venerdì 2 dicembre 2016

IL BABAU & I MALEDETTI CRETINI, Il cuore rivelatore (2016)


Tornano Il Babau & i Maledetti Cretini, un progetto sospeso tra musica, teatro e letteratura formato da Damiano Casanova (chitarra), Franz Casanova (voce e tastiere) e Andrea Dicò (batteria e cori). Il trio continua ad ispirarsi al suono di fine 60 inizio 70, utilizzando anche per questa parte seconda della cosiddetta Trilogia del Mistero e del Terrore che già aveva avuto una sua consacrazione in La maschera della morte rossa del 2013.  Il cuore rivelatore (tratto nuovamente da un racconto di Edgar Allan Poe) è quindi un fonodramma, peculiare esempio di traduzione musicale e sonora di un’opera letteraria, che qui attinge nel macabro e nel bizzarro (per i dettagli i milanesi hanno allegato al disco un bel libro con i testi e l’artwork affidato a Gianni Zara, autore delle illustrazioni e a Francesca Canzi che ha curato grafica e impaginazione). La novella è indubbiamente celebre e la band non ha fatto altro che accentuarne i tratti psicotici attraverso una sapiente miscela di narrazione psichedelica e sfumature prog, degna dei Pholas Dactylus di Il concerto delle menti, oscuro disco del 1973. I quasi 30 minuti dell’opera ci conducono nelle spire folli del protagonista e delle sue ossessioni, con alcuni must narrativi come Lanterna cieca, la calma apparente di Chi è là o la geniale Il cuore, dove alcuni versi rimandano a Cuore matto di Little Tony! Tutta la storia è molto claustrofobica, ideale per gli spunti dei due Casanova e il pathos vocale di Franz, interprete enfatico di un personaggio misterioso e intenso, ansiogeno nella surreale cattura di quell’occhio, l’occhio di un avvoltoio, un occhio pallido, azzurro, coperto di una pellicola (L’occhio). Ovviamente il ruolo recitativo di Franz diviene essenziale per comprendere il fonodramma, coadiuvato dalle sue tastiere, dal lavoro efficace di Damiano e dal tocco dinamico di Dicò, tesi in direzione di un sound che guarda al prog ma non ci finisce imbrigliato e rimane per mood accostabile ai già citati Pholas ma anche agli storici progetti Antonius Rex/Jacula di Antonio Bartoccetti. L’album non ha cali, anzi, la storia ha un crescendo che ci conduce all’esplosione finale, quando i nervi del protagonista cedono sotto i rintocchi del cuore rivelatore (Sempre più forte) e pongono fine alla sua improvvisa disperazione. Il Babau continua ad esplorare in modo fantasioso certe opere cariche di fascinazione e l’attenzione che il trio pone per questi racconti è davvero encomiabile e fa del gruppo una delle realtà underground più curiose della scena indipendente italiana. (Luigi Cattaneo)

Il rumore (Video)

giovedì 1 dicembre 2016

QUADRI PROGRESSIVI, Il tempo della gioia


Per la rubrica quadri progressivi Lorena Trapani ha deciso di tornare a dedicarsi ad un artwork di Quella vecchia locanda, andando ad omaggiare Il tempo della gioia, il secondo e ultimo disco dei romani.

Il disegno, molto particolare, è stato eseguito con watercolours e crete e successivamente trasferito su tavoletta di legno 30x30 (tecnica transfer per l’appunto) e infine rifinita con colori acrilici, per un risultato davvero notevole e curioso.

Per visionare il catalogo di Lorena o per ricevere un dipinto del periodo progressive potete inviare una mail all’indirizzo del blog.



CONCERTI DEL MESE, Dicembre 2016

Giovedì 1
·Massimo Giuntoli “Pie Glue” a Lecco
·Gnu Quartet a Genova
·Monkey3 a Torino

Venerdì 2
·Goblin+GC Project+Echotime a Ferrara
·Syndone a Genova
·Napoli Centrale a Cervignano d. F. (UD)
·Meshuggah a Bologna
·Festival Prog a S. Donà di Piave (VE)
·Barock Project a Roma
·Rock in Frac Ensemble a Forlì
·Monkey3 a Pisa
·Egoband a Crevalcore (BO)

Sabato 3
·Meshuggah a Milano
·Rikard Sjöblom+Gibox Mobile a Milano
·Le Orme a S. Stino di Livenza (VE)
·Five Friends a Lugagnano (VR)
·Osanna+NCCP a Bari
·Anyway+Stereotomy a Torino
·Claudio Simonetti's Goblin a Padova
·Vittorio e Gianni Nocenzi a Valenza (AL)
·Glincolti a Giavera del Montello (TV)
·Solchi Sperimentali Fest a Milano
·VIII Strada a Milano
·Basta! a Terranuova Bracciolini (AR)
·Arturo Stàlteri a Ravenna
·Napoli Centrale a Perugia
·Monkey3 a Parma
·Il Babau & i Maledetti Cretini a Mezzago (MB)
·Psicosuono a Paderno Dugnano (MI)

Domenica 4
·Monkey3 a Erba (CO)
·Ego a Paderno Dugnano ore 18 (MI)

Lunedì 5
·Monkey3 a Trieste

Martedì 6
·Osanna+NCCP a Roma
·So Does Your Mother a Roma
·Monkey3 a Zero Branco (TV)

Mercoledì 7
·Osanna+NCCP a Firenze
·Monkey3 a Roma
·Napoli Centrale a Trecase (NA)
·The Coastliners a Fiumicino (Roma)
·Corrado Rustici Trio ad Aversa (CE)

Giovedì 8
·Marble House a Padova
·Corrado Rustici Trio a Roccaforzata (TA)

Venerdì 9
·Sycamore Age a Foligno (PG)
·Corde Oblique a Roma
·Marble House a Calderara di Reno (BO)
·Corrado Rustici Trio a Roma
·Monkey3 a Cagliari
·Napoli Centrale a Foggia

Sabato 10
·Alex Carpani a Bologna
·New Trolls a La Spezia
·Napoli Centrale a Gessopalena (CH)
·Il Rumore Bianco a Tregnago (VR)
·Monkey3 a Sassari
·Corrado Rustici Trio ad Ascoli Piceno

Domenica 11
·The Winstons a Milano
·Corrado Rustici Trio a S.Giovanni alla Vena (PI)

Lunedì 12
·Massimo Giuntoli “Pie Glue” a Milano
·Corrado Rustici Trio a Udine

Martedì 13
·Corrado Rustici Trio a Milano
·M. Giuntoli “Piano poetry” a Carugate(MI)

Giovedì 15
·Balletto di Bronzo a Savignano s/R. (FC)
·Osanna+NCCP ad Aosta

sabato 26 novembre 2016

NICOLAS MEIER, Infinity (2016)


Ottimo ritorno per il talentuoso Nicolas Meier dopo Chasing tales del 2015 in coppia con Pete Oxley e conferma del valore assoluto di questo chitarrista. D’altronde suonare con Jeff Beck è indubbiamente un bel banco di prova e il buon Nicolas è ormai un musicista esperto e navigato, capace di muoversi in contesti molto diversi tra loro (vedi la metal band Seven7). Nel caso di Infinity, Meier sceglie la via del trio (con due fenomeni come Vinnie Colaiuta alla batteria e Jimmy Haslip al basso), sviluppando più che in altre circostanze un sound vicino alla fusion ma che non disdegna affatto incursioni prepotenti nel rock, anche attraverso una strumentazione personale e variegata (tra cui anche il glissentar, la synth guitar e il baglana). Si evince una certa volontà nel non fermarsi all’interno di un genere solo (cosa che per altro Meier non ha mai fatto) e gli spunti jazz e prog si devono leggere proprio in quest’ottica. Ne è esempio lampante l’iniziale The eye of Horus (con Richard Jones al violino), tra influenze mediorientali, rock e fusion, mentre la seguente e splendida Still beautiful (ancora con Jones) ci riporta alle melodie eteree di Chasing tales. Meier d’altronde continua il suo percorso in cui non ci si sofferma solo sulle spiccate capacità individuali ma si cerca di curare anche l’aspetto emotivo della composizione, con una certa attenzione per scrittura e arrangiamento elegante. La fusion è difatti solo la base di partenza ma non costringe il trio ad inerpicarsi lungo sentieri obbligatoriamente tortuosi e magari interessanti solo per chi è avvezzo a certi virtuosismi e nell’ottica di Meier è il collante per sviluppare soluzioni adatte a più palati (le belle Rose on water con il fine lavoro di Lizzie Ball al violino e Serene). Il tocco di Meier si fa impetuoso in Legend (dedicata proprio a Jeff Beck), così come il trio mostra irruenza anche in Flying spirits (ancora con un ispirato Richard Jones), due brani che sono esplicativi per comprendere quanto possa essere variegata la musica del chitarrista. Il terzo dei violini presenti è quello di Sally Jo, che incontriamo in Riversides e nella particolare Yemin. Di alto livello la chiusura di JB Top, un omaggio a Billy Gibbons e agli ZZ Top (da segnalare anche la partecipazione di Gregor Carle alla chitarra), degno finale di un album poliedrico che può catturare la curiosità tanto dei jazzisti che dei fan del progressive. (Luigi Cattaneo)

