lunedì 16 gennaio 2017

DESHODY, 89th (2016)


Il djent è un genere che negli ultimi anni sta raccogliendo sempre più consensi, soprattutto tra i giovani, mostrando band che pur partendo da concezioni musicali diverse si contraddistinguono per grandi doti tecniche e riferimenti più o meno espliciti al progressive. Tolti alcuni grandi exploit come Periphery, Protest the hero o Tesseract, c’è un fittissimo panorama underground che si sta sviluppando un po’ ovunque e il ritorno dei Deshody conferma la bontà di un progetto stimolante e ricco di entusiasmo. A distanza di soli due anni da Collapsing Colors, l’ensemble di Sora firma con 89th un album estremamente potente e versatile, ricco di djent, deathcore e influenze elettroniche. Tecnica e melodia si muovono indissolubilmente, elementi che contraddistinguono un concept misterioso e non facile da interpretare, un racconto personale che si serve della fantasia per narrare situazioni emozionali sentite e coinvolgenti. I brani si susseguono mantenendo impatto e cura per il songwriting, ben distribuiti tra assalti deathcore, sfumature prog e passaggi elettronici vibranti (Eternal Mark). Una furia controllata che si stempera in episodi ad ampio respiro melodico come Revelations, con l’arrangiamento pianistico di Gabriels o Uncovering, che vede invece la partecipazione di Ryan Kirby dei Fit for a King alla voce. Giovanni Sanna e Domenico Jonathan Paesano formano un ideale coppia di chitarristi per le evoluzioni ritmiche di Gianni Marchelletta alla batteria e Matteo Porretta al basso, senza dimenticare l’importanza, anche strutturale, del dj Mirko Gatti e la presenza vocale di Domenico Gesmundo, autore di una prova impressionante in growl ma convincente anche nel cantato pulito. 89th è un disco chiaramente pensato per i fan del metal ma può trovare qualche estimatore anche tra gli ascoltatori più aperti, magari quelli che riescono a passare senza preclusione dai Genesis ai Meshuggah e che hanno la capacità di cogliere il complesso lavoro che c’è dietro un album così stratificato e ricco di spunti diversi tra loro. Chi invece già ama gruppi come Born of osiris, Uneven structure o Apothecary non deve avere dubbi nel procurarsi una copia di 89th. (Luigi Cattaneo)

89th (Video)

 

giovedì 12 gennaio 2017

ANTILABÈ, Diacronie (2011)


Scoprire a distanza di anni un album e rimanerne affascinati. È quanto può succedere ascoltando Diacronie, secondo album degli Antilabè (Carla Sossai alla voce, Luca Crepet alla batteria e alle percussioni, Adolfo Silvestri al basso, alla chitarra classica, al bouzouki e al contrabbasso, Luca Tozzato alla batteria e alle percussioni e Marino Vettoretti alle chitarre e alle tastiere) datato oramai 2011 e che pur presentando richiami al rock progressivo è inquadrabile soprattutto all’interno del circuito world più colto. Un concetto quasi astratto, che negli ultimi anni ho ritrovato in band interessantissime come Abash, Sineterra ed Orchestra Joubes (giusto per dare qualche piccola indicazione), accostabili per spirito e concezione a questo idioma world progressive che fonde jazz, etnica e spiragli classici. I testi, ispirati a miti e leggende, l’utilizzo di lingue antiche come quella maya o egizia, creano un connubio elegante e raffinato. Già l’iniziale Esperi è un crogiuolo delicato su cui volteggia la tromba di Mike Applebaum, interprete che abbiamo avuto modo di apprezzare nei dischi solista di Stefano Panunzi e in Words are all we have dei Fjieri. Come un canto è più vicina alla forma canzone e vede la presenza del bravissimo Fabio Calzavara al sax, mentre Idionimago si sviluppa sulle trame di marimba (suonata da Crepet), bouzouki e fisarmonica (che vede impegnato Christian Tonello). Se Quetzal ci trasporta nella leggenda del popolo Maya, Notte napoletana ci conduce in una città dai mille colori, così come Hadhà As-Sabàh II sembra la soundtrack di una favola araba. Niw.t Nt Nhh ci porta invece lungo le sponde del Nilo, mostrando la grande varietà di soluzioni in possesso dei veneti, prima dell’eccellente ritorno di Calzavara in Alea e dell’africana melodia di djembe che contraddistingue l’ottima O Mama. La chiusura di Storie mediterranee regala una nuova apparizione di Applebaum e la celestiale arpa di Irene De Bartolo, degno finale di un disco dalle atmosfere sempre coinvolgenti e di grande classe. (Luigi Cattaneo)

Alea (Video)

venerdì 6 gennaio 2017

THE RED ZEN, Void (2011)


