sabato 20 agosto 2016

MED IN ITALI, Si scrive Med in Itali (2016)


Secondo lavoro discografico per i Med in Itali, formazione di Torino che nel 2012 aveva stupito con l’esordio Coltivare piante grasse. Si scrive Med in Itali nasce dopo ben due anni di gestione, periodo che ha portato la band a costruire con il consueto sound acustico un come back variegato e arricchito da una sezione fiati (Nicolò Bottasso alla tromba, al filicorno e anche al violino, Riccardo Sala al sax, Elia Zortea al trombone e Ariel Verosto al flauto e pure alle tastiere) mirabilmente arrangiata dalla brava Carolina Bubbico e da Bottasso stesso. Completano la line up l’estroso Niccolò Maffei (chitarra e voce) e il trio ritmico formato da Matteo Bessone (batteria), Dario Scopesi (basso e contrabbasso) ed Elena Pyera Frezet (percussioni). Si scrive Med in Itali, al di là di qualche calo strutturale, conferma la bontà del progetto e le indubbie doti compositive dell’ensemble, una ricerca che unisce musicalità e tempi dispari, miscelando discretamente jazz, ritmi latini e canzone d’autore. Anche le tematiche sobbalzano da toni scherzosi (la trascinante Cumal’è, perfetta per aprire il disco) a quelli più cinici se non disillusi nei confronti del sistema Italia (Med in Itali), con Maffei vero mattatore da questo punto di vista (con alcune perle come Eroi o Sola, due ballate molto coinvolgenti). Buoni anche gli spunti ironici di Difetto Congenito, la malinconia di Maledetta primavera e la nostalgica La nonna. L’album è scorrevole e piuttosto piacevole, probabilmente più immediato del primo ma comunque curioso e molto curato, una sintesi di influenze che può colpire tranquillamente sia chi ama band duttili e trasversali come Il Magnetofono, gli Avion Travel e i Marta sui Tubi. L’idea di base rimane sempre quella di contaminare e di instillare nella propria musica stili differenti, un percorso iniziato nel 2007 e che prosegue con innato spirito anche nel presente. (Luigi Cattaneo)

Cumal'è (Video)

martedì 16 agosto 2016

CLAUDIO ROCCHI, Viaggio (1970)


A distanza di più di quarant'anni Claudio Rocchi rimane uno dei personaggi più interessanti e curiosi degli anni ’70. Inizia giovanissimo ad appassionarsi di musica e la fervida scena milanese lo aiuta nello sviluppare passioni ed ideali che lo vedranno nel corso degli anni sempre più impegnato e cosciente dei propri mezzi. Ma forse non tutti sanno che la carriera di Rocchi passa attraverso la breve avventura avuta con uno dei gruppi più rappresentativi del periodo, ossia gli Stormy Six con cui ha inciso nel 1969 Le idee di oggi per la musica di domani suonando il basso e scrivendo diversi brani. Ma una band rischiava di soffocare la creatività e la voglia di comunicare del giovanissimo Rocchi, che decide ben presto di abbandonare il gruppo che sta per diventare punto di riferimento della canzone politica e sociale. Da qui nasce il primo disco del cantautore milanese, quel Viaggio dove Rocchi si affida completamente alla sua voce e alla sua chitarra facendosi aiutare da un prestigioso collaboratore, Mauro Pagani al violino e al flauto. È bene dire che non si tratta di progressive anche se ci sono dei momenti, soprattutto dettati dal flauto, che riportano a certe sonorità. È il disco di un autore menestrello che sceglie una via alternativa a quello che proponevano allora i cantautori e lo fa senza darsi barriere di sorta, cercando un linguaggio poco riscontrabile in Italia, che lo avvicina per certi versi alla psichedelia. Che sia una sua personalissima ascesi contemplativa alla vita, alle divinità, all’uomo? O più semplicemente Rocchi cattura l’essenza delle situazioni quotidiane e le frustrazioni che ne possono derivare? Se ci si sofferma con attenzione e si indaga tra le pieghe del rapporto testo-musica di questo esordio ci si accorge come sia un album carico di allucinazioni e di sogni. Quelle di un cantautore diciannovenne che si interroga e prova in maniera personalissima a trovare risposte adeguate a pensieri e turbamenti.