Riversides (Official Video)

giovedì 24 novembre 2016

HAUTVILLE, Mater Dolorosa (2016)


Dopo tre anni da Le Moire ritornano gli Hautville con Mater Dolorosa, otto brani intrisi di folk progressivo con tanti inserti classicheggianti (un po’ come i campani Corde Oblique) che denotano una profonda conoscenza della materia. La cura per il dettaglio, per gli arrangiamenti raffinati e per testi ricercati fanno la differenza e oltre alla bontà esecutiva del trio (Simona Bonavita alla voce, Francesco Dinnella al basso e alle tastiere e Leonardo Lonigro alla chitarra folk ed elettrica) vanno menzionati i tanti special guest presenti, che risultano essenziali per la riuscita del lavoro (Giulio Amico Padula alla tromba, David Bisetti alle percussioni e ai timpani, Daniela Caschetto al violoncello, Rebecca Dallolio al violino, l’ex Pierrot Lunaire Arturo Stalteri al piano e William Matteuzzi alla voce). La vena malinconica che attraversa il platter ammalia e dona un incanto intrigante al racconto, che si sviluppa proprio cercando di avvincere l’ascoltatore attraverso brani solo all’apparenza di facile lettura ma in realtà molto pregni di elementi. Il fascino di certe argomentazioni va di pari passo con atmosfere disincantate e malinconiche, caratteristiche che troviamo già nell’elegante opening track Dis pater, con la Dallolio a ricamare in modo sicuro sopra un substrato folkeggiante di gran spessore. La dea Artemide viene tributata nel brano successivo, una ballata dai toni epici che ben delineano la sua figura, mentre accelera ritmicamente Pietà e costanza, soprattutto grazie al percussionismo di Bisetti e al lavoro di Lonigro, più deciso che mai. Nella prima parte spicca Le ombre, un folk cantautorale delicato e tenue, con la Bonavita artefice di una prova magistrale, prima dell’intervento del tenore Matteuzzi nella title track, pezzo dove partecipa anche Stalteri, che insieme a Caschetto dona un imprinting molto classico alla composizione. La sposa torna sui sentieri abituali del trio e l’interplay tra chitarra e violino tratteggia scenari amari e inquieti, replicati dalla potenza espressiva di Per non sentire niente, convincente anche grazie alla prova di Padula. Il finale di Il castello è incentrato sul tocco di Stalteri, che chiude con un sigillo fiabesco un album poetico e affascinante. (Luigi Cattaneo)

Per non sentire niente (Video)

lunedì 21 novembre 2016

DWIKI DHARMAWAN, Pasar Klever (2016)


Dopo So far, so close di cui ci siamo occupati pochi mesi fa, torna uno dei fuoriclasse della scena indonesiana, il tastierista Dwiki Dharmawan e lo fa con un doppio piuttosto ambizioso, Pasar Klewer. Per l’occasione Dwiki si è dedicato al solo piano acustico, in una forma trio (con Yaron Stavi al basso e Asaf Sirkis alla batteria) a cui si aggiungono di pezzo in pezzo diversi musicisti di svariata estrazione e dal tocco profondamente mutevole, pescando a piene mani sia dalla tradizione asiatica che da quella occidentale. Un crossover appassionante tra culture e stili, capace di abbracciare la fusion, il jazz rock e il progressive, come da sempre ci ha abituato la Moonjune di Leonardo Pavkovic, produttore insieme a Dharmawan di questo lavoro registrato a Londra. Il trio si muove benissimo e mostra un grande affiatamento, base fondamentale su cui si inseriscono alla perfezione gli ospiti presenti nel disco, tra cui spiccano in particolare Mark Wingfield (chitarrista jazz ma dal taglio sperimentale), Nicolas Meier (chitarrista nel team di Jeff Beck) e Gilad Atzmon (maestoso al sax e al clarinetto). Tutti gli special guest hanno però dato il loro importante contributo per la realizzazione di uno dei dischi più belli degli ultimi anni dell’etichetta di New York, ottimo esempio di come coniugare tradizioni locali e jazz, senza dimenticare la lezione di leggende come Soft Machine o Henry Cow. Dwiki non fa altro che confermarsi come uno dei maggiori talenti della sua generazione anche a livello compositivo (basti ascoltare la fantasiosa Frog dance, in cui va sottolineato lo splendido lavoro di Meier all’acustica e Atzmon al sax o Spirit of peace con Meier stavolta al glissentar e Atzmon al clarinetto). Ed è un vero peccato che dopo più di trent’anni di carriera qui in Europa non sia ancora conosciuta come dovrebbe la sua figura, importantissima per capire gli sviluppi culturali di una popolazione affascinante e che ha molto da dire anche in campo musicale (vedi i trasversali Simak Dialog o il guitar hero Dewa Budjana, giusto per citarne un paio). Il tastierista continua con Pasar Klever il suo lungo percorso alla ricerca di espressioni musicali contemporanee ma che abbiano uno sguardo sul passato; da qui l’utilizzo di percussioni (le Gamelan e le Kendang di Aris Daryono) che incontrano strumenti a fiato e chitarre (con il voluto dualismo tra Wingfield e Meier, due musicisti dal differente background). Difatti l’album di distingue proprio per la mescolanza tra segni distintivi di matrice popolare e altri di natura europea, elementi dell’arcipelago indonesiano che vengono filtrati da chi appartiene ad altre culture (tra questi anche l’italiano Boris Savoldelli alla voce nella corale London in June in cui partecipa di nuovo Meier al glissentar e nella rivisitazione di A forest di Robert Wyatt, dove compare invece Wingfield). Le radici di Dwiki e l’amore per il jazz vivono nella lunga title track, esempio lungimirante di come suoni che rimandano a virtuosi che rispondono al nome di Chick Corea o McCoy Tyner possano incontrarsi con le distorsioni di Wingfield. E non sono da meno Tjampuhan, 13 minuti di fusion progressiva in cui Atzmon al sax si destreggia benissimo come al solito e Li llir, un traditional arrangiato divinamente da Dharmawan. L’interplay del trio si amalgama con il fraseggio di tutti gli interpreti chiamati in causa, merito anche delle doti di scrittura già riconosciute al leader e seguite a ruota da quelle della sezione ritmica, che firmano insieme al tastierista la già citata London in June, mentre Sirkis è l’autore unico di Life it self, pensata per la chitarra satura del buon Wingfield. Pasar Klever è un progetto grandioso, magistralmente costruito nelle sue parti così variegate e piene di energia, un risultato di cui Dwiki deve andare fiero e che merita di essere apprezzato anche qui dai suoi confini nazionali. (Luigi Cattaneo)

Pasar Klewer (Live at the Bali world music festival)

sabato 19 novembre 2016

SUITE SOLAIRE, Rideremo (2016)


Dopo l’ep L’equilibrista del 2010, Rideremo è il primo Lp dei Suite Solaire (Paolo Baragioli voce e flauto traverso, Raffaele Giordano alla chitarra, Salvatore Matrone al basso, alle tastiere e ai synth e Riccardo Panigati alla batteria), 11 brani dove il gruppo di Novara racconta il tema della fuga intesa come salvezza da un reale opprimente, che diviene inconciliabile con i propri ideali. Pur non essendo propriamente un concept i pezzi hanno questo filo conduttore e il titolo del disco richiama proprio la condizione ricercata da chi scappa, ossia un futuro in cui tornare a sorridere e vivere. Il sound e i relativi arrangiamenti del platter sono votati alla ricerca della facile melodia, con uno sguardo anche al cantautorato, soprattutto grazie a testi che raccontano efficacemente le problematiche del quotidiano e mostrano una certa attenzione per il tema trattato. Il disco risulta comunicativo (ne sono esempio Un mondo di ghiaccio o la malinconica Cristina), attento nel parlare dell’epoca difficile in cui stiamo vivendo (il pop rock di Il meglio è già passato) e della disperata ricerca di appigli materiali o spirituali del tutto illusori (la mesta Nero giorno d’inverno). I personaggi che si delineano sono costretti a venire a patti con un presente che non ha nulla di spensierato (Jhonny) e decidono di ritirarsi in attesa di tempi migliori (Salviamoci). Il taglio anglosassone si miscela con forme di casa nostra, con gli U2 sullo sfondo ma le tipiche melodie della penisola nel cuore, con brani che sono sì facilmente memorizzabili ma mai sfacciatamente pensati per diventare una hit single o melensi come alcuni interpreti dell’italico pop (in questo mi hanno ricordato gli Oen). Non mancano riferimenti vintage, soprattutto quando si accende il flauto traverso, vera chicca distintiva e che può ricondurci ai Delirium più immediati. Rideremo è un primo passo piacevole che consegna al pop italiano un gruppo giovane, fresco e con margini di crescita. (Luigi Cattaneo)