È di qualche anno fa questo esordio di spessore in casa della sempre illuminata Ma.Ra.Cash Records, etichetta che da sempre promuove progetti davvero di grande valore. In questo caso viene dato libero sfogo alla fantasia di alcuni straordinari interpreti, bravissimi nel dar vita ad un lavoro strumentale che attinge prevalentemente dal rock progressivo, dalla fusion e dal jazz. Il quartetto, formato da Ettore Salati (The Watch, Alex Carpani) alle chitarre e al sitar, Angelo Racz (preparatissimo sessionman) alle tastiere, Roberto Leoni (The Watch) alla batteria e Nicola Della Pepa (altro importante turnista) al basso, si è formato nel 2009 e dopo 2 anni si è proposto con un disco spumeggiante, Void, esempio di classe sopraffina mai fine a sé stessa ma pensata in funzione della riuscita del brano. Quindi niente suite chilometriche perché i The Red Zen prediligono una scrittura robusta e incisiva. Esemplare l’interplay tra le tastiere di Racz e la chitarra di Salati nell’iniziale Cluster, dove risulta fondamentale anche una sezione ritmica sempre pronta a reggere le scorribande sonore dei due compagni. Bellissimi i suoni ottenuti da Racz, semplicemente meraviglioso Salati nei suoi momenti solistici, il brano presenta quelle che saranno le sonorità guida dell’intero lavoro. Hot wine viene introdotta dal basso pulsante di Della Pepa, salvo poi esplodere in sonorità che tanto mi hanno ricordato jam band come gli Ozric Tentacles, quanto la fusion progressiva dei Tribal Tech di Scott Henderson per un risultato davvero incredibile. Colpisce soprattutto la freschezza della composizione e di come riesca ad avvolgere costantemente l’ascoltatore, che finisce per conoscere ed apprezzare con facilità anche i passaggi più arditi, segno della grande sensibilità musicale e dell’attenzione posta dal quartetto. Una bella ritmica trascinante segna Slapdash dance, con Racz davvero abilissimo nel destreggiarsi tra i suoni delle sue tastiere e Salati impegnato in un momento di pura psichedelia con il sitar. Dopo tre strumentali davvero molto appassionanti arriva l’unico momento in cui fa capolino la voce, quella convincente di Joe Sal in Alexa in the Cage, brano dai risvolti drammatici e malinconici che posto a metà lavoro serve anche per spezzare e cambiare l’atmosfera generale, oltre che mostrare come il gruppo possa intraprendere in futuro anche una strada differente da quella esclusivamente strumentale. Si arriva così a Into the void che rappresenta uno dei punti più alti del disco, di una bellezza struggente, soprattutto per la prova di Salati che con la sua chitarra disegna scenari affascinanti e si lancia in un momento strumentale funzionale come un chorus. Dopo tanta grazia il calo d’intensità non arriva e con Who’s bisex? la band si mantiene su standard piuttosto alti e ispirati e si avvicina nuovamente alla fusion e al jazz di grandi gruppi come Mahavishnu Orchestra e Return to Forever. Le ritmiche di Leoni e Della Pepa si fanno intricate, i synth si fanno sentire ma non risultano mai invadenti e Salati si lancia in soli fantasiosi e d’impatto. In Return to Kolkata  il sitar apre la strada a quelli che saranno quasi 8 minuti di furia progressiva in cui sono avvertibili echi psichedelici, fusion, jazz rock e tutte quelle influenze che hanno portato incredibilmente a qualcosa di fresco e accattivante, con un risultato mai stantio o prevedibile. Intensa e vibrante anche la conclusiva Spin the wheel che vede ancora una volta Salati autore di una grande prova, coadiuvato dal delicato tocco di Racz e da un songwriting generale in cui si evidenzia la grande dimestichezza di tutti i coinvolti al progetto The Red Zen. Come traccia finale la Ma.Ra.Cash piazza la versione strumentale di Alexa in the Cage, che si lascia apprezzare ma non raggiunge i livelli di quella cantata.  In definitiva direi che ci si trova di fronte ad un progetto estremamente interessante per la qualità della proposta, la cura del particolare, l’enorme bravura dei musicisti coinvolti che riescono però a stare lontani dalla prolissità e dal virtuosismo fine a sé stesso. Questi interpreti hanno avuto la capacità di sviluppare un loro discorso musicale attraverso un suono arioso e accattivante. Il risultato è di quelli che abbagliano e che lasciano ascoltare il disco per il gusto di scovarci sempre qualcosa di nuovo e di non ancora percepito. Mai ripetitivo pur essendo quasi interamente strumentale, melodico, rifinito, questi The Red Zen rappresentano una vera e propria sorpresa. (Luigi Cattaneo)

Void (Album teaser)


 

domenica 1 gennaio 2017

IL CASTELLO DI ATLANTE, Arx Atlantis (2016)





Attivi da più di quarant’anni (anche se l’esordio avviene solo nel 1992 con il superbo Sono io il signore delle terre a nord), spesi a farsi garanti di quel lontano suono settantiano carico di magia e fascino, torna oggi Il Castello di Atlante con il nuovo Arx Atlantis, un album ovviamente pieno di rock progressivo d’altri tempi. Pur con alcuni cambi di line up (ai vecchi componenti Aldo Bergamini, impegnato alla chitarra e al canto, Dino Fiore come sempre fantasioso al basso e Paolo Ferrarotti, pigmalione diviso tra tastiere, voce e batteria, si sono aggiunti Andrea Bertino al violino, Davide Cristofoli al piano e alle tastiere e Mattia Garimanno alla batteria) lo stile del Castello rimane immutato, con l’interplay costante tra violino e tastiere, i fraseggi di Bergamini mai improntati sulla mera tecnica ma caldi e suggestivi e un cantato che non ha un padrone (la band non ha mai avuto un cantante di ruolo dividendosi spesso le parti vocali) come trademark del gruppo vuole. I pezzi scorrono via gradevolmente pur se molto strutturati (basti ascoltare le lunghe e ottime Il vecchio giovane e Il tesoro ritrovato), con ritmiche solide della nuova coppia Fiore-Garimanno, i sinfonismi pregiati di Bertino e Cristofoli e il solito apprezzabile lavoro di Bergamini. Elementi riversati nella valida opener Non ho mai imparato e in Ghino e l’abate di Clignì, brano che vede la partecipazione di Tony Pagliuca alle tastiere ma che mi ha entusiasmato meno rispetto agli altri. Molto meglio Il tempo del grande onore che vede al violino Massimo Di Lauro, un fresco ex della band che conquista da subito grazie al suo inconfondibile tocco. Arx Atlantis è l’ennesimo ritorno di un gruppo immortale, ancora tra i migliori in ambito vintage prog e garanzia totale per gli amanti di questo sound. (Luigi Cattaneo)

Non ho mai imparato (Video)

IL PARADISO DEGLI ORCHI, Annunciato Tour in Canada e USA





Domenica 21 Maggio 2017 IL PARADISO DEGLI ORCHI salirà sul prestigioso palco del TERRA INCOGNITA FESTIVAL di Quebec City (la città del prog) in Canada, uno dei più importanti meeting al mondo nel settore della musica progressiva. Sullo stesso palco ci saranno anche i Comedy of Errors (UK) e gli Höstonaten (ITA).
La band porterà oltreoceano il loro ultimo lavoro intitolato IL CORPONAUTA, prodotto da Fabio Zuffanti e pubblicato con AMS Records: un connubio di progressive, psichedelia, indie, pop definito dalla band come Prop(K) music.
La band insieme a Zuffanti si esibirà poi in tre concerti negli USA: il 23 Maggio alla NJ Proghouse in New Jersey, il 24 all’ETG Cafè di New York e il 25 all’Orion Studio di Baltimora.