L’apertura affidata a Ouvres è il momento più sperimentale, un introduzione fatta di suoni e rumori che per essere il 1970 fa un certo effetto … Ma il disco va in tutt’altra direzione già dalla successiva La tua prima luna, dominata da un arpeggio di chitarra molto delicato e dal canto di Rocchi che viene spezzato da quello lieve di Roberta Rossi. Brano davvero ideale per comprendere come si muoveva il cantautore ad inizio carriera. In Non è vero si nota soprattutto la presenza di Pagani al violino, che addolcisce ulteriormente un brano che ho sempre trovato un po’ insipido e figlio della giovane età di Rocchi. Meglio con Ogni uomo, decisamente più interessante nel suo incedere percussivo dettato dai bonghi di Rocchi stesso, che viene accompagnato dal flauto di Pagani bravo nel donare intensità al brano e a rivestirlo di una sana dose di emozionalità. Gesù Cristo è un mantra psichedelico semplice ma efficace, affascinante anche nella sua ripetitività, drammatico e capace di ammaliare ancora a distanza di 46 anni per via di quel disagio esistenziale che ritroviamo un po’ in tutto il lavoro. C’è qualcosa di Ian Anderson dei Jethro Tull nel flauto suonato da Pagani in I cavalli, un’altra ballata acustica molto breve a cui fa seguito Acqua, composizione adornata con risvolti teatrali e cupi, soprattutto nella parte recitata da Rocchi che si lancia in un implorazione dolorosa e penetrante. 8.01.1951 ha una struttura più semplice ma riesce a convincerci che la dote migliore di Rocchi è quella di creare quadri di vita che ci conducono in un mondo figlio di visioni e desideri che forse tutti noi almeno una volta abbiamo immaginato. La title track finale è quasi interamente strumentale e vede nuovamente la chitarra acustica intrecciarsi con il suono fatato del flauto, un abbraccio consueto ma vibrante, che mette in luce ulteriormente come il tocco di Pagani sia stato essenziale per tutto il disco, per donare profondità laddove senza la sua presenza sarebbe potuta mancare.       

Rocchi intraprende un Viaggio in cui si avvicina e si allontana dalla forma canzone, guarda ad alcuni cantautori italiani come Bindi ed Endrigo e alla scuola francese che tanto piaceva a fine ’60 ma riesce a districarsi tra un mare di influenze con un approccio differente e fuori dal comune. Davvero un esperienza interiore libera e suggestiva. Minimalista è una delle parole che meglio spiegano il significato della musica proposta, che rimane acustica per tutto il disco, con la chitarra di Rocchi accompagnata quasi esclusivamente dalla verve dell’ottimo Pagani, diviso tra il flauto e il violino. La mancanza di forti elementi percussivi si avverte e con il passare delle tracce alimenta nell’ascoltatore qualche perplessità figlia di una certa staticità e ingenuità che affiora qua e là tra i solchi del disco. Nel complesso si assesta su valori discreti e soprattutto risulta fondamentale nell’analisi da noi proposta, perché proprio partendo da questo primo passo si svilupperà quel sound intriso di folk, psichedelia e rock progressivo che andrà a formare l’ossatura di uno dei maggiori dischi cantautorali degli anni ’70, Volo Magico n. 1. (Luigi Cattaneo)

La tua prima luna (Video)

martedì 9 agosto 2016

MISTEYES, Creeping time (2016)