Cristina (Video)

venerdì 18 novembre 2016

FINAL SOLUTION, Through the looking glass (2016)


Nati nel 2011, i Final Solution si sono presto creati un solido repertorio a base di death metal melodico, omaggiando grandi realtà del genere come At the gates e In flames. Un buon modo per farsi le ossa, soprattutto dal punto di vista tecnico, che li ha portati nel tempo a comporre pezzi propri senza dimenticare la potente lezione di certi maestri svedesi. A questo però va aggiunto anche un cambiamento stilistico, che li ha portati ad abbracciare una corrente più progressiva, complice anche Mario Manenti, vocalist subentrato in formazione ad inizio 2016 (completano la line up Fabio Pedrali alla chitarra e membro fondatore della band, Alessandro Martinelli alla chitarra, Gabriele Savoldi al basso e Gianluca Borlotti alla batteria). Through the looking glass è quindi la prima fatica dei bresciani, 30 minuti circa in bilico tra furia djent/math e trovate prog ad ampio respiro, bordate al limite del thrash e fraseggi di grande gusto melodico. Il quintetto ha indubbie capacità, risulta attento al dettaglio e ha una discreta versatilità che li porta anche in territori più classici o power prog, sempre conditi da velocità d’esecuzione e freschezza. Risulta semplice farsi coinvolgere dall’iniziale Sick of you, seguito di un intro dark e decisamente adatta per chiarire come uno dei punti di forza del gruppo sia la coesione tra le due chitarre e l’avere una sezione ritmica molto compatta. Di incredibile potenza thrash Demon inside, che però non disdegna un chorus d’impatto e un ottimo interplay melodico tra Pedrali e Martinelli, mentre la seguente Empty walls ha un mood progressivo dovuto probabilmente anche al tasso tecnico messo in campo dall’ensemble. The show is on conferma la vena prog, aspetto che rende il platter ancora più carico di umori, prima di Dogs of war in cui i Final Solution continuano a proporre una miscellanea di soluzioni energiche e intensamente liriche, con la conclusione di Grey magnifico epitaffio di un esordio decisamente interessante e a tratti avvincente. (Luigi Cattaneo)

Sick of you (Video)

domenica 13 novembre 2016

LURKING FEAR, Grim tales in the dead of night (2016)


Ep d’esordio per i Lurking Fear, un trio di Figline Valdarno nato 5 anni fa dall’amore per l’heavy di Mirko Pancrazzi (chitarra), Fabiano Fabbrucci (basso e voce) e Stefano Pizzichi (batteria). I brani di Grim tales in the dead of night rimandano al metal settantiano e alla NWOBHM dei primi ’80, con un suono che è distillato di Mercyful Fate, Iron Maiden e Angel Witch. I testi invece si rifanno ai classici della letteratura horror di inizio 900 (come Edgar Allan Poe) e in generale a tutto ciò che è macabro e grottesco, elementi ideali per irrobustire il sound con citazioni anche del King Diamond solista e dei primi Death SS. Un bel tuffo nel passato, un periodo d’oro per questo tipo di musica che ancora oggi fa proseliti e che i toscani omaggiano in ogni nota del lavoro, senza preoccuparsi di essere originali o moderni e proponendo uno stile ben radicato nella cultura heavy. 5 pezzi dove i Lurking Fear non concedono fronzoli, risultano diretti e battaglieri, con i riff di Pancrazzi essenziali e solidi e ritmiche volte a sorreggere un cantato aggressivo e in linea con il mood della produzione. Poco più di 30 minuti in cui il substrato hard si amalgama con frangenti più melodici pur senza concedere nulla al leitmotiv dell’intero disco, che non prevede grosse variazioni sul tema (aspetto su cui magari si potrà lavorare in futuro). Chi cerca novità rimarrà deluso. I toscani sembrano usciti proprio da un’altra era storica e sono fieri di apparire così, risultando credibili appassionati di un genere immortale e sempre stimolante. Buonissimo l’attacco di Watching eye, convincente pezzo iniziale che lascia spazio a Lady of Usher, brano in cui emerge anche la buona tecnica del trio. The strain ha al suo interno interessanti parti strumentali, mentre in I am e nella conclusiva Flesh and soul fanno capolino echi sabbatiani. Grim tales in the dead of night è un primo passo gradevole, sicuramente migliorabile sotto qualche aspetto ma che non può non incuriosire gli amanti dell’heavy primordiale che tanta importanza ha rivestito nella crescita del movimento. (Luigi Cattaneo)

Watching eye (Video)

sabato 12 novembre 2016

THAUMA CINCINNATO, L'essere e l'auriga (2016)


Ritornano i Cincinnato, uno dei tanti nomi che animava la scena italiana dei ’70 e che dopo il valido disco d’esordio sparì come buona parte di quei gruppi giovani e curiosi. I fondatori Giacomo Urbanelli (voce, piano e tastiere) e Gianni Fantuzzi (chitarra) sono della partita, accompagnati da Franco Erenti (tastiere) e Paolo Burattini (basso e chitarra acustica), oltre che da Graziano Rampazzo che si occupa delle parti di batteria e Ilaria Guerra impegnata al canto. Il termine Thauma fa intendere che i Cincinnato non sono più esattamente quelli di 40 anni fa e se è vero che lo stile è rimasto ancorato al jazz, è pur vero che si è arricchito di umori pop che non sempre convincono lungo la durata del platter. I Thauma Cincinnato prediligono un lavoro d’equipe, con pezzi strutturati come nella migliore tradizione progressiva ma più fruibili rispetto al passato, con la matrice “colta” che incontra quella popolare e lascia intendere come il gruppo voglia essere maggiormente comunicativo se paragonato ai suoi esordi. Un impeto ravvisabile in questo come back fortemente voluto e su cui i quattro hanno lavorato negli ultimi anni, una continuità più di intenti che di genere visto il modus operandi legato alla forma canzone, seppur sui generis. L’essere e l’auriga è quindi un disco molto diverso rispetto al primo, una scelta che ha portato i lombardi a sviluppare partiture che uniscono jazz, classica e soul, condite di testi che rappresentano un’altra piccola novità (in Cincinnato solo L’ebete aveva una parte cantata). Proprio questo aspetto fa capire come i nuovi Cincinnato non vogliano relegarsi in un imbuto progressivo autolesionistico ma abbiano preferito proporre quello che sono diventati, con buona pace di chi bramava un capitolo secondo simile al precedente (e io, lo ammetto, ero tra questi). Inutile quindi fare paragoni tra un album che rappresentava appieno un Italia che non c’è più e questo L’essere e l’auriga, legato all’oggi e dove i musicisti, senza farsi condizionare dalle attese del pubblico, hanno deciso di raccontare la loro visione del presente, che non può essere quella di chi nel 1974 ragionava per istinto e passione. Il platter scorre via piacevole, è suonato indubbiamente bene, con qualche momento sopra gli altri come Colori di noi (che vede la partecipazione di Luciano Cirino al piano), La peste (bello il lavoro del trombettista Maurizio Vaccaluzzo) e la lunga Città oceano ma forse manca il guizzo strabiliante, quello che ti fa innamorare di un pezzo o di un disco intero. L’album è acquistabile privatamente e si può richiedere tramite la loro pagina facebook o al seguente link https://soundcloud.com/thauma-cincinnato che permette anche l’ascolto dell’intero lavoro. (Luigi Cattaneo) 

mercoledì 9 novembre 2016

ACQUA LIBERA, Acqua Libera (2016)


