli Orchi a Rezzato (BS)

Venerdì 24
·Claudio Simonetti's Goblin a Pisa
·Ulver a Ravenna
·Tazebao a Parma
·Ufomammut a Molfetta (BA)
·Soul Secret a Bologna
·Roberto Cacciapaglia a Palermo

Sabato 25
·Giorgio "Fico" Piazza a Lugagnano (VR)
·Dancing Knights a Roma
·Prog 61 ad Asciano (PI)
·Get'em Out a Trofarello (TO)
·Möbius Strip + Quartech a Roma

Domenica 26
·Paradiso degli Orchi+Cellar Noise al Legend di Milano

Lunedì 27
·Mastodon+Russian Circles a Trezzo (MI)

Mercoledì 29
·Roberto Cacciapaglia a Milano

Giovedì 30
·Napoli Centrale a Torino

venerdì 27 ottobre 2017

L'IRA DEL BACCANO, Paradox Hourglass (2017)


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Dopo l’ottimo Terra 42 del 2014, tornano L’ira del Baccano con un secondo lavoro in studio che conferma la bontà di questo progetto intriso di space e stoner strumentale, un percorso carico di vibrazioni psichedeliche in cui ritroviamo i Grateful Dead del mentore Jerry Garcia, i riff micidiali alla Tony Iommi, i gloriosi Hawkind ma anche gli Ozric Tentacles più lisergici. Ad Alessandro Santori (chitarra e synth), Malerba (chitarra e synth) e Alessandro Salvi (batteria) si è unito il nuovo Ivan Contini Bacchisio (basso) ma il risultato è lo stesso imperdibile substrato sonoro del debut (anche se il vero esordio è il mastodontico live Si non sedes is). Il platter consta quattro movimenti, con la title track inziale divisa in due parti (L’ira del baccano e No razor for Occam) a formare un’unica sontuosa suite di venti minuti circa in cui c’è l’abbecedario del suono dei romani, caratterizzato da un crossover di space, heavy, psichedelia e progressive, il tutto contraddistinto da un vorticoso groove generato dall’interplay furente tra le due chitarre e la sezione ritmica, una vera cavalcata da jam band. Abilene (the trip to) è davvero un viaggio nei meandri dello stoner, con ampi squarci anni ’70, psichedelici e sferzanti heavy prog, mentre il finale di The blind Phoenix rises si sporca di doom oscuro e greve, con riff portanti massicci che completano un quadro di notevole fattura, che non fa altro che sottolineare come l’ensemble capitolino sia uno dei maggiori talenti di casa nostra. (Luigi Cattaneo)
 
Abilene (Video)
 

giovedì 26 ottobre 2017

RAGING DEAD, When the night falls (2017)


Abbiamo conosciuto i Raging Dead (Cloud Shade alla voce, Matt Void alla chitarra, Tracii Decadence alla batteria e Simon Nightmare alla batteria) con il piacevolissimo ep Born in rage e dopo un tour che ha toccato sia l’Italia che l’estero i ragazzi di Cremona tentano il grande traguardo del full lenght. When the night falls è un passo in avanti, un concentrato di rock stradaiolo, heavy, punk e dark, una miscela esplosiva che unisce Misfits, Frankenstein Drag Queen from Planet 13, Murderdolls e Motley Crue e che si caratterizza per un approccio irruento e serrato a cui si contrappone spesso la ricerca di chorus che siano facilmente leggibili. La pesantezza di fondo viene mitigata quindi da una discreta cura per la ricerca di melodie catchy, così come la voce di Shade si sporca di interessanti parti al limite dello scream che divengono motore di forza di un album notturno e greve. L’esperienza maturata negli ultimi mesi si evince in brani che puntano moltissimo sull’impatto e ciò si denota sin dall’iniziale furia di Streets of rage, tenebrosa ed energica. L’avvolgente title track è tra i brani migliori del disco, Within shadow è puro e piacevole sleaze, mentre Army of the restless è maggiormente oscura e cupa. L’alternanza con lo street metal si palesa nella sfrontata Nightstalker, prima della foschia misteriosa di Bloodlust e del singolo Crimson garden, la traccia più immediata del platter e vicina in alcuni momenti ai gloriosi Death SS. Scratch me torna su territori horror punk, conducendoci verso l’aggressivo assalto di Doomsday e l’epitaffio finale dell’ottima Ballad of the storm, un altro esempio concreto della capacità dei cremonesi di sviluppare trame efficaci e, perché no, ruffiane. When the night falls è un primo disco convincente, egregiamente prodotto e con tante idee che faranno breccia soprattutto nei cuori di chi ama queste sonorità mai troppo sviluppate nella nostra penisola. (Luigi Cattaneo)
 