CONCERTI DEL MESE, Gennaio 2017

Domenica 1
·Old Rock City Orchestra a Bolsena (VT)

Venerdì 6
·Phoenix Again a Flero (BS)
·Saint Just a Catanzaro

Mercoledì 11
·Roberto Cacciapaglia a Ivrea (TO)
·Sezione Frenante al Barone rosso di Spinea (VE)

Giovedì 12
·Anacondia+Sintonia Distorta a Milano
·Roberto Cacciapaglia a Biella

Venerdì 13
·Audio'M a Genova
·Medieval Live eXperiment a Roma

Sabato 14
·Audio'M a Trofarello (TO)
·Agorà alla Casa di Alex di Milano

Domenica 15
·“Concerto per Marcello Vento” a Roma



  Lunedì 16
·Eris Pluvia a Carrara

Mercoledì 18
·Epica a Trezzo s/Adda (MI)

Venerdì 20
·Patrizio Fariselli a Milano
·Napoli Centrale a Ostuni (BR)
·Syndone a Milano
·V. De Scalzi+Casa dei Matti a Catanzaro
·Reverie a Milano

Sabato 21
·Patrizio Fariselli a Milano
·Napoli Centrale a Bari
·Locanda Delle Fate a Settimo Tor. (TO)
·Dancing Knights a Roma
·The Watch a Genova
·Oberon+Mad Men Moon a Palermo
·La Batteria a Roma
·Open Room Prog a Paderno Dugnano (MI)
·Arturo Stàlteri a Cagliari

Domenica 22
·Patrizio Fariselli a Milano
·Glincolti a Trebaseleghe (PD)
·Corde Oblique a Ruviano (CE)

Mercoledì 25
·New Trolls a Gorgonzola (MI)

Giovedì 26
·New Trolls ad Alessandria
·Oteme a Pistoia

Venerdì 27
·Trewa a Borgo Ticino (NO)
·The Watch a Genova
·ELP Project a Roma
·Silver Key+Ad Maiora al Barrio's di Milano

Sabato 28
·Giorgio “Fico” Piazza alla Casa di Alex di Milano
·Le Orme a Civitavecchia (Roma)
·Anyway a Trofarello (TO)
·Supper's Ready a Ortisei (BZ)

Domenica 29
·Le Orme a Perugia

Lunedì 30
·Dream Theater a Roma

Martedì 31
·Dream Theater a Roma

mercoledì 28 dicembre 2016

FABRIZIO TAVERNELLI, Fantacoscienza (2016)


Fantacoscienza è il nuovo album di Fabrizio Tavernelli, eclettico artista emiliano con alle spalle esperienze interessanti con Acid Folk Alleanza (chi non li ha mai ascoltati li recuperi), Duozero, Groove Safari e Babel (giusto per citarne alcune). Il suo terzo disco solista è forse il momento più ambizioso della carriera, un lavoro che esplora i parallelismi tra il cosmo e la coscienza umana in maniera intensa e intelligente, rifacendosi anche a realtà culturali significative quali l’ideatore del neologismo Fantacoscienza, il critico cinematografico Callisto Cosulich che lo coniò per Solaris di Tarkovsij ma anche a 2001 Odissea nello spazio di Kubrick e le opere letterarie di Dick, Ballard e Vonnegut. Visioni che hanno influenzato Tavernelli, curioso esploratore diviso tra macrocosmo e microcosmo e che segue idealmente Nomade psichico degli Acid Folk Alleanza e il precedente solista Volare basso. Il suo spirito crossover anima anche questo come back, una contaminazione equilibrata tra indie, rock, alternative, folk, psichedelia e pop cantautorale. Tavernelli omaggia in partenza Kolosimo (Peter, un fantarcheologo paleo-ufologo), racconta Il raggio della morte dell’appuntato Franco Marconi con impeto rock e un saggio uso del clavicembalo, lo stesso mood che ritroviamo in Fauni, dove però è presente l’ipnotico moog. Distorta Gestalt è il tormento della percezione, potente e dal piglio elettro-rock, Hollow Baobab fa rivivere con una piccola sinfonia di wurlitzer, hammond e mellotron le leggende del Deserto del Kalahari, mentre la title track è una delicata ballata con tanto di rhodes e tromba. Sentita e più minimale è Il tradimento, piuttosto immediate e con un certo fascino pop Infinite combinazioni e I miei amici. Tavernelli con Fantacoscienza dimostra di avere ancora da dire dopo decenni di attività, condensando in un unico platter alcuni dei momenti fondamentali della sua avventura musicale. (Luigi Cattaneo)

Distorta Gestalt (Video)

domenica 25 dicembre 2016

JUNKFOOD & ENRICO GABRIELLI, Italian Masters (2016)


Prende definitiva forma il progetto dei Junkfood, sviluppato insieme ad Enrico Gabrielli, di omaggiare tre maestri come Ennio Morricone, Piero Umiliani e Armando Trovaioli. Ci eravamo già occupati dell’ep dedicato ad Umiliani, qui posto integralmente a metà album, e l’ensemble ha deciso nel frattempo di dedicarsi anima e corpo a questo nuovo lavoro, riuscendo a riunire sotto lo stesso cielo la loro personale visione di colonne sonore immortali. Paolo Raineri (tromba), Michelangelo Vanni (chitarre e tastiere), Simone Calderoni (basso e tastiere) e Simone Cavina (batteria) hanno portato avanti certe idee di nuovo con Gabrielli (sax, clarinetto e flauto), instancabile anfitrione diviso sempre tra mille situazioni differenti (Calibro 35, Afterhours, Muse, PJ Harvey). Italian Masters è una piccola chicca per quanti hanno amato quel primo ep, nove strumentali fantasiosi (ad eccezione di C’eravamo tanto amati che vede la partecipazione di Edda Dall’orso alla voce) che nascono dalla passione verso compositori italiani di fama mondiale, con il gruppo (allargato) capace di trattare con rispetto ma senza paura pagine fondamentali del cinema, consapevole di come si possa partire da uno spartito per equilibrarlo con quanto di meglio possa esprimere la propria personalità. Il fascino  vintage di certe soluzioni viene “trattato” da musicisti attrezzati per esporsi a tali rischi, capaci di giocare con elementi filmici che già hanno al loro interno quanto basta per emanare suspance e immagini. Storie e racconti filtrati con la sensibilità rock dei coinvolti, con passaggi jazz che spingono il piede sull’acceleratore e si tingono di progressive, quasi come una jam che parte da un punto fermo per toccare apici creativi elettrici e schizofrenici. Momenti cupi, carichi di tensione, con i fiati del duo Gabrielli-Raineri volti a creare una trazione nervosa che esplode nei brevi risvolti di Silenzio nel caos e Per un pugno di dollari o ancora il suono inquieto e profondo tipico del gruppo in  Gassman  Blues e Conflitti. Già ottimi nei loro primi due album (Transience del 2011 e The cold summer of the dead del 2014), i Junkfood dimostrano abilità anche nel rendere ancora più attuali personaggi indimenticabili del nostro cinema, una triade di eccelsi compositori che la band ha codificato in maniera illuminata e che lascia aperte altre vie in futuro visti i tanti autori italici che hanno lasciato un marchio indelebile nella storia delle soundtrack. (Luigi Cattaneo)

Italian Masters

sabato 24 dicembre 2016

ATOM MADE EARTH, Morning glory (2016)