I Misteyes iniziano il loro percorso nel 2012, quando il singolo Brains in a vat metteva in luce il loro amore per le tipiche sonorità del death e black metal. Dopo pochi anni però il progetto inizia a mutare con l’inserimento di una voce femminile e delle tastiere, mezzi efficaci per definire il sound del demo Lady loneliness, che presentava l’aspetto dualistico e il contrasto tra le rabbiose parti death e gli ampi sprazzi melodici dal sapore gotico. Creeping time si muove proprio partendo da questi presupposti, con la formazione allargata a ben 7 elementi (Edoardo Iacono alla voce, Denise Manzi alla voce, Daniele Poveromo alla chitarra, Riccardo Tremaioni alla chitarra, Gabriele Gilodi al pianoforte e ai synth, Andrea Gammeri al basso e Federico Tremaioni alla batteria) e che ha incorporato anche elementi progressive lungo la strada. Nei Misteyes possiamo così trovare la complessità del black sinfonico, la potenza del death metal e l’alone dark della scena gothic, con un ruolo essenziale svolto da Gilodi, molto bravo nel creare tappeti orchestrali di ampio respiro melodico. Interessante è anche la contrapposizione tra il growl di Iacono e il cantato pulito di Denise, caratteristica fondamentale del sound Misteyes ed elemento su cui i ragazzi paiono molto puntare. Brutalità e raffinatezza vanno di pari passo e si sviluppano attraverso brani mediamente lunghi che mettono in mostra buone doti tecniche e un certo gusto per atmosfere sinistre e oscure. I torinesi sfruttano a dovere arrangiamenti sofisticati e intricati giochi ritmici, elementi che si palesano in ottimi pezzi come la title track e Destroy your past. Lungo il full lenght si percepisce come il gruppo sappia intersecare stati d’animo differenti, sfaccettature che hanno portato alla realizzazione di un debut intelligente e ben strutturato e che vede coinvolti anche una serie di ospiti come Bjorn Strid dei Soilwork (voce in Decapitated Rose), Nicole Ansperger degli Eluveitie (violino nella conclusiva Winter’s judgment), Roberto Pasolini degli Embryo (voce in The demon of fear) e Mattia Casabona degli Aspasia (che presta la sua voce in diversi momenti tra cui la coinvolgente Chaos). Per maggiori informazioni e per acquistare l’album potete visitare la pagina facebook dell’ensemble e il sito della Maple Metal Records (www.maplemetalrecords.com) che distribuisce l’album. (Luigi Cattaneo)

Creeping time (Album trailer)

lunedì 1 agosto 2016

GLARESHIFT, Second Mirror (2015)


Il progetto Glareshift nasce a Roma nel 2011 dalla voglia di sperimentare di Alessandra Bersiani (batteria, percussioni, tastiere, voce e flauto) e Daniele Nuzzo (chitarra, synth e voce) e si completa con Gianluca Chris Quoley al basso. Un trio che non deve far pensare a formazioni come Le Orme o gli Emerson Lake & Palmer però, quanto più a ensemble come The Cure, Bauhaus e Dead Can Dance che si sposano miracolosamente con il progressive rock dei Van Der Graaf Generator e con quello del nuovo millennio targato Steven Wilson e Oceansize. Dopo AgNO3 ora è la volta di Second mirror, un album dove le varie anime del progetto si fondono per creare qualcosa di estremamente interessante e avvincente, un dark prog oscuro e lirico che convince soprattutto nei brani più lunghi, quelli dove la band può includere tutte le anime del loro sound, così ricco e sfaccettato. Da segnalare la presenza di Jerry Cutillo degli Oak al flauto, che con la sua presenza arricchisce le lunghe e intricate Reflection ed Exit, due dei brani migliori del disco, così piene di idee settantiane ma trasportate nell’attualità, inizio e fine di un lavoro a tratti davvero sorprendente e che non dovrebbe passare inosservato (cosa ampiamente sperata dal sottoscritto). In mezzo regna la visionaria Insight, con ampi spiragli strumentali ipnotici e suggestivi, un alone di psichedelia che aumenta ancor di più la dote del gruppo di creare situazioni raffinate ed espressive. Completano il quadro EnTrance e Realeyes, più brevi e vicine alla forma canzone, soprattutto la prima molto prossima al goth metal, ma comunque molto riuscite, con la seconda davvero visionaria e dark oriented. Second mirror è un disco di grande valore che non fa altro che confermare come la scena underground italica (a prescindere dal genere) sia più viva che mai, il problema spesso è supportarla adeguatamente … (Luigi Cattaneo)

Reflection (Video)

CONCERTI DEL MESE, Agosto 2016

Lunedì 1
·The Watch a Numana (AN)
·Estro ad Anzio (Roma)

Martedì 2
·Aldo Tagliapietra a S. Vito Normanni (BR)

Mercoledì 3
·PFM a Lignano Sabbiadoro (UD)
·Vittorio De Scalzi ad Agerola (NA)