Crimson garden (Video)
 

martedì 24 ottobre 2017

TETHRA, Like crows for the earth (2017)



Like crows for the earth segna il ritorno dei Tethra, un album molto oscuro, con passaggi goth di grande effetto e una malinconia latente che ci accompagna per tutto il percorso del platter. La band si è ricompattata dopo il debut Drown into the sea of life intorno alla figura di Clode Tethra (voce) e la line up attuale è stata completata da Luca Mellana (chitarra), Gabriele Monti (chitarra), Salvatore Duca (basso) e Lorenzo Giudici (batteria). Il death metal della band vive di ampi sprazzi melodici e dark, con la voce ora pulita ora in growl del leader e la scrittura, che pare decisamente più consapevole rispetto al passato, ci regala un disco ispirato ed enfaticamente drammatico. Caratteristiche che si legano tra loro con un evidente mood doom metal che funge da collante per buona parte del lavoro, influenzando un sound in cui il climax è volutamente mesto, uno spleen inquieto in cui emergono anche sorprendenti linee acustiche sottoforma di intermezzi atti a legare tra loro lo scorrimento dell’album. Like crows for the earth riesce quindi ad essere potente ma anche immediato, raffinato e intimo, una fusione che porta alla creazione di piccole perle come Transcending Thanatos o Springtime Melancholy, brani stimolanti e passionali in cui ritroviamo i Moonspell ma anche i Dark Tranquillity di Projector o gli Amorphis di Tuonela. I novaresi si contraddistinguono inoltre per una certa attenzione verso la produzione (realizzata con Mat Stancioiu, batterista dei Labyrinth e dei Vision Divine) e l’arrangiamento, elementi tutt’altro che secondari e che spesso fanno la differenza, oltre che essere riusciti a sviluppare trame sofisticate ma molto empatiche. Ottime anche Synchronicity of life and decay e Deserted, taglienti ed incisive al punto giusto ma senza dimenticare una forte vena melodica che rende l’insieme parecchio espressivo, un aspetto determinato da un certo approccio emotivo al songwriting. A mio modo di vedere questo come back risulta elegante ed elaborato ma senza perdere di vista la forma canzone, un nuovo punto di partenza per un ensemble giovane e che ha ancora margini di crescita per dare continuità e sviluppo ad un progetto interessante e di ottimo potenziale. (Luigi Cattaneo)

The groundfeeder (Video)

 https://www.youtube.com/watch?v=wk3UQd3IcMo


sabato 21 ottobre 2017

EARTHSET, Popism (2017)