Morning glory è il secondo album degli Atom Made Earth (dopo l’esordio Border of human sunset), band formata da Daniele Polverini (chitarra e synth), Nicolò Belfiore (tastiere), Lorenzo Gianpieri (basso) e Thomas Testa (batteria). Giusto per comprendere le linee guida che animano il progetto, è giusto citare due figure che hanno contribuito al risultato finale, ossia Gianni Manariti (personaggio importante quando si parla di stoner e affini) e James Plotkin, che nel suo catalogo di produzioni e realizzazioni (queste come chitarrista) si è contraddistinto per il suo approccio al drone, al metal e all’industrial di matrice sperimentale. I due hanno rispettivamente mixato e realizzato il mastering e la potenza a tratti claustrofobica che sprigionano i cinque pezzi presenti (più una sorta di intro ed un outro) rappresentano perfettamente le idee del quartetto marchigiano. Che poche non sono e sprigionano con sapienza il giusto crossover di post rock, psichedelia e progressive, un assalto strumentale dai contorni space che li pone in continuità con quanto fatto più di quarant’anni fa da Pink Floyd e Hakwind, una piccola revisione in prospettiva moderna già definita da realtà piuttosto trasversali come Morkobot e Ornaments. Il tocco ambient di Noil funge da introduzione per Thin, sette minuti a cavallo tra doom e psych, con varianti post che creano suggestioni cupe e opprimenti. Non che October pale sia da meno. Infatti il brano è segnato da un sottile tormento che si stempera in parti atmosferiche dettate dalla mano sicura di Belfiore, in opposizione alle tipiche chitarre del genere e ad una sezione ritmica vibrante e inquieta. Reed lascia il posto a stilemi maggiormente prog, sfociando in parte nell’heavy, soprattutto per una certa muscolarità della composizione, con i riff di Polverini a marchiare a fuoco il pezzo. Molto diversa Baby blue honey, decisamente più immediata e carica di groove, con le ritmiche che permettono a Polverini e Belfiore di creare un interplay davvero riuscito. Finale affidato alla lunga e a tratti sorprendente Stac, dieci minuti variegati, con soluzioni multiformi che racchiudono le tante influenze del gruppo, capace di passare con efficacia dalla psichedelia allo stoner, per toccare apici space e progressive. L’outro Lamps like an African sun è il commiato per un come back significativo e coinvolgente. (Luigi Cattaneo)

Thin (Video)

venerdì 23 dicembre 2016

VUOTI A RENDERE, Baciati dall'inganno (2015)


Ci sono ancora piccole realtà, che con sacrifici e dedizione, cercano di emergere e farsi ascoltare pur proponendo una musica anticonvenzionale e lontana dai gusti predominanti. Ne sono esempio i Vuoti a rendere, che esordiscono nel 2015 con questo Baciati dall’inganno, un album interessante e che mi ha da subito incuriosito, già dall’oscuro artwork, biglietto da visita imprescindibile e spesso importantissimo per chi si cimenta col progressive. Anche se è bene sottolineare che il quartetto (Filippo Lazzarin alla chitarra e alla voce, Enrico Mingardo alle tastiere e alla voce, Marco Sartorati alla batteria e Annalisa Agostini al sax) propone una miscela di dark e jazz rock in cui oltre ad alcuni stilemi tipici del genere si possono riscontrare la rabbia e la malinconia che attraversano le produzioni dei Massimo Volume, lo struggimento dei Macelleria Mobile di Mezzanotte e le oscure visioni dei Prodottoinproprio. La band ha scelto infatti per questo esordio un autoproduzione cupa, che non fa altro che risaltare il mood imposto, dove passaggi strumentali si alternano al cantato che vira sul recitato. I momenti più convincenti sono quelli dove i padovani costruiscono affreschi che esaltano le loro caratteristiche, come nel caso delle lunghe e sofferte Osservati dalla minaccia dei pensieri e L’abbandono. Le trame sottili ideate da Mingardo incontrano per tutto il disco i fraseggi di Lazzarin e della Agostini, per un risultato complessivo dai tratti dolenti e inquieti, in bilico tra dark e psichedelia. Pur mancando il momento memorabile, Baciati dall’inganno mostra una band che con alcuni punti di riferimento insiti nel sound sta cercando una propria via all’insegna dell’estro e della libera immaginazione. Oltre ai due brani citati, i Vuoti a rendere hanno svolto un discreto lavoro anche sui pezzi restanti, sempre improntati sull’agire come una squadra, un interplay funzionale al risultato finale e senza far prevalere barocchismi o soluzioni solistiche esasperate che probabilmente non avrebbero giovato all’insieme. Le atmosfere, volutamente oscure e fosche, circondano questa opera prima curiosa e singolare, imperfetta ma affascinante, un punto di partenza stimolante che ha trovato naturale prosecuzione in Ruggine, disco da poco pubblicato tramite Vivamusic/Areasonica Records. (Luigi Cattaneo)

Di seguito il link per ascoltare e acquistare l'album

venerdì 16 dicembre 2016

TIZIANO BIANCHI, Now and then (2016)


Io credo che la musica di Tiziano ci trasporti in un luogo calmo della nostra mente. I brani di questo disco contengono tutti gli elementi presenti nelle nostre ricche vite come i sorrisi, le lacrime, le emozioni, la meraviglia, le paure, la luce e l’oscurità piena di speranza. Le parole di Tiger Okoshi, produttore di Now and then e docente di tromba di Bianchi al Berklee College of Music di Boston, sintetizzano al meglio la proposta del quartetto (completato da Claudio Vignali al piano, Enrico Ferri al violoncello e Andres Marquez alla batteria) capitanato dal leader dei Portfolio. L’album sembra la prosecuzione della suite che concludeva proprio l’ultimo disco degli emiliani (Due del 2014), soprattutto per il lirismo delle composizioni e lo sviluppo strumentale, perfetto per suggerire un susseguirsi di immagini in cui la narrazione viene lasciata allo spirito di chi ascolta. Un’intensità, anche emotiva, che parte con Memories, opening track nostalgica e delineata dal tocco delicato di Vignali che fraseggia con Bianchi, un brano accostabile alla produzione di Mirko Signorile. La title track prevede il recitato intimo di Giovanni Lindo Ferretti, parole sentite su cui Bianchi tratteggia suoni in prevalenza di matrice jazz, così come Grease, un grande momento segnato dal solo di tromba proprio di Okoshi e dal tocco al bandoneon di Oscar Palmieri. La malinconia si impossessa dell’ottima Horses, copione che si rispetta in Artic dust, ancora sorretta dal notevole interplay tra Vignali e Bianchi. Particolare The sleep of sorrow, through the ages, con suoni in penombra e un incedere indolente su cui si fa graduale la presenza di Marquez. Knives out omaggia i Radiohead in modo originale e ricco d’animo, mentre Just a love affair torna su sentieri jazz confermando come la scelta di avvalersi di Ferri invece di un contrabbasso classico sia stata vincente. Finale affidato alla breve ma affascinante Gymnopedie # 1 di Erik Satie, una piccola chicca che chiude un esordio solista raffinato e passionale. (Luigi Cattaneo)