Nell’aprile del 2013 Fabio Bizzarri (chitarra già dei Vicolo Margana e dei Sesto Senso, una band di inizio ’70), Jonathan Caradonna (tastierista dei Profusion), Franco Caroni (bassista dei Livello 7 nel lontano 1974 e successivamente nel Juice Group prima e nel Juice Quartet poi) e Marco Tosi (batterista con un passato nei Vicolo Margana e attualmente impegnato nella band del grande Franco Baggiani) danno vita agli Acqua Libera con l’intento di riprendere e lavorare sui brani dei gruppi precedenti (Livello 7 e Juice in particolare) e di crearne di nuovi. Ne nasce un album strumentale pieno di grande progressive, infarcito di jazz rock e fusion e senz’altro meritevole di ascolto per quanti amano P.F.M. e Duello Madre ma anche i contemporanei Red Zen o Eclat. Una sorta di gruppo prettamente senese che è riuscito a riesumare tracce che si sarebbero perse del tutto con il passare del tempo ma che ha deciso di puntare, giustamente, anche su materiale nuovo, lavorato con grande classe e sensibilità da musicisti navigati e di spessore. Sarebbe stato un peccato non far emergere quanto di buono composto decenni prima e trasportare la passione per questa musica su disco ripaga indubbiamente gli artisti dei tanti sforzi fatti. La doppietta iniziale formata da Tempi moderni e Nautilus è un gran bel biglietto da visita in chiave prog rock, mentre Alla luce della luna è legata strutturalmente alla fusion e risulta delicata e dai colori più tenui. Mr. Lou torna a movimentare il platter, con la band che disegna intarsi dinamici e vigorosi, un po’ quello che succede in Marcina, brano scritto da Caroni e che evidenzia il suo talento anche come compositore. Sans tambour ni musique torna a far vibrare le corde del progressive rock in maniera decisa ed energica e fa il paio con Quo vadis, esuberante nel suo andamento brioso e vitale. La chiusa di Prog mood conferma lo splendido lavoro d’insieme e le abilità tecniche del quartetto toscano, artefici di un lavoro molto gradevole che unisce sapientemente prog e fusion con spirito e passione. (Luigi Cattaneo)

Alla luce della luna (Video)

sabato 5 novembre 2016

KOTIOMKIN, Squartami tutta - Black Emanuelle goes to hell (2016)


Avevamo lasciato gli abruzzesi Kotiomkin alle prese con un eroe d’altri tempi (Maciste nell’inferno dei morti viventi del 2014) e li ritroviamo immersi in un viaggio in lande sperdute in compagnia della celebre Emanuelle. Squartami tutta – Black Emanuelle goes to hell racconta della setta del Dio Kito e del suo capo, l’albino O’Hara, e di come il commissario Frank Baiocchi (detto Prunella Ballor) decida di coinvolgere la famosa fotoreporter Emanuelle con l’intento di farla infiltrare tra gli adepti del culto, in quello che diventerà un viaggio allucinato tra rituali esoterici, orge e droghe che porteranno la disinibita giornalista sino alle porte dell’inferno. La dedica a Joe D’amato (nome d’arte di Aristide Massaccesi) chiarisce l’amore del trio (Enzo Zeder al basso, Davide Di Biagio alla chitarra e Gianni Narcisi alla batteria) per le soundtrack, qui proposta in chiave stoner e imbevuta di vintage, psichedelia e vanità progressive, lasciando a brevi narrazioni tratte dal film il compito di aprire o chiudere il pezzo, una scelta a tratti esaltante e che ha creato un filo conduttore senza l’uso di testi. Difatti gli otto strumentali presenti non hanno affatto bisogno di parti cantate per trasportare efficacemente negli scenari del film, sia nei momenti più tirati (Emanuelle: fotoreporter disinibita) che in quelli maggiormente narrativi (la malvagia El queso del diablo). L’amore per gli anni ’70 si palesa in ottimi pezzi come Orgia rituale o Prunella Ballor, che riportano in auge un certo cinema di genere, i cosiddetti b-movies riscoperti in anni recenti da tanti appassionati. Rispetto però ad ensemble come L’albero del veleno o gli Anima Morte, i Kotiomkin hanno un background che si fonda sullo stoner e sul doom, infarcito quindi di riff potenti e cadenzati, ritmiche solide e una certa predisposizione per pellicole cult e rare prodotte dal nostro paese. Da qui nasce un platter di spessore che risulta avvincente e interessante per tutta la sua durata e non fa altro che confermare la bontà del progetto dei tre marchigiani, lasciando una certa curiosità su che cosa potrebbero omaggiare nel prossimo disco. (Luigi Cattaneo)

Black Emanuelle goes to hell (Video)

mercoledì 2 novembre 2016

FESTIVAL ROCK PROGRESSIVE

Il FESTIVAL ROCK PROGRESSIVE si terrà venerdì 2 dicembre al Teatro ASTRA di San Donà di Piave (VE).

Il Festival è stato organizzato dai Quanah Parker in collaborazione con l'Associazione Musicale e Culturale "G. Tartini" di Monastier di Treviso e Meolo (VE) e sarà presentato dal discografico Vannuccio Zanella​ della prestigiosa etichetta M.P. & Records. 

L'idea è quella di dare una panoramica di passato, presente e futuro del Progressive Italiano, presentando un nome storico come Tony Pagliuca, che suonerà qualcosa di nuovo e qualcosa delle Orme, due band attuali con alcuni album all'attivo, ossia i Quanah Parker e gli Antilabè e un gruppo di giovanissimi affascinati dal progressive, gli Uneven Mood.

 

martedì 1 novembre 2016

CONCERTI DEL MESE, Novembre 2016

Venerdì 4
·Massimo Giuntoli “Hobo” a Piacenza
·São Paulo Underground a Mestre (VE)
·Solchi Sperimentali Fest a Bologna

Sabato 5
·King Crimson a Milano
·Arturo Stàlteri a Ghilarza (OR)
·Black Mountain a Segrate (MI)
·GC Project a Burolo (TO)
·Dark Ages a Mantova
·Jumbo+CAP al Teatro Lirico di Magenta (MI)

Domenica 6
·King Crimson a Milano
·U-Gene a Lainate ore 17 (MI)
·Linea Nazca ad Aiello del Friuli (UD)

Lunedì 7
·Genesis Piano Project a Perugia

Martedì 8
·King Crimson a Firenze
·Genesis Piano Project a Roma

Mercoledì 9
·King Crimson a Firenze
·Genesis Piano Project a Paderno D. (MI)

Giovedì 10
·Il Paradiso Degli Orchi a Brescia
·Sycamore Age ad Avellino
·Arturo Stàlteri a Roma

Venerdì 11
·King Crimson a Roma
·Sycamore Age a Messina
·Oberon a Palermo
·Il Rumore Bianco ad Arbizzano (VR)

Sabato 12
·Banco a Brescia
·King Crimson a Roma
·Sycamore Age a Roma
·Rêverie a Torino
·Steve Hackett a Catanzaro
·Dark Ages a S. Lazzaro di Savena (BO)
·Malibran a Belpasso (CT)

Domenica 13
·Orphaned Land a Borgo Priolo (PV)
·Amy X Neuburg a Lainate ore 17 (MI)
·Proteo a Mantova
·Delta a Travedona-Monate (VA)

Lunedì 14
·King Crimson a Torino
·Opeth a Milano
·Orphaned Land a Firenze
·Claudio Simonetti’s Goblin a Napoli
·The Musical Box a Trento

Martedì 15
·King Crimson a Torino
·Storia New Trolls a Napoli



Mercoledì 16
·Napoli Centrale a Napoli
·Marble House a Bologna

Giovedì 17
·King Crimson a Montecarlo (Monaco)
·M.Giuntoli “Piano Poetry” a Paderno D. (MI)

Venerdì 18
·Claudio Simonetti's Goblin a Parma
·King Crimson a Montecarlo (Monaco)
·Mike Stern Trio a Milano
·Acqua Libera a Siena
·Toni Pagliuca Trio a Camposanpiero (PD)
·Prometheo a Bari

Sabato 19
·Alex Carpani a S. Giovanni in Pers. (BO)
·Il Rumore Bianco+Promenade a Milano
·Massimo Giuntoli “Hobo” a Trieste
·Ingranaggi della Valle a Genova
·Court+Mirrormaze a Busto Arsizio (VA)
·Mike Stern Trio a Milano
·Saint Just ad Ascoli Piceno

Domenica 20
·Massimo Giuntoli “Hobo” ad Arcade (TV)
·Mike Stern a Mogoro (OR)
·Notturno Concertante a Altavilla I. (AV)

Martedì 22
·Jaga Jazzist a Milano

Mercoledì 23
·Jaga Jazzist a Roma
·Gianni Nocenzi a Roma

Giovedì 24
·Three Days Prog a Moncalieri (TO)
·Liberae Phonocratia a Vicenza
·Jaga Jazzist a Nichelino (TO)
·Acoustic Strawbs a Gandino (BG)
·Bol & Snah a Ranica (BG)

Venerdì 25
·Three Days Prog a Moncalieri (TO)
·Jaga Jazzist a Ravenna
·Acoustic Strawbs a Piacenza
·Lingalad a Ostiano (CR)
·Tuxedomoon a Trieste
·Twinscapes a Lugagnano (VR)
·Prog61 a S. Giovanni alla Vena (PI)
·Garybaldi+CAP feat. Alvaro Fella a Roma
·Bol & Snah a Napoli
·Arturo Stàlteri a Treviso
·Promenade a Genova