Popism è il secondo ep dei bolognesi Earthset (Ezio Romano chitarra e voce, Costantino Mazzoccoli alla chitarra, Luigi Varanese al basso ed Emanuele Orsini alla batteria) e si discosta da quanto fatto nel buonissimo In a state of altered unconsciousness (di cui avevamo parlato da queste pagine), prediligendo un approccio più immediato e vivace e meno complesso, un taglio maggiormente indie rock piacevole ma forse meno interessante. Il pop richiamato nel titolo è, a dire il vero, un po’ uno specchietto per le allodole, perché comunque la band guarda oltremanica a quelle correnti alternative che partono dalla fine dei ’90 per giungere ai giorni nostri e uno degli esempi migliori è l’iniziale Around the head, che di leggero non ha praticamente nulla e mostra la capacità del gruppo di creare pezzi potenti ma melodici. In the pendant è una critica all’ambiente musicale indipendente e il sound segue questa voglia di urlare le proprie ragioni (leggere il testo per capire …), mentre Flush vira sì verso un suono più indie pop ma non di quello banale o scontato, perché la band ha innate doti di comunicatività, senza dover scendere a compromessi con soluzioni di facile assimilazione. Anche Icarus’ flight ha lo stesso piglio più ruffiano, prima del finale strumentale di Ghosts and afterthoughts, psichedelico e sperimentale, un post rock con spore elettroniche davvero accattivanti che lasciano presagire magari un futuro in questa direzione. Se questo ep voleva essere una sfida diciamo che è stata vinta ma in parte, perché a mio modo di vedere l’anima alternative della band viene comunque fuori e non poco e forse non deve essere tenuta a freno, perché il gruppo ha un potenziale molto alto, emerso nell’ottimo disco d’esordio tra l’altro. Pubblicazione gradevole ma transitoria, in attesa di scoprire quale strada intraprenderanno i bolognesi. (Luigi Cattaneo)

Flush (Video)
 

venerdì 20 ottobre 2017

CLAUDIO LOLLI, Il grande freddo (2017)


Vincitore dell’ultimo premio Luigi Tenco, il nuovo lavoro di Claudio Lolli è un ritorno ad otto anni di distanza da Lovesongs, per quello che è lecito considerare come uno dei cantautori più importanti e significativi del panorama italiano. La novità saliente è che Il grande freddo (che richiama l’omonimo film di Lawrence Kasdan) vede Lolli collaborare nuovamente con Danilo Tomasetta (sax) e Roberto Soldati (chitarra), musicisti appartenenti al Collettivo Autonomo Musicisti di Bologna con cui produsse il meraviglioso Ho visto anche degli zingari felici del 1976. A completare la formazione troviamo i validissimi Nicola Alesini (sax), Paolo Capodacqua (chitarra acustica), Giorgio Cordini (bouzouki e chitarra acustica), Felice Del Gaudio (basso e contrabbasso), Pasquale Morgante (pianoforte, fender rhodes e tastiere), Alberto Pietropoli (sax) e Lele Veronesi (batteria). L’album è, come da tradizione lolliana, pieno di poesia e pacata tristezza e il titolo contiene una triplice valenza: esistenziale perché specchio dell’indifferenza che circonda la società moderna, politica (la fine della sinistra con cui è cresciuto l’autore) e filosofica in quanto metafora di morte, elementi simbolo di quello che si potrebbe anche definire un concept morale. L’esemplare title track racchiude l’essenza del disco, la malinconica visione di un mondo parco d’amore e di solidarietà verso l’altro, una critica amara che prosegue nella grazia antica di La fotografia sportiva (ispirata al fotoreporter Roberto Serra). Le riflessioni delicate ma pungenti di Lolli producono le ottime Non chiedere e 400000 colpi, brani trademark del pensiero del cantastorie bolognese, mentre in Sai com’è Lolli recupera una lettera postuma del partigiano Giovanni alla moglie, confezionando una composizione intrigante e classica. La disillusione è argomento caro a Lolli e le trame di Gli uomini senza amore sono lì, laddove ce ne fosse bisogno, a dimostrarlo, prima dell’autobiografica Prigioniero politico e dell’omaggio a quelle donne che vendono la propria esistenza per metterla al servizio degli altri di Principessa messamale. Chiude il disco lo spoken word di Raggio di sole, con Lolli che si chiede, senza darsi risposta, se mai riuscirà a sconfiggere questo grande freddo. Senza fare paragoni inutili con gli storici Ho visto anche degli zingari felici o Aspettando Godot, Il grande freddo è un buon disco, ispirato e con delle felici intuizioni, sostenute da una line up rinnovata e coesa, forse tra le migliori del percorso più che quarantennale di Lolli. A corredo del discorso testuale e musicale (binomio imprescindibile per il compositore) le illustrazioni (una per traccia) di Enzo De Giorgi, finestre pittoriche attraverso le quali i personaggi dei testi prendono vita e si manifestano a noi. (Luigi Cattaneo)
 