Now and then (Official Video)

giovedì 15 dicembre 2016

CELEB CAR CRASH, People are the best show (2016)


Il progetto Celeb Car Crash nasce quattro anni fa dall’incontro tra Nicola Briganti (voce e chitarra), Carlo Alberto Morini (chitarra), Simone Benati (basso) e Michelangelo Naldini (batteria), personalità affini e con diverse esperienze in ambito rock alle spalle. Dopo Ambush! del 2013, che li ha portati ad aprire per Gotthard e Coheed and Cambria e la vittoria nel concorso Red Bull Tourbus chiavi in mano, che prevedeva tre date con i Lacuna Coil, la band pubblica nel 2015 l’ep ;Mucha Lucha!. È ora la volta di People are the best show, 12 brani che miscelano grunge, piglio rock e alternative, ben suonato e molto diretto, figlio di quella stagione in cui band come Pearl Jam e Stone Temple Pilots erano all’apice della forma. Let me in, coesa e potente, mostra il groove giusto per aprire l’album, così come Because I’m sad dopo un inizio soft si dimostra ideale proseguimento in territorio grunge. Si continua con l’ottima Whereabouts e la tirata Outdone, prima della gradevole Hello morning e della vibrante carica di Murder party posta sapientemente a metà disco. January ed Enemy’s desire mostrano come il gruppo riesca a condensare idee melodiche e furia rock all’interno di brani immediati e coinvolgenti, proprio come Stereo, uno dei pezzi forse maggiormente riconducibili al movimento di Seattle di fine 80 inizio 90. Hanging on a rope e la seguente Nothing new under the sun si dimostrano interessanti nel creare belle soluzioni ritmiche e fraseggi chitarristici suadenti ma essenziali. Chiude Nearly in bloom, una splendida ballata, emotivamente enfatica e lucido esempio delle variabili in possesso del quartetto. I Celeb Car Crash in soli 4 anni hanno raggiunto piena consapevolezza dei propri mezzi, sfruttando a dovere il loro potenziale, che si manifesta in un album di spessore, molto dinamico e con alcune variazioni sul tema grunge che non dispiacciono affatto e su cui il quartetto potrà lavorare ulteriormente in futuro. (Luigi Cattaneo)

Let me in (Official Video)

sabato 10 dicembre 2016

PROMENADE, Noi al dir di noi (2016)


Ecco arrivare anche il primo album dei liguri Promenade, un promettente quartetto in giro da qualche anno che riesce ora ad esordire grazie alla lungimirante AltrOck con Noi al dir di noi, un disco equilibrato, molto curato nelle sue parti e sapientemente suonato da ragazzi giovani ma di grandi capacità. Le finezze esecutive dettate dall’utilizzo influente di un quartetto d’archi, un flauto e un fagotto hanno inciso sull’aumentare ancora di più la sensazione di trovarsi dinnanzi ad un lavoro elegante e raffinato. Il prog sinfonico settantiano si sposa perfettamente con passaggi in odore di fusion e ciò si evince già con l’iniziale Athletics, 10 minuti strumentali che rimarranno un unicum all’interno del platter, che prevede il cantato di Matteo Barisone (impegnato anche alle tastiere) in tutti gli altri pezzi. Si prosegue con Il secondo passo, ottimo episodio ad alto tasso tecnico e L’albero magico, due brani ispirati e di grande classe dove sfumano contorni jazz su cui si inerpicano Gianluca Barisone alla chitarra, Stefano Scarella al basso e al sax e Simone Scala alla batteria. Un po’ di Premiata Forneria Marconi e un pizzico di Gentle Giant sono la colonna portante della fantasiosa Roccocò, mentre l’anima jazz prevale in Kernel e sa essere molto convincente. In direzione fusion si muove invece la complessa Pantera, prima del pirotecnico e lungo finale di Crisantemo, otto minuti sinfonici come migliore tradizione vuole. Noi al dir di noi è un disco sfaccettato, molto solido e suggestivo nell’unire il prog italiano con la fusion e i suoni di Canterbury, pregno di strutture strumentali ricche che non hanno però intaccato la cura per la composizione e che fa dei Promenade uno dei gruppi italiani più interessanti dell’etichetta milanese. (Luigi Cattaneo)

Athletics (Video)

lunedì 5 dicembre 2016

MOTORFINGERS, Goldfish Motel (2016)


Dopo ben quattro anni di assenza tornano in pista i Motorfingers (Abba alla voce, Max e Spezza alle chitarre, Faust al basso e Alex alla batteria) e lo fanno con un album estremamente piacevole e di grande impatto. Ritmiche essenziali e dirette, riff chitarristi taglienti e un cantato coinvolgente sono alla base di questo Goldfish Motel, edito dalla logic(il)logic e saldamente proiettato verso l’hard a stelle e strisce che non disdegna di strizzare l’occhio verso melodie di facile presa (Creed, Nichelback, Alter Bridge). Qualche frangente è collocabile anche nel new metal, più una tentazione che una reale direzione a dire il vero e forse ciò è dettato anche da alcuni momenti più pesanti (vedi l’ottima Eat your gun). Una durezza sempre stemperata e che culmina in pezzi come Behind this fire e Walk on your face, fino a raggiungere un ideale pathos nell’accattivante XXXIII (che mi ha ricordato i Disturbed di Believe) e nella sentita ballata Nothing but a man (con il violino di Lucio Stefani che impreziosisce e rende l’atmosfera ancora più drammatica). I modenesi appaiono per tutto l’album decisi a portare avanti un suono smaccatamente americano e lo fanno con competenza e passione, pur senza generare sorprese sul copione sanno essere sicuri ed efficaci in virtù di una certa conoscenza della materia. Goldfish Motel è un come back brillante, aggressivo ma sempre ragionato, in costante bilico tra hard rock ed heavy, merito di riff tirati e chorus dai contorni epici (a volte addirittura in odore di street rock) che segnano un ritorno assolutamente interessante di una band da seguire anche nel futuro. (Luigi Cattaneo)

Walk on your face (Video)

venerdì 2 dicembre 2016

IL BABAU & I MALEDETTI CRETINI, Il cuore rivelatore (2016)