Giovedì 4
·UT New Trolls a Bordighera (IM)
·Animals As Leaders a Fontaneto d'Ag.(NO)
·FixForb a Maracalagonis (CA)
·The Prog Machine a Marghera (VE)
·Delirium+Alter Echo a Sori (GE)
·Quarto Vuoto a Jesolo (VE)

Venerdì 5
·Animals As Leaders a Pordenone
·FixForb a Villaputzu (CA)
·Fred Frith a Chamois (AO)

Sabato 6
·Trieste Summer Rock Festival
·PFM a Ovindoli (AQ)
·Napoli Centrale a Sanza (SA)
·Lateral Blast a Moricone (Roma)
·Seldon a Firenze
·FixForb a Villasimius (CA)
·Le Orme a S. Giovanni in Marignano (RN)
·Eldritch a Empoli (FI)
·MITO New Trolls a Rotondella (MT)
·Démodé a Codroipo (UD)

Domenica 7
·Trieste Summer Rock Festival
·Ian Anderson a Cortona (AR)
·Eivind Aarset Quartet a Chamois (AO)
·PFM a Contursi Terme (SA)

Lunedì 8
·Metadrive+Le Orme a Mantova

Martedì 9
·Ian Anderson a Civitanova Marche (MC)
·Vittorio de Scalzi a Francavilla (CH)
·Aldo Tagliapietra a Francavilla (CH)

Mercoledì 10
·Napoli Centrale a S. Leucio Sannio (BN)

Giovedì 11
·Silver Key+Moongarden a Mantova
·Napoli Centrale a Torchiara (SA)
·Le Orme ad Albi (CZ)

Venerdì 12
·Malibran a Ragalna (CT)

Sabato 13
·PFM a Rispescia (GR)
·SVM a Neoneli (OR)
·Le Orme a Sutri (VT)

Domenica 14
·Napoli Centrale a Rivisondoli (AQ)

venerdì 29 luglio 2016

FORKLIFT ELEVATOR, Killer self (2016)


Fresco di pubblicazione, Killer Self segna il come back dei Forklift Elevator, band padovana che aveva debuttato solo 1 anno fa con l’interessante Borderline. Questo nuovo disco somiglia in realtà ad un ep più che ad un full lenght vista la sua breve durata (poco meno di 30 minuti) ma tanto basta per risultare solido e piuttosto ispirato. Se la base di partenza fu un New Metal a stelle e strisce, oggi i Forklift Elevator puntano su passaggi più pesanti e ispirati al trash metal anni ’90 dei Pantera o a quello contemporaneo e alternative degli Hellyeah. Devo dire che tutto funziona in Killer Self, lavoro che si contraddistingue per l’ottimo lavoro della sezione ritmica (martellante la coppia formata da Marco Daga al basso e Andrea Segato alla batteria), per i fraseggi tra le due chitarre (Uros Obradovic e Mirco Maniero) e per la convincente prova vocale di Stefano Segato. Dopo una breve intro si parte in quarta con Bagger 288, una vera mazzata con tutti i cromosomi del genere. Anche The 8th sin non scherza affatto in quanto a dinamismo e potenza, così come interessante è la contrapposizione tra parti melodiche ed estreme della seguente Deception. Si continua a muovere nel thrash classico Black hole, mentre non dispiace l’andatura doomy di I executor, un aspetto che potrebbe anche essere maggiormente valutato in futuro. Chiusura affidata ad Hidden side, che conferma la bontà del progetto che può sicuramente entusiasmare i fan di Pantera, Extrema e Annihilator. (Luigi Cattaneo)

Bagger 288 (Live @ Wings of Bea Metalfest)

giovedì 28 luglio 2016

LE FOLLI ARIE, Le Folli Arie (2014)