Sai com'è (Video)
 

mercoledì 18 ottobre 2017

FROM THE DUST RETURNED, Homecoming (2017)

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Nati solamente due anni fa, i From the dust returned (nome mutuato da un libro fantasy di Ray Bradbury) sono tutt’altro che esordienti vantando in formazione Danilo Petrelli (tastiere) e Cristiano Ruggiero (batteria), già nella line up dei Graal, oltre che Alex De Angelis (voce e chitarra), Marco Del Bufalo (voce) e Miki Leandro Nini (basso). Questo ep d’esordio è puro heavy dark prog, con reminiscenze settantiane non indifferenti e tematiche oscure come la depressione o i disturbi della psiche, che vengono sottolineati da una musicalità viscerale e greve, dai tratti quasi soffocanti. L’iniziale Harlequeen mostra fraseggi dark prog e incursioni nel metal, un inizio saturo, carico di veemenza che sfocia nella breve title track, un’introduzione a Echoes of faces, brano vibrante e potente, un progressive metal con parti in growl a ricordare gli Opeth di qualche anno fa. La band svedese è presente anche nella successiva Glare, maggiormente atmosferica, con i ritmi che rallentano e creano una nera spirale, un vortice di dark prog in cui si palesano elementi riconducibili anche agli High Tide di Tony Hill, caratteristiche di una traccia profonda e viscerale. Wipe away the rain si sposta con grazia sul versante del death metal progressivo, mentre la brevissima Sleepless è l’epitaffio finale di un ep trasversale, duttile e molto interessante, che lascia trasparire ulteriori sviluppi per il futuro. (Luigi Cattaneo)
 
Echoes of faces (Official Video)
 

sabato 14 ottobre 2017

ANDREA SALINI, Lampo Gamma (2017)


Ep brillante e scorrevole per Andrea Salini, che con Lampo Gamma firma sette pezzi di puro rock, tradendo l’amore per band storiche ben radicate nella tradizione del genere. Ad accompagnare il bravo chitarrista e cantante in questo terzo lavoro troviamo Simone Gianlorenzi (chitarra, tastiere e basso), Matteo Di Francesco (batteria), Pino Saracini (basso), Luciano Zanoni (piano e tastiere) e due backing vocals come Fernando Alba e Silvia Leonetti, interpreti abili nel supportare le intuizioni di Salini, un percorso foriero della lezione di Tom Petty e John Fogerty ma anche dei Creedence Clearwater Revival, di cui è presente una buona versione di Bad Moon Rising. L’iniziale Strange days è ideale per catapultarci con forza nell’entusiasmo contagioso del rocker romano, immediata e aggressiva al punto giusto, mentre Distant planets è un ottima ballata che mostra il lato più romantico di Salini. Hendrix funk (The comet) è un piccolo e riuscito omaggio al guitar hero per eccellenza e ad uno stile sempre carico di groove, elemento su cui Andrea pare puntare e non poco. L’intermezzo di Space anthem anticipa la già citata Bad Moon Rising e soprattutto The moon, un’altra ballata raffinata e con qualche piacevole reminiscenza psichedelica. Chiude l’ep l’interessante strumentale The martian, improntata sul chitarrismo del leader e degno finale di un prodotto gradevolissimo, molto curato nella produzione e negli arrangiamenti, segno di una professionalità assoluta che ha portato Salini a bilanciare con intelligenza suoni e umori. Andrea, pur essendo un chitarrista dotato, ha preferito concentrarsi sull’aspetto melodico della forma canzone, un po’ come il Mark Knopfler solista (penso a Kill to get crimson o Privateering), centrando il bersaglio con semplicità e gusto. (Luigi Cattaneo)
 
Strange days (Official Video)
 

venerdì 13 ottobre 2017

ANTONIO GIORGIO, Golden Metal - The Quest of Inner Glory (2017)