Tornano Il Babau & i Maledetti Cretini, un progetto sospeso tra musica, teatro e letteratura formato da Damiano Casanova (chitarra), Franz Casanova (voce e tastiere) e Andrea Dicò (batteria e cori). Il trio continua ad ispirarsi al suono di fine 60 inizio 70, utilizzando anche per questa parte seconda della cosiddetta Trilogia del Mistero e del Terrore che già aveva avuto una sua consacrazione in La maschera della morte rossa del 2013.  Il cuore rivelatore (tratto nuovamente da un racconto di Edgar Allan Poe) è quindi un fonodramma, peculiare esempio di traduzione musicale e sonora di un’opera letteraria, che qui attinge nel macabro e nel bizzarro (per i dettagli i milanesi hanno allegato al disco un bel libro con i testi e l’artwork affidato a Gianni Zara, autore delle illustrazioni e a Francesca Canzi che ha curato grafica e impaginazione). La novella è indubbiamente celebre e la band non ha fatto altro che accentuarne i tratti psicotici attraverso una sapiente miscela di narrazione psichedelica e sfumature prog, degna dei Pholas Dactylus di Il concerto delle menti, oscuro disco del 1973. I quasi 30 minuti dell’opera ci conducono nelle spire folli del protagonista e delle sue ossessioni, con alcuni must narrativi come Lanterna cieca, la calma apparente di Chi è là o la geniale Il cuore, dove alcuni versi rimandano a Cuore matto di Little Tony! Tutta la storia è molto claustrofobica, ideale per gli spunti dei due Casanova e il pathos vocale di Franz, interprete enfatico di un personaggio misterioso e intenso, ansiogeno nella surreale cattura di quell’occhio, l’occhio di un avvoltoio, un occhio pallido, azzurro, coperto di una pellicola (L’occhio). Ovviamente il ruolo recitativo di Franz diviene essenziale per comprendere il fonodramma, coadiuvato dalle sue tastiere, dal lavoro efficace di Damiano e dal tocco dinamico di Dicò, tesi in direzione di un sound che guarda al prog ma non ci finisce imbrigliato e rimane per mood accostabile ai già citati Pholas ma anche agli storici progetti Antonius Rex/Jacula di Antonio Bartoccetti. L’album non ha cali, anzi, la storia ha un crescendo che ci conduce all’esplosione finale, quando i nervi del protagonista cedono sotto i rintocchi del cuore rivelatore (Sempre più forte) e pongono fine alla sua improvvisa disperazione. Il Babau continua ad esplorare in modo fantasioso certe opere cariche di fascinazione e l’attenzione che il trio pone per questi racconti è davvero encomiabile e fa del gruppo una delle realtà underground più curiose della scena indipendente italiana. (Luigi Cattaneo)

Il rumore (Video)

giovedì 1 dicembre 2016

QUADRI PROGRESSIVI, Il tempo della gioia


Per la rubrica quadri progressivi Lorena Trapani ha deciso di tornare a dedicarsi ad un artwork di Quella vecchia locanda, andando ad omaggiare Il tempo della gioia, il secondo e ultimo disco dei romani.

Il disegno, molto particolare, è stato eseguito con watercolours e crete e successivamente trasferito su tavoletta di legno 30x30 (tecnica transfer per l’appunto) e infine rifinita con colori acrilici, per un risultato davvero notevole e curioso.

Per visionare il catalogo di Lorena o per ricevere un dipinto del periodo progressive potete inviare una mail all’indirizzo del blog.



CONCERTI DEL MESE, Dicembre 2016

Giovedì 1
·Massimo Giuntoli “Pie Glue” a Lecco
·Gnu Quartet a Genova
·Monkey3 a Torino

Venerdì 2
·Goblin+GC Project+Echotime a Ferrara
·Syndone a Genova
·Napoli Centrale a Cervignano d. F. (UD)
·Meshuggah a Bologna
·Festival Prog a S. Donà di Piave (VE)
·Barock Project a Roma
·Rock in Frac Ensemble a Forlì
·Monkey3 a Pisa
·Egoband a Crevalcore (BO)

Sabato 3
·Meshuggah a Milano
·Rikard Sjöblom+Gibox Mobile a Milano
·Le Orme a S. Stino di Livenza (VE)
·Five Friends a Lugagnano (VR)
·Osanna+NCCP a Bari
·Anyway+Stereotomy a Torino
·Claudio Simonetti's Goblin a Padova
·Vittorio e Gianni Nocenzi a Valenza (AL)
·Glincolti a Giavera del Montello (TV)
·Solchi Sperimentali Fest a Milano
·VIII Strada a Milano
·Basta! a Terranuova Bracciolini (AR)
·Arturo Stàlteri a Ravenna
·Napoli Centrale a Perugia
·Monkey3 a Parma
·Il Babau & i Maledetti Cretini a Mezzago (MB)
·Psicosuono a Paderno Dugnano (MI)

Domenica 4
·Monkey3 a Erba (CO)
·Ego a Paderno Dugnano ore 18 (MI)

Lunedì 5
·Monkey3 a Trieste

Martedì 6
·Osanna+NCCP a Roma
·So Does Your Mother a Roma
·Monkey3 a Zero Branco (TV)

Mercoledì 7
·Osanna+NCCP a Firenze
·Monkey3 a Roma
·Napoli Centrale a Trecase (NA)
·The Coastliners a Fiumicino (Roma)
·Corrado Rustici Trio ad Aversa (CE)

Giovedì 8
·Marble House a Padova
·Corrado Rustici Trio a Roccaforzata (TA)

Venerdì 9
·Sycamore Age a Foligno (PG)
·Corde Oblique a Roma
·Marble House a Calderara di Reno (BO)
·Corrado Rustici Trio a Roma
·Monkey3 a Cagliari
·Napoli Centrale a Foggia

Sabato 10
·Alex Carpani a Bologna
·New Trolls a La Spezia
·Napoli Centrale a Gessopalena (CH)
·Il Rumore Bianco a Tregnago (VR)
·Monkey3 a Sassari
·Corrado Rustici Trio ad Ascoli Piceno

Domenica 11
·The Winstons a Milano
·Corrado Rustici Trio a S.Giovanni alla Vena (PI)

Lunedì 12
·Massimo Giuntoli “Pie Glue” a Milano
·Corrado Rustici Trio a Udine

Martedì 13
·Corrado Rustici Trio a Milano
·M. Giuntoli “Piano poetry” a Carugate(MI)