Chi segue progressivamente da qualche anno sa che la varietà è una delle prerogative del sito. Non solo prog quindi ma anche tutto ciò che ci gira intorno o lo lambisce appena un po’. E a volte neanche quello, guidati come siamo dalla semplice e ancora pura curiosità di raccontare. Nel caso dei Le Folli Arie ci troviamo dinnanzi ad una band molto cantautorale (Simone Corazzari è quasi unico autore di musica e testi), con qualche struttura che rimanda all’indie italiano e una cura per gli arrangiamenti avvertibile per tutto l’album. Di progressive poco, qualche accenno qua e là (On da bridge con il solo alla chitarra di Luca Pasqua che si interseca con le percussioni di Edwin Della Torre e Alien’s trip dove c’è invece il sax di Maurizio Signorino, la batteria di Silvio Centamore e il didgeridoo di Lorenzo Pierobon) ma la cosa più rilevante di questo progetto (oltre a Corazzari alla voce e alla chitarra troviamo Massimiliano Masciari al basso, Marco Antonio Cerioli alle tastiere e Francesco Meles alla batteria) è la forza della scrittura, con brani che si muovono dentro la forma canzone battistiana e risultano sempre appetibili ed estremamente gradevoli. Esempio ne sono brani come Il giardino della mia follia o Quello che ho, episodi di rock cantautorale dove il prog della Premiata Forneria Marconi è solo una delle tante fonti d’ispirazione. Una band che fa dell’easy listening un vanto, senza cadere nel banale di certe situazioni pop, quanto più cercando di amalgamare le svariate influenze all’interno di un crossover elegante e soprattutto intelligente. (Luigi Cattaneo)

Il giardino della mia follia (Video)



lunedì 25 luglio 2016

STEFANO PANUNZI, A Rose (2009)


Dopo Timelines del 2005 (di cui abbiamo parlato qualche settimana fa), ci siamo avvicinati ad A Rose (pubblicato nel 2009) con estrema curiosità e con la voglia di scoprire cosa avevano comportato quei 4 anni di distanza tra le pubblicazioni nella musica del tastierista e compositore Stefano Panunzi. Timelines era un piccolo gioiellino e fortunatamente A Rose si muove sulla stessa falsariga qualitativa, con ospiti illustri e idee a non finire. La conferma è immediata. State of mind è l’inizio ideale, con la bella voce di SiRenèe in primo piano e la chitarra di Markus Reuter a tratteggiare passaggi atmosferici. Molto sentita Fades, resa magnificamente da Tim Bowness dei No Man (ma non solo), sempre elegante ed espressivo nella sua interpretazione vocale e dagli abbellimenti flautistici di Theo Travis (Gong, Soft Machine Legacy, The Tangent). Spicca l’interplay funambolico tra il basso del compianto Mick Karn (Japan) e la tromba jazz di Mike Applebaum nell’ottima strumentale On line, Now!, mentre Child of your time è una ballata costruita attorno alla voce calda di Sandra O’Neill. A metà album affiora il cantautorato raffinato in cui è imprescindibile il ruolo di Andrea Chimenti (ex Moda e titolare di una pregevole carriera solista) al canto e che vede la presenza ancora di Karn e la comparsa di Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion tra gli altri) alla chitarra. Ricompare il bravissimo Applebaum ed è di nuovo protagonista di un vibrante e notturno strumentale, Unreality, prefazione a Where is my soul, struggente episodio con Robby Aceto alla voce e Reuter alla War guitar. The bridge ha le stesse inclinazioni emozionali ma viene cantata da Giancarlo Erra dei NoSound, prima di Tonight, resa drammatica da Cristine Hanson al violoncello e Thomas Leer alla voce e della conclusiva traccia strumentale, Lights and shades, in cui il violoncello passa nelle mani di Laura Pierazzuoli. Da qui si erano purtroppo perse le tracce di Panunzi, che un po’ a sorpresa è tornato in pista nel 2015 con il progetto Fjieri (il precedente Endless era del 2009) e il disco Words are all we have. (Luigi Cattaneo)

Fades (Video)

sabato 23 luglio 2016

METADRIVE, Over Reality (2016)