Sabato 26
·Three Days Prog a Moncalieri (TO)
·Archive a Milano
·Jaga Jazzist a Brescia
·Tuxedomoon a Bologna
·Twinscapes+Alex Carpani a Veruno (NO)
·Face Value Band+The Monkey Shock a Roma
·Don Airey a Torrebelvicino (VI)

Domenica 27
·Jaga Jazzist a Genova
·Hobo a Milano

Martedì 29
·Osanna+NCCP a Milano
·Tuxedomoon a Milano

lunedì 31 ottobre 2016

SONATA ISLAND, Live Alterazioni 2016

Risultati immagini per sonata island quartet foto



Secondo appuntamento per la rassegna Alterazioni, organizzata dal comune di Lainate nella splendida Sala della Musica di Villa Litta e giunta alla quarta edizione sotto la direzione artistica di Massimo Giuntoli, sempre attento nel creare un programma di alta qualità dai confini indefiniti e che mettono a confronto percorsi, approcci e linguaggi diversi tra loro ma che possono convergere e rivelare punti di contatto. Dopo l’apertura di domenica scorsa affidata a John Greaves (Henry Cow, National Health, Slapp Happy) con la partecipazione di Annie Barbazza, la seconda giornata ha visto esibirsi sul palco i Sonata Island in quartetto (Emilio Galante al flauto, Alessandro Bianchini al vibrafono, Stefano Bianchini al contrabbasso e Thomas Samonati alla batteria), un ensemble nato quasi 20 anni fa e dall’organico variabile che trae spunto tanto dalla musica colta quanto dal jazz e dal R.I.O.

Il background accademico non delimita la loro passione per il jazz, mostrando un gruppo a proprio agio nel riproporre con entusiasmo e lirismo composizioni di autori novecenteschi come Bartok, Debussy e Stravinsky, oltre che quelle di Astor Piazzola e Chick Corea, in bilico perenne tra scrittura e improvvisazione, che funziona solo se si conosce perfettamente la materia trattata. Proprio come sanno fare i Sonata Island.

Il prossimo appuntamento di domenica 6 novembre prevede l’esibizione del duo U-Gene (Massimo Giuntoli alla tastiera e Silvia Cignoli alla chitarra), mentre la chiusura del 13 è affidata all’estro di Amy x Neuburg (voce, percussion pad e live electronics). (Luigi Cattaneo)

domenica 30 ottobre 2016

BADMOTORFINGER, Heroes (2016)


Nati come classica cover band, i Badmotorfinger (proprio come il titolo di un bellissimo album dei Soundgarden) passano dagli inevitabili demo e concerti per giungere proficuamente nel 2013 alla pubblicazione del massiccio It’s not end, disco che li porta a suonare nei festival dedicati all’hard & heavy. Il cambio di vocalist, con l’ingresso di Luigi Sangermano (già coi Tarchon Fist) ad inizio dell’anno passato, porta il gruppo a lavorare intensamente su nuovi pezzi insieme a Viviana Cappelli, che dona il suo apporto per la creazione di testi e musiche. Nasce così Heroes, ep con tre inediti e altrettanti brani del vecchio album riarrangiati per l’occasione e che fanno capire quanto i bolognesi siano attaccati a questo suono heavy, potente ma bilanciato tra impatto e melodia. L’ep è modulato sui classici riff (doppia chitarra con Alex e Federico Mengoli) punto di riferimento per un certo tipo di approccio muscolare, su ritmiche spinte e decise (la coppia formata da Tommy Tommesani al basso e Fabio Bussolari alla batteria) e su una certa attenzione per la forma canzone, che permette di apprezzare le song quasi da subito. E così scorrono Hidden heroes e Needle in my vein, episodi coinvolgenti che certificano il buon lavoro svolto dal gruppo per presentarsi al meglio per questa nuova uscita. L’altro inedito è Badmotorfinger, anche questa piuttosto immediata nel suo incedere. Mi ha convinto meno No second chance, epica ma un po’ scontata, mentre Afterlife e Rebel in chiave acustica sono due incantevoli momenti che potrebbero tranquillamente attirare anche chi è meno avvezzo a certi suoni. Heroes risulta quindi congeniale al momento vissuto dai ragazzi con l’arrivo di Sangermano e mostra come la band non si sia fermata di fronte al cambiamento e abbia da subito ripreso la via della scrittura in vista del prossimo full lenght. (Luigi Cattaneo)

Hidden heroes (Official Video)

sabato 29 ottobre 2016

COSA RARA, Cosa Rara (2016)


Lo splendido catalogo dell’AMS si arricchisce di un nome che si discosta dal classico prog sinfonico  e preferisce cimentarsi in strutture dilatate e dai tratti space. Stiamo parlando dei Cosa Rara, un progetto nato nel 2005 e che dopo diversi cambi di line up arriva finalmente all’esordio discografico. Chiaramente i riferimenti ai ’70 ci sono, soprattutto quelli legati alla psichedelia e a tutto quello che gli sta intorno, con sfumature elettroniche e progressive che garantisce un risultato finale solido e di grande trasporto. Un viaggio strumentale fluido, energico e di impatto, con la band abile nel sovrapporre e fondere vari strati di suono in modo convincente. Esempio lungimirante sono brani di ampio respiro come la meravigliosa Miraggio o l’interessante chiusura di Innisfree, pezzi che dimostrano come i Cosa Rara abbiano un background da cui attingere ma non si soffermano unicamente su quello e provano a guardare oltre. Una commistura di prog e psichedelia che denota idee e classe e che si sviluppa in maniera costante lungo il tragitto, con i vari membri (Andrea Onesti alla chitarra, Francesca Goria alle tastiere, Piolo Aluffi al basso e Maurizio Pinna alla batteria) bravissimi nel creare un lavoro di equipe funzionale al sound, evitando sterili digressioni solistiche a favore di un interplay tra le parti di buona fattura. Ritmiche solide che permettono alla Goria di stupire con passaggi di grande effetto, gli stessi creati dagli accordi di Onesti, bravissimi nel fronteggiare la materia cercando di non cadere in abusati clichè. Un debutto fortemente voluto che getta luce su una nuova e meritevole band, capace di toccare le corde giuste per appassionare non solo gli amanti del prog ma anche chi apprezza ensemble come Explosion in the sky e God is an astronaut, proprio per quella capacità di creare fughe space rock con l’utilizzo dei consueti strumenti a tastiera, elemento che contraddistingue la musica del quartetto. Cosa rara è una miscellanea cangiante di strutture e soluzioni affini ma diverse tra loro, che si alternano e si incontrano con decisione all’interno di un’opera prima di grande cura. (Luigi Cattaneo)

Havismat (Video)

domenica 23 ottobre 2016

BANAAU, The Burial (2016)


Nati nei primi anni ’90 come duo (Andrea Massimo Fantozzi alla chitarra e alla voce e Lino Cecala alle tastiere), ampliato poi a cinque elementi, i Banaau attraverso il linguaggio sempreverde del prog sinfonico di matrice inglese danno vita ad un concept ispirato ad uno dei grandi autori della letteratura americana, ossia Thomas Stearns Eliot e il suo The waste land. Il gruppo è arrivato a questo risultato dopo una pausa di ben 20 anni e la reunion ha portato alla registrazione di The Burial (con la partecipazione di Riccardo Tosi alla batteria, musicista di estrazione jazz già nelle band di Giovanni Falzone, Danilo Gallo e Rosario Di Rosa, giusto per citarne alcune). The waste land è una poesia lunga e articolata sulla crisi provocata dalla perdita dell’identità morale e culturale seguita alla I guerra mondiale e il sound, velato di malinconia, rispecchia appieno il tema trattato. Come il poema racchiude molteplici punti di vista, anche l’album (una sorta di ep visti i 25 minuti di durata) risulta ora più oscuro (Prologue), ora ispirato ai Genesis e ai Caravan (What are the roots), ora strutturato su fughe strumentali che lasciano trasparire idee e buone doti tecniche (la lunga Unreal City, forse il pezzo meglio riuscito), ora brulicante di tempi dispari (Madame Sosotris). È bene dire che The Burial è in realtà un progetto in corso e che come l’opera di Eliot è strutturata in cinque parti, anche i milanesi hanno la volontà di poter magari dedicare un disco per ogni sezione. Dopo l’uscita del lavoro i Banaau si sono stabilizzati con una formazione di addirittura sette elementi (Andrea Massimo Fantozzi alla voce e alla chitarra, Bartolomeo Cicala alle tastiere, Andrea Zani alle tastiere, Elton Novara alla chitarra, Tony Alemanno al basso, Matteo Paparazzo alla batteria e Demetra Fogazza al flauto e ai cori) e con l’esibizione al FIM 2016 hanno suscitato critiche positive e interesse tra gli addetti ai lavori. Band da tenere d’occhio in attesa della nuova pubblicazione che avverrà probabilmente già nel 2017. (Luigi Cattaneo)