Cantante e compositore, Antonio Giorgio è il mastermind dietro questo nuovo progetto targato Andromeda Relix, un lavoro fieramente epico, intriso di power metal e hard rock, con qualche frangente lievemente progressivo. Golden Metal – The Quest of Inner Glory è un lavoro per sua stessa natura magniloquente, che arriva dopo svariati demo e dischi autoprodotti e che pare prevalentemente indirizzato ai fan di Virgin Steele, Omen e Manilla Road, un album realizzato in due anni insieme a membri della power band Fogalord, dei sinfonici Astral Domine (ora Veil of conspiracy) e di due band di hard rock melodico come Bluerose e Thunderproject (Stefano Paolini, Enrico Di Marco e Luca Gagnoni alle chitarre, Giuseppe Lombardo al basso, Nicolò Bernini alla batteria, Mattia Bulgarelli alle tastiere, Dany All alle tastiere e alla voce e infine Riccardo Scaramelli presente solo nella bella cover di Alone Again dei Dokken). Con queste premesse il disco è un chiaro omaggio al metal più classico, quello orgoglioso e nobilmente vintage nella forma e nella costruzione, nelle atmosfere epicamente gotiche e valorose di un concept allegorico in cui l’irpino ha messo tutto se stesso, con i pro e i contro di un genere ben radicato nella storia. Il songwriting è quindi figlio di questa passione verace, di ascolti che probabilmente accompagnano da sempre l’autore ed è canalizzato all’interno di un percorso, prendere o lasciare, definito, ma che forse potrebbe non essere definitivo vista l’abbondanza di carne messa sul fuoco. Peccato per alcuni momenti in cui la voce emerge meno di quanto dovrebbe, soprattutto nei brani più heavy dove una potenza vocale più marcata e profonda avrebbe giovato senz’altro, aspetto che non ho riscontrato nelle parti più rallentate come l’ottima e doomy The reaper. Pur trovando il platter altalenante nel suo incedere devo dire che Antonio sceglie saggiamente di non esagerare mai con acuti vocali fastidiosi o sopra le righe, preferendo una meticolosità d’insieme che porta alla creazione di brani in cui l’aspetto melodico ha una certa rilevanza, come nel caso di Lost & Lonely o Luminous demons, esempi piacevoli della commistione tra heavy e power metal. Meno interessanti a mio giudizio la canonica title track iniziale e Forever we are one, più anonima rispetto alle altre, mentre maggiormente penetranti sono la gloriosa suite Beyond heaven and hell divisa in tre capitoli e il buon finale di Et in Arcadia Ego suite con parecchie idee al suo interno. The Quest of Inner Glory risulta quindi un disco gradevole, indirizzato probabilmente solo verso un certo tipo di pubblico che già apprezza queste sonorità, in attesa di scoprire se l’artista irpino ha intenzione di proseguire su questa strada anche in futuro o instillare il suo credo musicale con altri elementi. (Luigi Cattaneo)
 
The Vision (Video)
 

lunedì 9 ottobre 2017

MINRAUD, Vox Populi (2017)