Giovedì 15
·Balletto di Bronzo a Savignano s/R. (FC)
·Osanna+NCCP ad Aosta



Venerdì 16
·Osanna+NCCP a Torino
·Balletto di Bronzo a Scorzè (VE)
·Corde Oblique a Napoli
·Aldo Tagliapietra & Tolo Marton a Dolo(VE)
·Trewa ad Erba (CO)
·Heretic’s Dream a Roma
·Glincolti ad Abbazia Pisani (PD)
·Mechanical Butterfly ad Acireale (CT)
·The Winstons a Roma

Sabato 17
·Universal Totem Orchestra alla Casa di Alex di Milano
·Childhood's Dream a Lugagnano (VR)
·Lingalad a Medolago (BG)
·Balletto di Bronzo al Bloom di Mezzago (MB)
·Old Rock City Orchestra a Porano (TR)
·Feat. Esserelà+Antilabé a Zero Branco (TV)
·The Winstons a Frattamaggiore (NA)
·Senza Nome a Marino (Roma)

Domenica 18
·The Winstons a Milano

Martedì 20
·Höstsonaten a Chiavari (GE)

Mercoledì 21
·Malibran a Belpasso (CT)

Giovedì 22
·A. Tagliapietra+A. Bassato a Lugagnano (VR)
·Osanna+NCCP a Napoli
·Napoli Centrale a Marigliano (NA)

Venerdì 23
·FixForb a Treviglio (BG)
·Quasar H7 a Campobasso

Lunedì 26
·Conqueror a Lamezia Terme (CZ)

Martedì 27
·Junkfood a Faenza (RA)
·Faust & The Malchut Orchestra a Crotone

Mercoledì 28
·The Watch a Lugagnano (VR)
·Junkfood a Roma

Giovedì 29
·Napoli Centrale a Olevano s/Tusciano(SA)
·Junkfood a Latina

Venerdì 30
·Napoli Centrale ad Albanella (SA)
·Junkfood a Frattamaggiore (NA)

sabato 26 novembre 2016

NICOLAS MEIER, Infinity (2016)


Ottimo ritorno per il talentuoso Nicolas Meier dopo Chasing tales del 2015 in coppia con Pete Oxley e conferma del valore assoluto di questo chitarrista. D’altronde suonare con Jeff Beck è indubbiamente un bel banco di prova e il buon Nicolas è ormai un musicista esperto e navigato, capace di muoversi in contesti molto diversi tra loro (vedi la metal band Seven7). Nel caso di Infinity, Meier sceglie la via del trio (con due fenomeni come Vinnie Colaiuta alla batteria e Jimmy Haslip al basso), sviluppando più che in altre circostanze un sound vicino alla fusion ma che non disdegna affatto incursioni prepotenti nel rock, anche attraverso una strumentazione personale e variegata (tra cui anche il glissentar, la synth guitar e il baglana). Si evince una certa volontà nel non fermarsi all’interno di un genere solo (cosa che per altro Meier non ha mai fatto) e gli spunti jazz e prog si devono leggere proprio in quest’ottica. Ne è esempio lampante l’iniziale The eye of Horus (con Richard Jones al violino), tra influenze mediorientali, rock e fusion, mentre la seguente e splendida Still beautiful (ancora con Jones) ci riporta alle melodie eteree di Chasing tales. Meier d’altronde continua il suo percorso in cui non ci si sofferma solo sulle spiccate capacità individuali ma si cerca di curare anche l’aspetto emotivo della composizione, con una certa attenzione per scrittura e arrangiamento elegante. La fusion è difatti solo la base di partenza ma non costringe il trio ad inerpicarsi lungo sentieri obbligatoriamente tortuosi e magari interessanti solo per chi è avvezzo a certi virtuosismi e nell’ottica di Meier è il collante per sviluppare soluzioni adatte a più palati (le belle Rose on water con il fine lavoro di Lizzie Ball al violino e Serene). Il tocco di Meier si fa impetuoso in Legend (dedicata proprio a Jeff Beck), così come il trio mostra irruenza anche in Flying spirits (ancora con un ispirato Richard Jones), due brani che sono esplicativi per comprendere quanto possa essere variegata la musica del chitarrista. Il terzo dei violini presenti è quello di Sally Jo, che incontriamo in Riversides e nella particolare Yemin. Di alto livello la chiusura di JB Top, un omaggio a Billy Gibbons e agli ZZ Top (da segnalare anche la partecipazione di Gregor Carle alla chitarra), degno finale di un album poliedrico che può catturare la curiosità tanto dei jazzisti che dei fan del progressive. (Luigi Cattaneo)

Riversides (Official Video)

giovedì 24 novembre 2016

HAUTVILLE, Mater Dolorosa (2016)


Dopo tre anni da Le Moire ritornano gli Hautville con Mater Dolorosa, otto brani intrisi di folk progressivo con tanti inserti classicheggianti (un po’ come i campani Corde Oblique) che denotano una profonda conoscenza della materia. La cura per il dettaglio, per gli arrangiamenti raffinati e per testi ricercati fanno la differenza e oltre alla bontà esecutiva del trio (Simona Bonavita alla voce, Francesco Dinnella al basso e alle tastiere e Leonardo Lonigro alla chitarra folk ed elettrica) vanno menzionati i tanti special guest presenti, che risultano essenziali per la riuscita del lavoro (Giulio Amico Padula alla tromba, David Bisetti alle percussioni e ai timpani, Daniela Caschetto al violoncello, Rebecca Dallolio al violino, l’ex Pierrot Lunaire Arturo Stalteri al piano e William Matteuzzi alla voce). La vena malinconica che attraversa il platter ammalia e dona un incanto intrigante al racconto, che si sviluppa proprio cercando di avvincere l’ascoltatore attraverso brani solo all’apparenza di facile lettura ma in realtà molto pregni di elementi. Il fascino di certe argomentazioni va di pari passo con atmosfere disincantate e malinconiche, caratteristiche che troviamo già nell’elegante opening track Dis pater, con la Dallolio a ricamare in modo sicuro sopra un substrato folkeggiante di gran spessore. La dea Artemide viene tributata nel brano successivo, una ballata dai toni epici che ben delineano la sua figura, mentre accelera ritmicamente Pietà e costanza, soprattutto grazie al percussionismo di Bisetti e al lavoro di Lonigro, più deciso che mai. Nella prima parte spicca Le ombre, un folk cantautorale delicato e tenue, con la Bonavita artefice di una prova magistrale, prima dell’intervento del tenore Matteuzzi nella title track, pezzo dove partecipa anche Stalteri, che insieme a Caschetto dona un imprinting molto classico alla composizione. La sposa torna sui sentieri abituali del trio e l’interplay tra chitarra e violino tratteggia scenari amari e inquieti, replicati dalla potenza espressiva di Per non sentire niente, convincente anche grazie alla prova di Padula. Il finale di Il castello è incentrato sul tocco di Stalteri, che chiude con un sigillo fiabesco un album poetico e affascinante. (Luigi Cattaneo)