Voglia di esplorare, di creare suoni che hanno radici nel passato ma spirito futurista, volontà di risultare appetibili ma audaci. Queste le intenzioni di Over Reality, esordio dei Metadrive uscito per la Ma.Ra.Cash Records e che vede impegnati Luca Adami (voce e tastiere), Silvio Rondelli (tastiere) e Davide Rondelli (batteria). Vista la strumentazione utilizzata è bene dire che ci troviamo dinnanzi un disco piuttosto elettronico, una sorta di synth pop malinconico e notturno, dai suoni siderali e formato da ceselli strumentali che fungono da collante tra una progressione sintetica e l’altra e ben mettono in luce pulsioni melodiche funzionali al genere proposto. Chiaramente le due tastiere sono alla base del sound Metadrive, figlio di quella darkwave nata negli anni ’80 e di band come U2, Depeche Mode e The Cure che proprio in quel decennio mossero i primi passi discografici (anche se Three imaginary boys del gruppo di Robert Smith è datato 1979). L’album si mantiene su buoni livelli, risulta vivace e curioso per tutta la sua durata e il metal prog dei Moto Armonico (band da cui arriva Adami) è un lontano ricordo e l’aver preso una strada così diversa parrebbe un rischio calcolato vista la bontà del progetto. I due tastieristi si completano e architettano idee, forniscono spunti, riproducono suoni sofisticati e attuali, creano strutture di natura pop ben amalgamate con le tipiche tensioni emotive del post ottantiano. Pulsioni cariche di pathos ed emozionalità, elementi che abbracciano le stimolanti visioni di Cold resurrection e Digital captivity, le seducenti Metadrive e Mankind theme e gli splendidi intarsi di Lullaby of memories. Il primo passo è convincente e soprattutto può interessare una fascia di ascoltatori abbastanza ampia, aspetto non trascurabile per una band all’esordio. (Luigi Cattaneo)

Liar (Video)

mercoledì 20 luglio 2016

MACROSCREAM, Macroscream (2016)



Risultati immagini per macroscream


Secondo lavoro per i Macroscream (Tonino Politano alla chitarra, Giampaolo Saracino al violino, Davide Cirone alle tastiere, Alessandro Patierno al basso, alla chitarra, al piano e al mandolino, Marco Pallotti alla batteria e Luca Marconi alla voce) e primo sotto l’egida dell’AltrOck, per un disco omonimo molto interessante, curato nei piccoli dettagli e impreziosito da alcuni guest come Pierluigi Pensabene ed Edoardo Capparucci ai sax, Fabio Angelo Colajanni al flauto e Francesco Marsigliese alla tromba. I Macroscream sono un gruppo curioso e trasversale, che non ha paura di sporcare le lunghe composizioni di questo come back con elementi che non sono abituali nel rock progressivo ma che esaltano le radici di questa musica crossover per eccellenza. In quest’ottica va letta l’inclusione di strumenti atipici per l’occidente come la tabla, suonata da Sanjay Kansa Banik e le atmosfere che ricordano il groove settantiano di Sly and the Family Stone e quello più contemporaneo di Ben Harper con i suoi Innocent Criminals. Ovviamente non mancano riferimenti ai nomi tutelari del progressive rock, dal Banco del Mutuo Soccorso alla Premiata Forneria Marconi, passando per Caravan e Hatfield and the North, il tutto imbevuto di illuminanti passaggi in odore di jazz rock. Dal primo Sisyphus il balzo in avanti è avvertibile in maniera significativa, segno che il gruppo ha lavorato bene e ha eliminato alcuni difetti come l’assenza di un cantante di ruolo, che qui invece dona maggiore sostanza a brani molto validi. E visti i risultati direi che la strada è quella giusta, perché i romani riescono a costruire episodi strutturati senza diventare eccessivamente prolissi e riuscendo soprattutto a mantenere una certa fluidità di fondo. Le capacità tecniche del sestetto si esaltano perché si sono affinate anche le doti di scrittura, ben espresse in tracce che balzano con enfasi tra incursioni nel prog inglese, space psichedelico, jazz rock e attitudine funky, elemento questo che aumenta il senso di comunicatività e pathos. Macroscream è una piccola sorpresa nell’affollato panorama italiano, un album che può divenire un nuovo punto di partenza per gli ottimi capitolini. (Luigi Cattaneo)

Risultati immagini per macroscream







 

 

 


mercoledì 13 luglio 2016

PANZERPAPPA, Pestrottedans (2016)