Esordio assoluto per i Minraud (Alessandro Rubino alla voce, Michele Di Lauro alla chitarra, Giuseppe Barile alle tastiere, Enrico Brazzi al basso e Michele Panepinto alla batteria), che con questo Vox Populi, pubblicato dalla Hidden Stone, vanno a rinfoltire ulteriormente il panorama underground del progressive metal italiano. Il concept è incentrato sulla graphic novel cult V for Vendetta (da cui è tratto il film del 2005) e i ragazzi hanno fatto davvero un bel lavoro, molto curato e pieno di elementi interessanti, pur se molto influenzato sia da act storici come Dream Theater e Vanden Plas, sia da ensemble che non hanno mai raggiunto grande popolarità come Poverty’s No Crime e Superior. I brani, mediamente lunghi, ricalcano lo schema compositivo tipico del genere, con pezzi strutturati ma abbastanza scorrevoli, caratteristiche che si evincono con convinzione per buona parte del platter. L’intro Anonymous presenta un dialogo tratto dalla pellicola di James McTeigue e va ad anticipare il buon prog metal di Ms. Justice, con le tastiere di Barile che vanno ad ammorbidire il sound e ha ricordare qualcosa degli Shadow Gallery di Legacy. Theorevision non si discosta dalla precedente e risulta intensa e passionale, mentre parecchio vicina ai Dream Theater, ma non per questo meno interessante e riuscita è Burning dolls, che non è un delitto considerare uno degli episodi più emozionanti del disco. La breve Scarlet sleepy funge da break per la seguente e potente Carnal cross, che non disdegna parti al limite del thrash metal che lasciano trasparire anche la possibilità di ulteriori sviluppi in tale direzione. Gradevole, pur senza entusiasmare, la ballata The salt flats, segno che i bolognesi si esprimono meglio su brani più aggressivi come la conclusiva Domino effect, un po’ la summa del pensiero del gruppo in cui l’interplay tra i vari elementi appare maturo e incisivo, degno finale di un primo lavoro derivativo quanto si vuole ma che merita di essere ascoltato per la qualità complessiva di cui è intriso. Le aperture virtuosistiche e i cambi di tempo sono sempre congeniali al risultato finale, melodico e contraddistinto da un’attitudine heavy non indifferente, con il tema narrato coinvolgente e ancora attuale. Vox Populi è un album meticoloso e minuzioso nei particolari, frutto di una band che già con questo debut mostra di avere la giusta attitudine per durare nel tempo. (Luigi Cattaneo)
 
Carnal cross (Video)
 

domenica 8 ottobre 2017

QUADRI PROGRESSIVI, Claudio Rocchi



Dopo l'omaggio a Demetrio Stratos, Lorena Trapani rende onore alla figura immortale di Claudio Rocchi, personaggio tra i più affascinanti degli anni '70 e non solo.

Per visionare le opere di Lorena è possibile inviare una mail a progressivamenteblog@yahoo.it o visionare il sito digitando Quadri Progressivi

sabato 7 ottobre 2017

EXILED ON EARTH, Forces of denial


Nati nel 2000 dalle ceneri dei Maelstrom, gli Exiled on earth hanno nel corso degli anni guadagnato esperienza e credibilità aprendo concerti per Saxon, Paul Di Anno e Winger e il nuovo Forces of denial conferma tale crescita. Tiziano Marcozzi (voce e chitarra già con i Rosae Crucis e con i black metallers Stormlord), Alfredo Gargaro (chitarra), Gino Palombi (bassista anche con i Room with a view) e Piero Aironi (batterista in forza a Rosae Crucis e Room with a view) tradiscono il loro amore per il classic metal, l’epic americano, il thrash progressivo e la Bay Area. Questo ritorno è formato da otto grandi momenti, con pochi cali e una qualità media piuttosto alta, concentrata in un sound generalmente complesso ma che pone sempre attenzione sull’aspetto melodico del songwriting. La title track iniziale è esplicativa delle buone capacità tecniche del quartetto e di come vengano messe a disposizione di una scrittura capace di essere diretta e fieramente heavy. The glory and the lie è un sontuoso brano vicino ai gloriosi Testament, mentre Hypnotic persecutions è un technical thrash memore della lezione dei sempre poco nominati Watchtower. Molto valida anche The mangler, virtuosamente consona al mood offerto dai vari Annihilator e Anthrax, più progressiva Vortex of deception, che ricorda anche qualcosa dello splendido The fragile art of existence dei Control Denied. Stessa sorte per Underground intelligence, in cui spicca tutto l’amore per l’heavy classico e Into the serpent’s nest, brano dai tratti progressivi, prima del potente finale di Lifting the veil. Forces of denial è un disco ottimamente suonato, strutturato con forza e ricco di sviluppi che partono dal thrash metal ottantiano per avvicinarsi a quello tecnico di Toxic o Realm, passando da fraseggi tipici dell’heavy più classico, caratteristiche guida di un come back che dimostra ancora una volta la freschezza dell’italico underground metal. (Luigi Cattaneo)
 
Forces of denial (Video)
 

giovedì 5 ottobre 2017

ONIRIC, Migration (2016)