Per non sentire niente (Video)

lunedì 21 novembre 2016

DWIKI DHARMAWAN, Pasar Klever (2016)


Dopo So far, so close di cui ci siamo occupati pochi mesi fa, torna uno dei fuoriclasse della scena indonesiana, il tastierista Dwiki Dharmawan e lo fa con un doppio piuttosto ambizioso, Pasar Klewer. Per l’occasione Dwiki si è dedicato al solo piano acustico, in una forma trio (con Yaron Stavi al basso e Asaf Sirkis alla batteria) a cui si aggiungono di pezzo in pezzo diversi musicisti di svariata estrazione e dal tocco profondamente mutevole, pescando a piene mani sia dalla tradizione asiatica che da quella occidentale. Un crossover appassionante tra culture e stili, capace di abbracciare la fusion, il jazz rock e il progressive, come da sempre ci ha abituato la Moonjune di Leonardo Pavkovic, produttore insieme a Dharmawan di questo lavoro registrato a Londra. Il trio si muove benissimo e mostra un grande affiatamento, base fondamentale su cui si inseriscono alla perfezione gli ospiti presenti nel disco, tra cui spiccano in particolare Mark Wingfield (chitarrista jazz ma dal taglio sperimentale), Nicolas Meier (chitarrista nel team di Jeff Beck) e Gilad Atzmon (maestoso al sax e al clarinetto). Tutti gli special guest hanno però dato il loro importante contributo per la realizzazione di uno dei dischi più belli degli ultimi anni dell’etichetta di New York, ottimo esempio di come coniugare tradizioni locali e jazz, senza dimenticare la lezione di leggende come Soft Machine o Henry Cow. Dwiki non fa altro che confermarsi come uno dei maggiori talenti della sua generazione anche a livello compositivo (basti ascoltare la fantasiosa Frog dance, in cui va sottolineato lo splendido lavoro di Meier all’acustica e Atzmon al sax o Spirit of peace con Meier stavolta al glissentar e Atzmon al clarinetto). Ed è un vero peccato che dopo più di trent’anni di carriera qui in Europa non sia ancora conosciuta come dovrebbe la sua figura, importantissima per capire gli sviluppi culturali di una popolazione affascinante e che ha molto da dire anche in campo musicale (vedi i trasversali Simak Dialog o il guitar hero Dewa Budjana, giusto per citarne un paio). Il tastierista continua con Pasar Klever il suo lungo percorso alla ricerca di espressioni musicali contemporanee ma che abbiano uno sguardo sul passato; da qui l’utilizzo di percussioni (le Gamelan e le Kendang di Aris Daryono) che incontrano strumenti a fiato e chitarre (con il voluto dualismo tra Wingfield e Meier, due musicisti dal differente background). Difatti l’album di distingue proprio per la mescolanza tra segni distintivi di matrice popolare e altri di natura europea, elementi dell’arcipelago indonesiano che vengono filtrati da chi appartiene ad altre culture (tra questi anche l’italiano Boris Savoldelli alla voce nella corale London in June in cui partecipa di nuovo Meier al glissentar e nella rivisitazione di A forest di Robert Wyatt, dove compare invece Wingfield). Le radici di Dwiki e l’amore per il jazz vivono nella lunga title track, esempio lungimirante di come suoni che rimandano a virtuosi che rispondono al nome di Chick Corea o McCoy Tyner possano incontrarsi con le distorsioni di Wingfield. E non sono da meno Tjampuhan, 13 minuti di fusion progressiva in cui Atzmon al sax si destreggia benissimo come al solito e Li llir, un traditional arrangiato divinamente da Dharmawan. L’interplay del trio si amalgama con il fraseggio di tutti gli interpreti chiamati in causa, merito anche delle doti di scrittura già riconosciute al leader e seguite a ruota da quelle della sezione ritmica, che firmano insieme al tastierista la già citata London in June, mentre Sirkis è l’autore unico di Life it self, pensata per la chitarra satura del buon Wingfield. Pasar Klever è un progetto grandioso, magistralmente costruito nelle sue parti così variegate e piene di energia, un risultato di cui Dwiki deve andare fiero e che merita di essere apprezzato anche qui dai suoi confini nazionali. (Luigi Cattaneo)

Pasar Klewer (Live at the Bali world music festival)

sabato 19 novembre 2016

SUITE SOLAIRE, Rideremo (2016)


Dopo l’ep L’equilibrista del 2010, Rideremo è il primo Lp dei Suite Solaire (Paolo Baragioli voce e flauto traverso, Raffaele Giordano alla chitarra, Salvatore Matrone al basso, alle tastiere e ai synth e Riccardo Panigati alla batteria), 11 brani dove il gruppo di Novara racconta il tema della fuga intesa come salvezza da un reale opprimente, che diviene inconciliabile con i propri ideali. Pur non essendo propriamente un concept i pezzi hanno questo filo conduttore e il titolo del disco richiama proprio la condizione ricercata da chi scappa, ossia un futuro in cui tornare a sorridere e vivere. Il sound e i relativi arrangiamenti del platter sono votati alla ricerca della facile melodia, con uno sguardo anche al cantautorato, soprattutto grazie a testi che raccontano efficacemente le problematiche del quotidiano e mostrano una certa attenzione per il tema trattato. Il disco risulta comunicativo (ne sono esempio Un mondo di ghiaccio o la malinconica Cristina), attento nel parlare dell’epoca difficile in cui stiamo vivendo (il pop rock di Il meglio è già passato) e della disperata ricerca di appigli materiali o spirituali del tutto illusori (la mesta Nero giorno d’inverno). I personaggi che si delineano sono costretti a venire a patti con un presente che non ha nulla di spensierato (Jhonny) e decidono di ritirarsi in attesa di tempi migliori (Salviamoci). Il taglio anglosassone si miscela con forme di casa nostra, con gli U2 sullo sfondo ma le tipiche melodie della penisola nel cuore, con brani che sono sì facilmente memorizzabili ma mai sfacciatamente pensati per diventare una hit single o melensi come alcuni interpreti dell’italico pop (in questo mi hanno ricordato gli Oen). Non mancano riferimenti vintage, soprattutto quando si accende il flauto traverso, vera chicca distintiva e che può ricondurci ai Delirium più immediati. Rideremo è un primo passo piacevole che consegna al pop italiano un gruppo giovane, fresco e con margini di crescita. (Luigi Cattaneo)

Cristina (Video)