Ritorno firmato Altrock per i norvegesi Panzerpappa, quintetto che unisce istanze avant con lo spirito prog che animava gli anni ’70 e che riesce nell’intento di rendere comunicativo il R.I.O., genere ostico per definizione. Già il precedente Astromalist aveva suscitato l’interesse degli appassionati, soprattutto quelli legati al progressive strumentale ricco di intrecci, soluzioni articolate e belle melodie e il nuovo Pestrottedans ricalca la scia luminosa lasciata qualche anno fa. I Panzerpappa, a differenza della maggior parte dei gruppi R.I.O., hanno un approccio e una tendenza ad essere più lievi e pur mettendo sul piatto brani lunghi e ampiamente strutturati, riescono a creare atmosfere calde e avvolgenti. C’è il prog trasversale dei King Crimson, il Canterbury sound degli Hatfield and the North, la particolarità tipica di ensemble come Univers Zero e Samla Mammas Manna, il tutto tenuto insieme dalla personalità di Steinar Borve (sax e tastiere), Trond Gjellum (batteria e synth), Anders Krabberod (basso), Jarle Storlokken (chitarra) e Hans-Petter Alfredsen (tastiere). Buona l’iniziale vena prog di Spadom, un piccolo omaggio alla scuola inglese in cui si percepisce già come il gruppo sia in ottima forma. Impressione confermata nella particolare vena della lunga title track, nella seguente Barkus I Vinterland (con tanto di fisarmonica suonata da Elaine DeFalco) e nella convulsa elettricità di Fundal, brano pieno di cambi di tempo che mettono in luce le capacità tecniche dei musicisti. Tredje Malist ha al suo interno molteplici fattori, una verve compositiva che unisce l’elettronica con l’anima simil fusion dei norvegesi, mentre Landsbyladder 3 risulta complessa e stratificata, forse il momento maggiormente arduo ma molto affascinante. Chiude Goda’ Gomorrah, apprezzabile nel suo tocco dark prog e ricco di sfaccettature inquiete. Pestrottedans è un bel come back per i Panzerpappa, una band poco conosciuta in Italia ma che ha tutte le carte in regola per incuriosire gli amanti del progressive meno convenzionale. (Luigi Cattaneo)

Album Teaser

sabato 9 luglio 2016

PERSPECTIVES OF A CIRCLE, Masks Faces Whispers (2015)


Esordio positivo per i Perspectives of a Circle (Lorenzo Corsi alla voce, al flauto e alla chitarra, Tommaso Calemme alle tastiere e alla voce, Lorenzo Politi alla voce e alla chitarra, Francesco Marchetti alla voce e alla batteria e Vittorio Pagano al basso), band dalle raffinate doti di scrittura e che punta molto sull’aspetto emozionale, una caratteristica non sempre presente nei gruppi prog. L’ensemble ha una range tecnico rilevante e che predispone per costruire dinamiche articolate e suggestive, evidenziando tutto il potenziale di Masks Faces Whispers. L’album alterna brani molto strutturati (le due parti di Waves rolling down the hills) ad altri più immediati (La scala che scende), mostrando fluidità nell’imporre anche i canonici tempi dispari del genere applicati a parti ora vicine all’heavy, ora accostabili agli anni ’70 di Jethro Tull e Premiata Forneria Marconi. Pur nel suo essere complesso, il lavoro è piuttosto scorrevole e immediato (indicativi pezzi come la conclusiva e ottima Fallen Bridge/100000 o la potente Whispers, che unisce hard prog e jazz), presenta elementi riconducibili a quarant’anni fa ma calati nel contesto attuale, un po’ come hanno fatto in tempi recenti Steven Wilson e gli Haken. Un filo conduttore che parte da lontano ma che non annacqua la musica dei Perspectives of a Circle, che riescono a portare la loro arte nella contemporaneità risultando in qualche frangente quasi sorprendenti nell’essere così freschi e moderni. Masks Faces Whispers è un gran bel punto di partenza per il gruppo, che da qui in avanti può e deve ulteriormente migliorarsi e affinare le proprie qualità. Che sono tante e di valore. (Luigi Cattaneo)

Ego (Video)

giovedì 7 luglio 2016

VASIL HADZIMANOV BAND featuring DAVID BINNEY, Alive (2016)