Teaser album (Video)

giovedì 20 ottobre 2016

FJIERI, Words are all we have (2015)


Torniamo a parlare di Stefano Panunzi, tastierista di cui abbiamo da poco analizzato i suoi due album da solista e che qui ci delizia con Words are all we have a nome Fjieri, creatura giunta al secondo disco (dopo Endless di ben sette anni fa) e nata dalla stretta collaborazione con il bassista Nicola lori (talento impegnato anche alla chitarra e alle tastiere). I musicisti coinvolti sono praticamente gli stessi presenti nei dischi a nome Panunzi, con un concentrato di classe ed eleganza notevoli (su tutti il grande Jakko Jakszyk, presente in quasi tutti i pezzi). I King Crimson d’altronde rimangono un punto di riferimento ma il songwriting dei due è oramai collaudato e si esprime attraverso un lavoro corale notevole in cui finezze compositive e cura del particolare sono aspetto imprescindibile. Non mancano momenti psichedelici o di matrice jazz, che non fanno altro che aumentare il range espressivo del gruppo lungo i quasi 70 minuti di questo come back. L’apertura è affidata alla strumentale Oriental dream, brano dove tutto funziona perfettamente e si inserisce in maniera notevole il sax di Nicola Alesini. L’ottima partenza viene doppiata da The city lights, dove invece di Alesini troviamo Mike Applebaum alla tromba, ma il risultato non cambia e mostra una scrittura sicura e raffinata come al solito. In Before I met you Cristiano Capobianco (batteria) forma una grande coppia ritmica con Lori, mentre Jakszyk sforna una prova sontuosa e marchia a fuoco uno dei brani maggiormente accostabili per mood alla produzione di Steven Wilson. Applebaum con la sua tromba disegna scenari affascinanti in Not waving but drowing, dove il jazz incontra un progressive moderno e che cerca di allontanarsi dagli stereotipi del genere. Molto sentita l’interpretazione di Jakko in It would all make sense, mentre Flame è la riproposizione di un vecchio brano del 1994 di Tim Bowness e Richard Barbieri e vede Applebaum donare ancora una volta un supporto importante. Molto interessante è la seguente Sati, un jazz rock elettronico in cui non viene dimenticata la lezione di Sylvian e che vede Applebaum dialogare con l’ambient guitar di Lori, prima del malinconico capolavoro di Hidden lives, un fantastico affresco con Alesini protagonista e Bowness (No man) a prestare la sua delicata ugola. Dopo tanta meraviglia ci si potrebbe aspettare un calo e invece i Fjieri colpiscono ancora nel segno con In the morning, che vede la partecipazione di Gavin Harrison (King Crimson, Porcupine Tree, Blackfield) alla batteria e Zombie love, un dark prog notturno e dai tratti gotici. Damages goods tiene alta la tensione prima del finale di Those words in cui ricompare Alesini a tratteggiare un progressive jazz rock ideale chiusura di un ritorno convincente e di grande gusto. (Luigi Cattaneo)

Album Teaser (Video)

sabato 15 ottobre 2016

PIN CUSHION QUEEN, Settings_1&2 (2016)


I Pin Cushion Queen (Igor Micciola ai synth, alla chitarra e alla voce, Marco Calandrino al basso, ai synth e alla voce e Nicola Zanardi alla batteria), il cui nome è dovuto ad una filastrocca di Tim Burton, sono un progetto attivo dal 2007 e che nel corso degli anni si è trasformato sino alla line up attuale. Ciò che non è mai cambiato è l’intento di creare un sound senza grandi compromessi, pregno di elettronica, indie rock, dark, post e visioni industriali e già il primo Characters del 2011 mostrava riferimenti lontani tra loro come Sonic Youth e Motorpsycho, segno della voglia di esplorare del trio. Ora è la volta di Settings, secondo capitolo di una sorta di trilogia, il cui ultimo sarà Stories. I due ep qui analizzati (il terzo uscirà tra sei mesi) sono dominati con forza dai sintetizzatori e guardano al percorso di Liars e Radiohead, tra le influenze principali dei bolognesi che fanno della dilatazione psichedelica un punto di forza evidente. Armonie, melodie, ritmi e timbri variano lungo i sei brani dei 2 ep, determinando ambientazioni diverse tra loro ma con il filo comune di certe atmosfere plumbee (Under Electric Light, Cracks in the ice). I Pin Cushion Queen sono bravi nel coinvolgere anche emotivamente l’ascoltatore attraverso brani che fanno dell’elettronica ossessiva e ripetitiva un artificio dai contorni indefiniti ma decisamente studiato per rimanere sullo sfondo e donare ricchezza timbrica alla proposta. I 15 minuti circa ad ep non lasciano spazio alcuno a momenti solari o gioiosi, con i bolognesi impegnati a costruire scenari drammatici e adattissimi per essere utilizzati come immaginaria soundtrack. L’impostazione corale dei lavori si articola quindi su atmosfere cupe, l’uso di più voci e un dinamismo ritmico che ha del tribale, elementi che si equilibrano all’interno di pezzi che si sviluppano con una matrice rock ma non dimenticano la lezione del trip hop di Bristol che tanta gloria ebbe nei ’90. Rimaniamo in attesa della terza parte di Settings per esprime un giudizio definitivo sull’album nella sua integrità. (Luigi Cattaneo)

Qui di seguito il link per ascoltare la seconda parte di Settings https://pincushionqueen.bandcamp.com/album/settings-2 

venerdì 14 ottobre 2016

LATERAL BLAST, La luna nel pozzo (2016)


La luna nel pozzo segna il ritorno dei romani Lateral Blast, sestetto già emerso nel fitto panorama underground italiano con I am free del 2014. La band continua a proporre un crossover in cui si trovano tanti spunti prog rock abbinati a melodie di facile presa e di estrazione pop (quello raffinato s’intende … ) e passaggi soul dettati soprattutto dalla brava Rosa Zumpano (voce e flauto). Le buone capacità di songwriting e una certa cura per gli arrangiamenti fanno di questo come back un disco altamente gradevole, sia quando i ragazzi spingono verso un progressive d’annata (la lunga Suite per lei), sia quando risultano più leggeri (l’ottima e delicata Come nuvole). Molti i momenti riconducibili al prog nostrano, ma la band non disdegna passaggi folk, con il flauto della Zumpano mirabile nel ricamare atmosfere cangianti che trovano in Alessandro Ippoliti alle tastiere un degnissimo contraltare, con fraseggi classici che sfruttano dinamiche in odore di jazz rock. Non meno interessante è l’interplay tra le due chitarre presenti, quella elettrica di Leonardo Angelucci (impegnato anche come cantante) e quella acustica di Antonello D’Angeli (pure lui alla voce), così come svolge un lavoro diligente ma preciso il duo formato da Matteo Troiani (basso) e Tommaso Guerrieri (batteria). Toni epici si sposano con pacate suggestioni che profumano di vintage pur avendo i piedi ben saldi nella scena rock degli anni 2000, un crossover tra elementi diversi tra loro, che forse deve trovare ancora una via definitiva ma che appare di sicuro interesse. Completano il quadro alcune collaborazioni che hanno dato maggiore profondità al disco, ossia il violinista Alessandro Monzi, molto espressivo nei suoi interventi, Daniele Coccia di Il Muro del Canto alla voce nella cupa Scheletro, Sandro Travarelli alla tromba nell’ottima title track, Egidio Decino al corno francese nell’altrettanto valida Hellesylt e Giuseppe Cetorelli al sax nella meno riuscita Le urla dei bambini. I romani stanno crescendo in fretta e forse la distribuzione da parte di una piccola casa discografica o agenzia garantirebbe loro quella visibilità fondamentale per allargare il range di ascoltatori vista anche la tanta carne al fuoco che contraddistingue la loro proposta. (Luigi Cattaneo)

La luna nel pozzo (Video)

domenica 9 ottobre 2016

THREE SHORTS REWIEV, Il Giardino della Bodhi, Plini, Marco Bugatti


Per questo nuovo appuntamento con la rubrica Three Shorts Rewiev abbiamo analizzato tre album molto diversi tra loro ma tutti interessanti e di nostro gradimento.