Attivo da più di dieci anni con il marchio Oniric, Walter Bosello (già voce dei Soundrise) torna con il nuovo Migration, l’ottavo disco per questa creatura da sempre avvezza all’autoproduzione più totale. Il concept in questione racconta del viaggio di un popolo che decide di allontanarsi dal proprio pianeta e la tematica fantasy ben si addice al sound compatto e potente creato ad hoc da Bosello, bravo nello sviluppare un discorso che parte dai Genesis per passare dai Pendragon e toccare la figura di Bruce Soord e dei suoi Pineapple Thief. Gli evidenti richiami alla fantascienza si manifestano sin dall’iniziale Not to the moon, uno dei pezzi migliori per iniziare il racconto, un hard space tirato e coinvolgente. In my heart you’re here non tira di certo i remi in barca, proponendo un prog metal di grande effetto e lo stesso copione viene riproposto nell’ottima Onward, che si colora di sfumature ora neoprog ora più elettroniche. Lo scenario confluisce in The Mutation, tipico esempio di heavy prog post 2000, mentre Ancestria torna indietro nel tempo, soprattutto per l’utilizzo dell’organo da parte di Walter, bravo nel coniugare con efficacia istanze sonore variegate che derivano da fonti d’ispirazione che coprono più di quarant’anni di progressive. Discovery ricorda qualcosa degli ultimi lavori dei Ranestrane, così come Space debris è una splendida ballata vicina ai Porcupine Tree. Più tirata la successiva Give some ground, composizione dai toni maestosi capace di muoversi lungo contorni indefiniti giocati sul contrasto tra elementi tenui e passaggi hard prog. Cast a wave mostra anche la capacità di Bosello di dare vita a pezzi più leggiadri, ma è un lampo spazzato via dal neoprogressive di Dear Aq-Nanda, traccia che non disdegna furori alla Van Der Graaf Generator. Chiude l’album il buon prog inglese di Seed of disharmony, anche se vi sono due piacevoli bonus finali, World 2.0 e We’ll break this spell, entrambe molto melodiche e, perché no, radiofoniche. Bel ritorno questo Migration, godibile per tutta la sua durata e con un discreto potenziale per poter attirare anche chi si sente più vicino al progressive degli ultimi 10-15 anni. (Luigi Cattaneo)
 
Not to the moon (Video)
 

domenica 1 ottobre 2017

ALTERAZIONI 2017


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Ecco il programma della nuova edizione di Alterazioni, festival ormai giunto alla quinta edizione sotto la direzione artistica di Massimo Giuntoli. Tutti gli eventi si svolgeranno nella bellissima Sala della Musica di Villa Litta a Lainate (Milano)

OSSI DURI, Nati sotto il segno di Zappa (2017)

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Nati sotto il segno di Zappa è il nuovo omaggio degli Ossi Duri a Frank Zappa, musicista da sempre punto di riferimento per la band e che qui viene omaggiato con un grandioso live album (formato cd più dvd) registrato all’Auditorium di Milano il 18 dicembre del 2013. Dopo 24 anni dalla sua morte il mito zappiano resiste, anzi, con il tempo è divenuto una sorta di classico, di standard del rock, una figura mito con cui il quintetto (Ruben Bellavia alla batteria, Alessandro Armuschio alle tastiere e alla voce, Martin Bellavia alla chitarra e alla voce, Andrea Vigliocco alle percussioni e Simone Bellavia al basso e alla voce) si è spesso confrontata, collaborando anche con Ike Willis, cantante e chitarrista per ben dieci anni alla corte del musicista italo-americano. Il tributo qui presente rispecchia il credo del gruppo, da sempre fautore di un sound passionale, che sprigiona energia e irriverenza da ogni poro, unendo con naturalezza umorismo, ironia e complessità strutturale senza scadere nell’autocompiacimento referenziale. Per l’occasione ritroviamo sul palco con loro Elio (presente in buona parte dei brani) e Fabio Treves, armonicista storico del blues italiano (chi non conosce la Treves Blues Band rimedi subito!) che nel lontano 1988 (Palatrussardi, Milano) ha suonato proprio insieme al genio di Baltimora. Gli Ossi Duri hanno la capacità di avvicinarsi al crossover di Zappa senza paura, si trovano a loro agio nel mescolare soluzioni variegate in cui si passa dal blues al rock toccando il progressive, un percorso dai contorni folli e sempre sorprendenti anche a distanza di decenni. Il cd e il dvd presentano gli stessi esaltanti pezzi (ad eccezione di Tell me you love me presente solo nel formato video in cui troviamo tra l’altro sia Elio che Treves), con le prime sei tracce che vede i soli Ossi Duri a divertirsi e divertire con una prestazione a dir poco perfetta. Le successive regalano di volta in volta il tocco preciso e unico di Fabio all’armonica o il carisma immutato di Elio (con Cosmik Debris che li vede entrambi impegnati sul palco), per quello che si può considerare un capitolo altamente significativo della carriera dei piemontesi. (Luigi Cattaneo)   
 