La capacità di coniugare tradizione e spirito innovativo da sempre anima l’intento artistico della Moonjune Records e del suo scintillante rooster di cui spesso parliamo da queste pagine. Un mondo sovente lontano che partendo da New York ci porta in luoghi poco battuti, almeno musicalmente parlando, come l’Indonesia o, come nel caso di questo Vasil Hadzimanov, in Serbia. Vasil è un tastierista dal talento immenso, che ama spaziare dal jazz al progressive, passando per il jazz rock e la fusion e in passato ha collaborato con musicisti straordinari come Antonio Sanchez (Pat Metheny) e Matt Garrison (Joe Zawinul, John Mclaughlin). Alive è la testimonianza della creatività di Vasil e della sua band, un ensemble che mostra un sano entusiasmo e parecchia voglia di provare a stupire, attraverso una musicalità sì complessa ma comunque fresca e dal buon groove. Le composizioni si sviluppano attraverso dinamiche d’insieme e soli sferzanti, opera non solo del leader ma anche dell’ospite d’eccezione David Binney (sax), bravissimo nel calarsi all’interno delle solide ritmiche del trio formato da Miroslav Tovirac (basso), Peda Milutinovic (batteria) e Bojan Ivkovic (percussioni), oltre che confrontarsi con l’estro di Branko Trijic (chitarra). Le otto lunghe tracce si sviluppano toccando più stili, il jazz di Chick Corea ma anche quello di John Coltrane, la fusion progressiva dei Weather Report e il jazz rock del Perigeo, caratteristiche condensate ottimamente in questo live registrato durante il Serbian Tour del 2014. Attivi da più di 15 anni e con un buon seguito in patria suggellano il loro percorso con questo Alive, fedele fotografia di un ensemble dall’ampia tavolozza espressiva, dotato di una certa dose di trasversalità e capace di dare voce profonda alle tante idee di Hadzimanov. (Luigi Cattaneo)

Zulu (Video)

martedì 5 luglio 2016

NATHAN, Nebulosa (2016)


Nati come la classica tribute band di Genesis, Pink Floyd e Supertramp, con Nebulosa i Nathan si propongono con un debut di brani inediti che mostrano come il progetto stia crescendo e possa evolvere ulteriormente. L’album è un ottimo punto di partenza, composto di grandi momenti sinfonici e una scrittura raffinata e orientata a ricalcare schemi vintage che non possono lasciare indifferenti gli appassionati. Piergiorgio Abba (tastiere), Bruno Lugaro (voce e basso), Fabio Sanfilippo (batteria) e Daniele Ferro (chitarre) sono ben coadiuvati da Marco Milano (pianoforte e tastiere), Monica Giovannini (cori), Mauro Branzu (basso) e Davide Rivera (flauto) e portano avanti con fierezza la tradizione del prog rock italiano, la stessa di gruppi come La Maschera di cera, Il Tempio delle Clessidre o Il Cerchio d’oro, tutte espressioni liguri, una terra da sempre fertile in tal senso, anche nei settanta, quando diede i natali a New Trolls, Delirium e Nuova Idea. La trama concept di carattere fantasy completa il quadro, sicuramente tipico e poco originale ma di grande fascino e soprattutto coinvolgente, complice anche il cantato italiano e gli sprazzi strumentali che donano enfasi e trascinano ancora di più nella storia. Le tastiere di Abba risultano quindi fondamentali nel costruire passaggi profondi e creare ambientazioni capaci di rimandare al viaggio spaziale intrapreso dai protagonisti. Il giusto sinfonismo a cui partecipa il flauto di Rivera (pur se in misura chiaramente ridotta) e che incontra tempi dispari e dilatazioni di genesisiana memoria, con Ferro bravissimo nei suoi soli e nell’interplay con lo stesso Abba. Il disco d’altronde è un susseguirsi di grandi spunti tastieristici, orchestrazioni ben congeniate, omaggi all’epoca d’oro del prog, momenti onirici e psichedelici e altri più leggeri che formano un racconto credibile se pur retrò e decisamente appassionante anche nel 2016. (Luigi Cattaneo)

Il tempo dei miracoli (Video)

lunedì 4 luglio 2016

QUADRI PROGRESSIVI, Felona e Sorona


Attraverso l'utilizzo di carboncino e crete (formato 21x24) l'artista milanese Lorena Trapani rende nuovamente omaggio alle Orme, stavolta ricreando in modo personale uno degli artwork più significativi degli anni '70, quello di Felona e Sorona.   
 
Per visionare o ricevere le opere di Lorena potete inviare una mail a progressivamenteblog@yahoo.it