Partiamo con Il Giardino della Bodhi, un progressive power trio di cui sono disponibili 4 lunghi brani in cui si denota una certa personalità abbinata ad idee e buone capacità strumentali. Da seguire in attesa di un vero full lenght! Ecco uno dei pezzi più rappresentativi del gruppo, The sentry of dawn https://www.youtube.com/watch?v=KxX5OLhidLU 

Gran bel ritorno per l’australiano Plini (dopo diversi ep), per chi non lo conoscesse artefice di un progressive metal strumentale ad alto tasso emotivo. Il funambolico chitarrista con Handmade Cities sa di poter raggiungere la definitiva consacrazione e per questo si affida a fraseggi in odore di Dream Theater (d’altronde non è un caso se Marco Minnemann ha fatto parte della line up per un breve periodo) ma anche Animals as leaders, con spunti fusion che si imparentano con il djent che tanta presa ha sui giovani progsters. 35 minuti di indubbia qualità sostenuti da virtuosismi e gusto melodico. Ecco il video di Electric sunrise https://www.youtube.com/watch?v=Rv_a6rlRjZk

Chiudiamo segnalando un lavoro che si discosta nettamente dai due di cui abbiamo appena parlato (ma a noi piace così!) e che segna il ritorno sulle scene dopo 4 anni di Marco Bugatti, già autore con l’alternative band Grenouille. Il cantautore milanese lungo le sette tracce di Romantico mostra il suo lato più intimo e personale (Vero), senza rinunciare alla poetica ironica e dissacrante che è sempre stato marchio di fabbrica della band madre (Mercoledì). Marco ha mestiere nel passare con disinvoltura da momenti tirati (Che lavoro fa Diana?) ad altri decisamente folk (Alice, La fabbrica), in cui ha raccontato sé stesso e il mondo che lo circonda attraverso una direzione decisamente più acustica rispetto al passato. Qui di seguito il link per ascoltare l'intero disco http://www.rockerilla.com/marco-bugatti-anteprima-streaming/

sabato 8 ottobre 2016

MAMMA NON PIANGERE, N. 3 (2016)


Tutto nasce nel lontano 1974 con la creazione della storica cooperativa musicale l’Orchestra, di cui facevano parte gruppi progressive associati al movimento Rock In Opposition come i più quotati Stormy Six ma anche band rimaste poco conosciute come i Quarto Stato, i Tecun Uman o il Gruppo Folk Internazionale di un certo Moni Ovadia. Proprio tramite la cooperativa emerge in quei lontani anni un ensemble, i Mamma non piangere, che già dal bislacco nome fa intendere quanto particolare possa essere la proposta. Irriverenza e ironia sono elementi che non hanno abbandonato la band (Laura Agostinelli alla voce, Maurizio Del Monaco al sax, Ferdinando Faraò alla batteria, Lorenzo Leddi alla chitarra, al mandolino, al banjo, alle tastiere, alla fisarmonica, al mandocello e alla voce, Roberto Meroni al clarinetto, al sax e alla voce, Luca Perreca al violoncello e alla voce e Walter Prati al basso), con i consueti riferimenti zappiani e testi nonsense che accentuano ancora di più tali aspetti. I primi due album (Musica bestiame e benessere e Sempre avanti a testa alta) risalgono rispettivamente al 1979 e al 1980 ma non ebbero la diffusione adeguata e il gruppo finì ben presto per essere ricordo degli appassionati più incalliti. Il nuovo N.3 esce per la coraggiosa AltrOck di Marcello Marinone e mostra dei musicisti di grande livello divertirsi e divertire, un entusiasmo contagioso e irrefrenabile verso una demenzialità apparente e che potremmo definire “colta”. L’ombra lunga di Zappa è ancora lì e funziona benissimo, non solo musicalmente, confermando l’estro compositivo e probabilmente ampliando una certa consapevolezza rispetto agli anni degli esordi. Libero da schemi precostruiti, pieno di spunti e trovate, fantasioso e festoso, il come back dei Mamma non piangere diventa sostanzialmente imperdibile per gli amanti di un certo modo di intendere il progressive. (Luigi Cattaneo)

Valvole (Video)

domenica 2 ottobre 2016

IL PARADISO DEGLI ORCHI, Il Corponauta (2016)


Il Paradiso degli Orchi (Marco Degiacomi alla batteria e alla voce, Andrea Corti al basso, Michele Sambrici alla chitarra, alla voce e alle tastiere, Stefano Corti alle percussioni, Sven Jorgensen alla voce e Andrea Calzoni al flauto e al sax) è una giovane band bresciana che avevamo già conosciuto nel 2011 con un esordio interessante ma ancora acerbo, utile però per farsi apprezzare dalla comunità prog. Qualche anno fa il gruppo inizia a lavorare ad un progetto estremamente affascinante, ossia un concept ispirato a Il Corponauta, libro di Flavio Emer, scrittore affetto da distrofia muscolare sin dalla nascita, che grazie ad un computer era riuscito a trasformare la sua disabilità in comunicazione, arrivando a collaborare con Il Corriere della Sera. Il Corponauta è la storia di un pensiero che scende da un altro pianeta ed entra in un corpo disabile, scoprendo che nonostante lo spirito voglia andare lontano ha bisogno in realtà di quel corpo per poter produrre qualcosa da trasmettere agli altri. Tutto ciò ha affascinato Fabio Zuffanti, che ha prodotto e ha lavorato a stretto contatto con i musicisti per aiutarli a sintetizzare idee, definire le canzoni (alcune davvero splendide) e scegliere i giusti suoni. La band ha trasferito con impeto il fortissimo messaggio di Emer attraverso un sound debitore di Yes e King Crimson ma anche dei più contemporanei Beardfish e Muse (soprattutto per alcuni crescendo ad alto tasso emotivo). Ottima la partenza classica di Il mondo dei pensieri, lungo brano in sintonia con un certo modo anni 70 di intendere il rock, seguita a ruota da una title track leggermente innervata di hard e molto convincente. Calzoni si rende protagonista in Silenzi, un sognante tragitto che ci conduce alla soave Specchio prima e alla psichedelia di Pioggia dopo, brano questo debitore anche di P.F.M. e Banco del Mutuo Soccorso. Altro brano di grande impatto è Volare via, con Sambrici autore di una bella prova, così come dark e potente è La stanza dei ricordi, altra traccia molto interessante. Anche Addio al corpo mostra il lato più ruvido del gruppo, che però non perde in qualità ed efficacia e torna su lidi prog rock con la successiva Il volo. Deserto è invece un po’ la summa di tutto il concept, 18 lunghi minuti che sintetizzano al meglio tutti gli elementi che contraddistinguono la proposta dell’ensemble, tra momenti strumentali intensi e lirismi sofisticati. Neppure Il gran finale scherza in quanto a minutaggio, altri 10 minuti sontuosi e dai toni epici. Il Corponauta è un ottimo ritorno, che farà la felicità di quanti amano certe sonorità vintage ma sempre senza tempo. (Luigi Cattaneo)


Deserto (Video)


https://www.youtube.com/watch?v=tekM6uoA3-4

CONCERTI DEL MESE, Ottobre 2016

Sabato 1
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Feat. Esserelà a Bologna
·Kingcrow a Roma
·The Watch a Milano
·Lingalad a Milano
·The Winstons a Roma
·Analogy+Panther & c. a Genova
·ELP Tribute Project a Lugagnano (VR)
·Anacondia + Ars Triplex a Bresso (MI)
·Ossi Duri & Elio a Rivoli (TO)
·Keith Tippett & c. a Piacenza
·Démodé a Codroipo (UD)
·Barock Project + Prometheo a Bari
·Gabriel Knights a Roma

Domenica 2
·Progressivamente Free Festival a Roma
·Napoli Centrale a Caserta

Lunedì 3
·Banco a Marino (Roma)

Martedì 4
·Camelias Garden a Roma

Giovedì 6
·Vittorio Cosma a Milano
·Banned from Utopia a Fontaneto (NO)
·Take Three a Torino
·Mr. Punch a Chiavari (GE)

Venerdì 7
·Moloch a Bologna
·Take Three a Lugagnano (VR)
·Méséglise a Bologna
·Liberae Phonocratia a Paderno Dugnano (MI)
·Deus Ex Machina a Bologna

Sabato 8
·Le Orme a S. Stino di Livenza (VE)
·The Knife a Roma
·Take Three a Treviglio (BG)
·“Bambi Fossati Guitar Fest” a Genova
·Le Maschere di Clara a Verona

Domenica 9
·Arturo Stalteri a Roma
·So Does Your Mother a Roma

Lunedì 10
·Katatonia+Agent Fresco a Milano

Martedì 11
·Vibravoid a Torino

Mercoledì 12
·Vibravoid a Como

Giovedì 13
·Vibravoid a Savignano sul Rubicone (FC)
·Perspectives of a Circle a Roma

Venerdì 14
·Alex Carpani a Vignola (MO)
·Vibravoid a Roma
·Caravan+Pendragon a Montecarlo (Monaco)