 
 

CONCERTI DEL MESE, Ottobre 2017


Domenica 1
·Progressivamente Free Festival a Roma
·The Winstons a Correggio (RE)
·Opus Avantra a Faenza (RA)
·Malibran a Pedara (CT)
·Monkey Diet a Bologna

Martedì 3
·Marillion a Roma

Mercoledì 4
·Marillion a Milano

Giovedì 5
·C. Simonetti's Goblin a L'Aquila

Venerdì 6
·Procol Harum a Milano
·Antimatter a Roma
·The Winstons ad Asti
·Oberon a Palermo

Sabato 7
·Procol Harum a Pordenone
·Locanda Delle Fate a Genova
·Mad Fellaz a Rosà (VI)
·The Winstons a Chiasso (Svizzera)

Lunedì 9
·Procol Harum a Roma

Mercoledì 11
·Soen a Bologna

Giovedì 12
·Soen a Roma

Venerdì 13
·GY!BE a Roma
·M.Giuntoli "Hobo" a Borgo Valsugana (TN)
·Mad Fellaz a Villa del Conte (PD)
·Estro a Roma
·Soen a Brescia

Sabato 14
·GY!BE a Roma
·Accordo dei Contrari alla Casa di Alex (Milano)
·Massimo Giuntoli "Hobo" a Trento
·Banco+CAP a Magenta (MI)
·Napoli Centrale ad Avellino
·Verganti a Settimo Torinese (TO)
·Kerygmatic Project a Stresa (VB)

Domenica 15
·Liquid Shades a Ostellato (FE)
·Lino Capra Vaccina a Lainate ore 17 (MI)


Lunedì 16
·Anathema a Milano

Martedì 17
·Sigur Ròs ad Assago (MI)

Mercoledì 18
·Massimo Giuntoli a Melzo (MI)

Venerdì 20
·Massimo Giuntoli a Roma
·Mad Fellaz a Romano d'Ezzelino (VI)
·The Winstons a Ranica (BG)
·Le Orme a Belluno

Sabato 21
·M. Giuntoli a S. Giorgio del Sannio (BN)
·Jumbo+CAP a Olgiate Olona (VA)
·Dark Ages a Mantova
·The Forty Days+Aliante a Livorno
·Eveline's Dust a Pisa
·So Does Your Mother a Roma

Giovedì 26
·Claudia Quintet a Venezia
·Uneven Structure al Legend di Milano

Venerdì 27
·Mogwai a Milano
·Eveline's Dust a Barga (LU)
·Simon Phillips a Verona
·Claudia Quintet a Firenze
·Möbius Strip a Roma

Sabato 28
·Mogwai a Roma
·Lingalad a Ostiano (CR)
·Nursery Cryme a Roma
·Aliante+Fritz Lang's Metropolis a Roma
·The Forty Days a S. Maria a Monte (PI)
·Simon Phillips a S. Donà di Piave (VE)
·Stereokimono a Bologna

Domenica 29
·Mogwai a Bologna
·Contemporary Project a Lainate ore 17 (MI)
·Simon Phillips a Roma

Lunedì 30
·Simon Phillips a Bologna

Martedì 31
·C. Simonetti's Goblin a Roma
·Simon Phillips a Bologna