Sabato 15
·Ingranaggi Della Valle a Milano
·Sezione Frenante a Spinea (VE)
·Vibravoid a Ruvo di Puglia (BA)
·Procol Harum a Montecarlo (Principato)
·Arturo Stàlteri a Napoli



Domenica 16
·Get'em Out a Milano
·Acid Mothers Temple a Milano
·Ulysses a Lugagnano (VR)
·FixForb a Roma
·Il Babau & Maledetti Cretini a Inzago(MI)
·Roberto Cacciapaglia a Vicenza



Lunedì 17
·Ray Wilson a Milano
·FixForb ad Atina (FR)



Giovedì 20
·Marble House a Curtarolo (PD)
·U-Gene a Lecco
·Napoli Centrale a Sanremo (IM)
·CosaRara ad Asti



Venerdì 21
·Phoenix Again+Astrolabio a Lugagnano(VR)
·Ossi Duri a Pinerolo (TO)
·Perspectives Of A Circle a Roma
·Dropshard a Osnago (LC)
·Anatrofobia a Zero Branco (TV)
·Clepsydra a Castelfidardo (AN)



Sabato 22
·Sintonia Distorta a Galgagnano (LO)
·Get'em Out a Trofarello (TO)
·CAP+Höstsonaten a Genova
·Fufluns a Calcio (BG)
·M.Giuntoli “Piano Poetry” a Baranzate (MI)
·Napoli Centrale a Melfi (PZ)
·Malus Antler a Giavera del Montello (TV)
·Le Orme a Carpanzano (CS)



Domenica 23
·Explosions In The Sky a Padova
·John Greaves a Lainate (MI)



Mercoledì 26
·Malibran a Belpasso (CT)



Giovedì 27
·Event016 a Genova
·Napoli Centrale a Roma
·Il Paradiso Degli Orchi a Brescia



Venerdì 28
·Alex Carpani+Egoband a Mantova
·The Watch a Roma
·Clepsydra a Roma



Sabato 29
·Il Bacio della Medusa a Milano
·Syndone ad Aosta
·KCrimsoniCK a Lugagnano (VR)
·Sintonia Distorta a Lodi
·Spettri a Scandicci (FI)
·Arturo Stàlteri a Montone (PG)
·La Batteria a Pescara
·Clepsydra ad Avellino
·Il Babau & Maledetti Cretini a Cantù(CO)



Domenica 30
·Vanden Plas a Trezzo sull'Adda (MI)
·Sonata Islands Quartet a Lainate (MI)
·São Paulo Underground a Cormons (GO)
·Goblin Rebirth a Roma



Lunedì 31
·Claudio Simonetti’s Goblin a Roma
·Supper's Ready a Fiumicino (Roma)



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lunedì 26 settembre 2016

ØEN, La porta stretta (2014)


Øen è l’acronimo di Zero Estensioni Neuronali, una band a cavallo tra pop rock, canzone d’autore e lieve psichedelia, che con questo debut propone dieci tracce essenziali ma non per questo scevre di finezze e arrangiamenti curati. Il voler narrare di imperfezioni e paure è uno degli obiettivi alla base del progetto capitanato da oltre dieci anni da Piero Ducros D’Andria, che espone i propri pensieri attraverso un crossover tra generi appetibile e ben calato nel contesto attuale. Il pop inteso come uno spazio in cui muoversi in piena libertà, attraverso pezzi ora più tirati, ora più radiofonici, sempre tenendo discretamente alta la qualità del prodotto. La musica viaggia di pari passo con testi ispirati e intensi (Psiconauta) che potrebbero davvero beneficiare di qualche passaggio in radio, soprattutto per alcuni brani piuttosto interessanti da questo punto di vista (L’amore possibile, Giusto o sbagliato). Gli Øen sanno come confezionare una canzone pop elegante, merito di un songwriting maturo e che guarda al passato filtrandolo con un’attitudine elettronica contemporanea che rende il tutto più alterato e forse anche maggiormente comunicativo. Pur mantenendo una discreta leggerezza di fondo il progetto evita di banalizzarsi, riuscendo a richiamare alla mente qualcosa dei Police più immediati, sempre tenendo ben presente di instillare messaggi testuali non di chiara lettura e che devono essere analizzati (cosa sempre positiva). Un pop a tratti sognante (Lei si innamora sempre) a volte più vicino al rock (Oceani) ma sempre in linea con l’etica Øen, anche quando si veleggia nella canzone di facile consumo (Nell’eventualità). D’Andria è il cesellatore di questo viaggio sfaccettato dove ritrovare i già citati Police ma anche qualche cantautore di casa nostra come Max Gazzè o Daniele Silvestri, il tutto condito da tematiche che ci fanno piombare nell’attualità della nostra vita, sguardo concreto su situazioni reali e di tutti i giorni. Progetto interessante da cui è lecito attendersi sviluppi sonori nel futuro prossimo. (Luigi Cattaneo)

La porta stretta (Video)

sabato 24 settembre 2016

AD MAIORA, Repetita Iuvant (2016)


Dopo l’interessante debut del 2014 tornano i milanesi Ad Maiora, con un disco che rimanda ancora una volta alla grande stagione del progressive rock, confermando e probabilmente migliorando il risultato ottenuto due anni fa. Ottime melodie al servizio di strutture complesse ma mai ermetiche denotano una crescita anche compositiva e di affiatamento globale che si avvertiva meno nella loro prima opera. Repetita Iuvant risulta fresco e dinamico, con momenti strumentali notevoli e capacità di scrittura affinate da due anni di lavoro che hanno portato i milanesi (Enzo Giardina alla batteria, Flavio Carnovali alla chitarra, Moreno Piva al basso, Paolo Callioni alla voce e Sergio Caleca alle tastiere) a pubblicare un disco assolutamente gradevole e di buon impatto. Si inizia subito molto bene con Molokheya, complice la prova di Carnovali e la voce di Callioni, interprete sicuro e preciso. Vibrante la seguente Life, con un bel gioco ritmico della coppia Piva-Giardina e le escursioni dell’estroso Caleca ai synth, pregevoli intarsi su cui si erge di nuovo Callioni. I Pink Floyd e il rock progressivo come matrice di un sound che si conferma settantiano anche in Fermati, primo brano cantato in italiano e meno tirato dei precedenti. Torba è un ottimo strumentale, con una spruzzata di Gentle Giant e passaggi Yes style, un sinfonismo che vede Caleca protagonista prima di Invisibile, altra song cantata in italiano ma pregna di belle parti strumentali in cui è ancora Caleca l’asso nella manica. La title track si muove sulla stessa falsariga di Torba ma accentua la vena oscura, un alone cupo che aleggia su buona parte della traccia e che mostra un lato interessante dei milanesi. Più psichedelica Etereo, ancora di buon livello e con la band attenta al minuscolo e significativo dettaglio, mentre il finale è affidato al blues progressivo di Never Mind, che mi ha ricordato qualcosa di Bare wires del grande John Mayall. C’è anche una bonus track, Whaling stories dei Procol Harum che non aggiunge nulla al discorso ma chiude in maniera gradevole un grande ritorno che ha confermato gli Ad Maiora come una delle piccole garanzie del fitto panorama prog italiano. (Luigi Cattaneo)

Repetita Iuvant (Album Promo)

domenica 18 settembre 2016

HYRIS CORP. LTD. Hyris Corp. Ltd. (2016)


Album di debutto per gli Hyris Corp. Ltd, 14 strumentali in bilico tra post rock, psichedelia e prog che vanno a formare una sorta di moderna e variopinta sinfonia, capace di essere modellabile come eventuale soundtrack. Idee ci sono, pathos anche, pur se non sempre tutto gira perfettamente e alcuni momenti paiono più abbozzi e appunti incompleti che pezzi realmente strutturati, con il polistrumentista Bljack Randalls (pseudonimo di Dario Stoppa) impegnato quasi in solitaria nella registrazione e coadiuvato dal solo Matteo Anelli alla batteria. Si percepisce comunque una discreta tensione emotiva nel lavoro del veneto, una sorta di lieve malinconia che aleggia sui pezzi, che pur avendo una matrice progressive vengono lavorati dal mastermind per sottrazione, aspetto che ha reso le tracce maggiormente accostabili alla forma canzone ma nel contempo ne ha forse limitato il potenziale. Randalls ha riferimenti musicali che ha cercato di interiorizzare e rendere propri, un melting pot che ha generato visioni filmiche che non precludono all’autore qualche incursione nel metal e nel prog tout court. In alcuni frangenti manca un po’ di fluidità e il racconto perde qualcosa, andando a sfaldare leggermente il climax creatosi, pur senza inficiare del tutto una prova che ritengo comunque piacevole e che deve essere un punto di partenza da cui muoversi per creare qualcosa di più solido e completo. (Luigi Cattaneo)

She watches the rain (Video)